corsivo logo 350x145

Supplemento di logoADL culture

Sonno di'vino'

Filip vive in Bulgaria, in un paesino al confine con la Turchia. Ha vent’anni, è magro e scuro di carnagione; scura la sua pelle come la sua vita, direbbe lui.

Il suo è uno dei tanti piccoli paesi di quella zona dove non c’è nulla da fare e nulla da inventarsi per sbarcare il lunario. Filip ha una mamma malata alla quale servono medicinali che devi comprare a prezzi quasi europei e spesso i soldi per comprarli non ci sono e nonostante lui abbia già fatto diversi lavori sin da quando era poco più che bambino, non c’è modo di andare avanti senza fare debiti, ma ormai Filip non ha più nessuno a cui chiedere crediti. Un giorno parla con qualcuno del paese, uno che si occupa di trovare uomini e donne da mandare in Italia per lavorare nei campi. Gli chiede informazioni perché anche lui vuole andare all’estero, come tanti, perché altrimenti non c’è via d’uscita. La proposta di lavoro e le condizioni non sono certamente il meglio, ma Filip le accetta comunque perché altrimenti non potrà più ripagare i debiti e non potrà occuparsi della mamma. Ma per poter partire occorre fare ancora un ultimo debito, almeno così si augura Filip… Bisogna dare 100 € all’uomo che ti procura lavoro e così, ancora una volta, si rivolge a suo cugino che lavora in Germania che, come tanti, alla fine deve provvedere alle necessità di molti parenti lasciati in patria.

Il pullman carico di pacchi, di donne e uomini e di tante speranze insieme a tante tristezze, parte ogni giovedì mattina alle tre da una città vicina e, piano piano, raccoglie le anime assonnate che lasciano le loro famiglie, non per cercare fortuna, ma per sopravvivere ancora un po’ e per cercare di dare una speranza ai piccoli che rimangono a casa. Filip sale alle quattro del mattino, porta con sé una borsa e uno zaino con qualcosa da mangiare durante il viaggio. Si addormenta subito, di un sonno profondo, quasi a volersi annullare per non pensare a ciò che lascia e neppure per ciò che dovrà affrontare.

Ventiquattro ore dopo sarà in Italia, abbandonato insieme ad altri come lui, in un anonimo autogrill, sull’autostrada per Milano, dove a luglio si accalcano turisti provenienti da ogni dove e diretti verso le agognate vacanze… Ma Filip non sa neanche cosa siano le vacanze… Continua ad avere sonno, nonostante abbia dormito quasi tutto il viaggio, ma non è un sonno normale, è qualcosa di più profondo, sono la sua mente e il suo corpo che si rifiutano di vivere quest’esperienza inaspettata e inusuale. Filip parla solo bulgaro e turco, ma non c’è problema, gli hanno detto, perché in Italia troverai delle persone che si occuperanno di tutto per te: il lavoro, la sistemazione, il trasporto… E Filip capirà subito come funziona l’antifona.

Arriva un furgone con un uomo alla guida che sbrigativamente carica passeggeri e valigie e riparte velocemente verso le colline piemontesi. Il conducente è straniero pure lui: è bulgaro, ma parla anche un po’ di rumeno e, poi, naturalmente, l’italiano. Spiega loro in modo diretto e duro le condizioni alle quali dovranno sottostare. Si lavora nelle vigne, ogni mattina alle cinque verranno prelevati e portati nei campi, si termina alle sette di sera, con una pausa di un’ora per il pranzo. La paga oraria è di quattro euro. Per dormire ci si arrangia alla meglio in due stanze dove ci devono stare almeno 15 persone; c’è anche un angolo dove poter cucinare qualcosa che si deve comprare, a spese proprie naturalmente, dall’uomo del furgone che ogni settimana andrà a fare la spesa in paese per loro. Filip capisce che la situazione non è quella che gli era stata prospettata, ma non ha altra scelta e, poi comunque, lavorando duro per qualche mese riuscirà a mettere insieme le poche centinaia di euro che servono per sistemare qualche debito e andare avanti per un po’… Dice a sé stesso, quasi a convincersi, che non sarà una soluzione definitiva.

