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La retorica oratoria del presidente

Il presidente del consiglio dei ministri è bravo a fare comizi anche in Parlamento. Non è una critica a Meloni, è la constatazione che usa ancora la tecnica oratoria dei discorsi alle folle degli esponenti politici del secolo scorso, che volevano indicare la linea, ma anche emozionare il loro pubblico, raccontare una storia più o meno reale per lasciare non solo una traccia ideologica ma sentimentale in chi li ascoltava.

E le reazioni al discorso del Presidente, positive da parte di molti sostenitori e elettori, hanno contagiato anche gli avversari colpiti dall’energia del discorso. Sono rimasti stupiti della capacità di Meloni di comunicare non solo come agitatrice politica ma anche come responsabile del nuovo governo.

In realtà è la vecchia tecnica dei Sofisti greci, che proclamavano quello che la maggioranza del popolo voleva sentire e che portarono in tribunale Socrate, il filosofo della ricerca problematica attraverso il dialogo, e lo fecero condannare.

È una tecnica che non ha spazio nei social e nei talk show, dove conta la frase corta e d’effetto. E i politici di professione fanno lezioncine su singole situazioni e problemi senza indicare una prospettiva di lungo termine.

In questa società divisa, disuguale e infelice, schiacciata in un presente precario, il presidente vuole affermare una concezione reazionaria d’ordine, di merito e di potere dei forti, disconoscendo le problematiche della povertà, della differenza, dei flussi migratori, degli spazi di conoscenza, che si vogliono riportare alla “clandestinità” sociale e culturale.

Ma sarà molto difficile per il presidente scontrarsi con il mare frastagliato dei diritti, molti ancora da conquistare o da riaffermare, molto complicato riportare indietro i processi storici, che non si fermano con il braccio teso verso l’alto.