Trascorrono i primi giorni e si comprende subito che il lavoro è duro, ma Filip è giovane, forte, anche resistente alle temperature torride delle estati piemontesi. Quello che, invece, appare immediatamente insopportabile è la convivenza forzata in quegli ambienti così stretti dove spesso sei obbligato a lavarti fuori, a mangiare male e a spendere buona parte del guadagno per pagarti quello che serve. E si, perché, Filip ha scoperto subito che bisogna pagare anche un affitto per quella miserevole sistemazione e il trasporto quotidiano verso i campi e il ritorno costa 6,50 € a testa, ogni giorno. E poi c’è questa spesa settimanale che, incomprensibilmente, ha dei prezzi così alti… Sarà mica che l’uomo del furgone ci fa la cresta?

È sabato e oggi, io e Savio, andiamo a Tortona, o meglio all’autogrill del McDonald’s che si trova sull’autostrada verso Milano. Di tanto in tanto, Savio, spedisce qualche pacco a casa con qualche prodotto alimentare e non solo che in Italia costa meno ed è di migliore qualità di quanto non sia Bulgaria; e poi c’è anche qualche piccolo regalo per i più giovani. Il giorno prima, uno degli autisti del pullman che ogni settimana viene in Italia, ci chiede se sarebbe possibile recuperare due persone sulle colline dell’albese per portarle all’autogrill per tornare a casa, in Bulgaria. In cambio i pacchi partirebbero senza costi e così accettiamo l’offerta con piacere. Prima di partire chiedo a Savio il paese di destinazione per il navigatore GPS e scopro che siamo diretti a Mango, località delle Langhe piemontesi, patria del Barbaresco e del Barolo. Sono contento di andare in quelle zone così avrò modo di far vedere a Savio le bellissime e curatissime vigne dove si produce questo nettare di’vino’ che viene venduto in tutto il mondo perché considerato un’eccellenza dell’agroalimentare italiano.

L’appuntamento è per le 10 del mattino, presso una rotonda poco fuori il paese. Già alle sei del mattino suona il telefono per chiedere se è possibile portare ancora un’altra persona, ma la mia auto, con i pacchi, non potrebbe ospitare ulteriori viaggiatori. Si susseguono ulteriori telefonate ricevute per accertarsi del nostro arrivo; si capisce che sono in ansia. Io e Savio siamo abbastanza scocciati da questa situazione e lui, che conosce la sua gente, comincia a pentirsi dell’accordo preso con l’autista del pullman, ma tant’è…

Arriviamo puntuali dopo un tortuoso saliscendi sulle colline dell’albese coperte di vigne colorate e luccicanti sotto il sole vivido di fine agosto. Ai bordi delle strade si alternano casolari, cantine e ville con piscina dei produttori e dei tanti turisti stranieri che scelgono queste zone per investire il loro denaro e per costruire il loro ritiro paradisiaco. Filip e Ivan sono seduti sul prato antistante la rotonda dalle quattro del mattino. Caricano le loro poche valigie e salgono sull’auto; Ivan davanti, Filip a fianco a me, dietro. Per tutto il viaggio Ivan parlerà con Savio senza che io capisca una parola perché non conosco il bulgaro; Filip cade letteralmente dal sonno, ma deve tenere una valigia che altrimenti cadrebbe ad ogni curva. È lo stesso sonno del viaggio che lo ha portato in questo paradiso infernale dove tutti i suoi sogni si sono infranti e ora ha deciso di mollare e tornare a casa senza quel guadagno nel quale aveva tanto sperato e confidato.

L’uomo del furgone è il “caporale” che si occupa di tutto, che è disposto ad aiutarti in qualunque modo pur di legarti inesorabilmente al suo guadagno. Paghi l’affitto, paghi il trasporto, paghi la spesa due volte tanto, paghi le sigarette, paghi la ricarica telefonica, paghi per qualsiasi cosa, persino l’acqua calda…! Filip ha deciso di andarsene perché la sera precedente, al momento di ottenere la paga settimanale, gli hanno detto che avrebbero ritardato con i pagamenti per non so quale motivo. Questo è troppo, ha pensato, e insieme ad altri due torneranno su quel pullman carico di anime che pensano di migliorare le loro vite nell’opulento Occidente e, troppo spesso, scoprono che il peggior male non risiede a casa loro.

Io e Filip non ci siamo scambiati una parola, non avremmo potuto farlo. Lui continuava a guardare il mio telefono dove i minuti che ci dividevano dal piazzale dell’autogrill scorrevano lentamente, troppo lentamente per lui che non vedeva l’ora di addormentarsi profondamente e non pensare più all’ennesima delusione ricevuta dalla vita e nemmeno a ciò che lo aspetterà, domani, quando si troverà di nuovo ai confini di un’Europa che è tutto meno che unita e dovrà pensare come ripagare debiti e trovare il denaro per comprare le medicine di sua mamma.

Quando io e Savio siamo ripartiti per tornare a casa il caldo umido torrido attanagliava il parcheggio di quell’autogrill brulicante di turisti che tornano dalle vacanze. Ho chiesto dettagli di questa storia all’amico Savio e, dopo, un silenzio indescrivibile ci ha colti entrambi, fino a casa. Poco dopo, tutti e due, siamo caduti in un sonno profondo, inusuale, come quello di Filip.

Non mi considero certamente un ingenuo e so perfettamente che uno dei problemi più gravi del nostro Paese è rappresentato dallo sfruttamento delle tante donne e uomini, italiani e stranieri, che ogni giorno lavorano in condizioni inaccettabili dove la dignità viene calpestata dall’avidità, dal sopruso e dall’ignobile prevaricazione del più forte e del più ricco nei confronti delle fragilità che sono sempre più evidenti in una società dove le disuguaglianze sono scandalosamente incolmabili. Rimango sconcertato, comunque, che ancora oggi, forse più di alcuni anni fa, nell’opulento e civilizzato nord Italia, nel perbenista e bigotto Piemonte, nella ricca ed elegante provincia di Cuneo e nelle terre albesi che producono le eccellenze vitivinicole del mondo, le mani di chi ha raccolto quei grappoli d’uva debbano patire le pene causate da moderni schiavisti strutturati in vere e proprie organizzazioni criminali. Alla luce del giorno, si continua ad accettare ed essere conniventi ad una prassi purtroppo ormai consolidata e che nessuno intende denunciare; non certo i lavoratori che sono le vittime di questi soprusi e che, nella maggior parte stranieri, temono eventuali conseguenze. Viene da domandarsi perché forze dell’ordine e giustizia non siano in grado di infrangere questo muro del silenzio e mettere fine, o almeno tentare, a questo scellerato sfruttamento dei più basilari diritti civili ed umani.

Non è solo in discussione il sacrosanto diritto ad un lavoro dignitoso e correttamente remunerato in un contesto di legalità, ma tutto il sistema che regola il mercato in una sfrenata ricerca della ricchezza ad ogni costo, il liberismo esasperato che genera dinamiche involutive nell’ambito del rispetto dei fondamentali diritti delle persone. Quali valori ormai ci restano su cui basare una società che possa rappresentare un futuro di dignità per le nostre generazioni future?

Non conoscevo Filip, e neanche ora lo conosco, ma quel ragazzo scuro e assonnato mi è entrato nell’anima perché mi sento profondamente corresponsabile per aver sfruttato il suo lavoro e la sua dignità, ma soprattutto perché gli ho negato il diritto di sognare lasciandogli un vuoto e profondo sonno.


P.S.: In futuro non comprerò e non consumerò vino prodotto nelle zone descritte sopra e invito i miei lettori ad intraprendere la stessa abitudine.

Orizzonti Laurana Lajolo

Ancora tuona il cannone

In occasione di questa giornata della memoria la scrittrice Edith Bruck e la senatrice a vita Liliana Segre hanno richiamato, con toni diversi, il pericolo di congelare la memoria in una ricorrenza rituale. E gli esponenti di destra si sono limitati a condannare lo stermnio,…