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Lavoro: precarietà vs. libertà

La precarietà sembra diventare la condizione di lavoro più diffusa per chi è entrato negli ultimi anni nel mercato del lavoro. anche gli ultimi dati sul mercato del lavoro segnalano come la grande maggioranza dei nuovi contratti di lavoro riguarda posizioni a tempo, spesso brevissimo. La temporaneità, per altro, non caratterizza solo il periodo di ingresso, ma si cronicizza nel tempo, diventando na condizione semi-permanente, per altro anche poco protetta dagli ammortizzatori sociali esistenti, come è emerso in modo chiaro durante la pandemia, quando si è dovuto in qualche modo provvedere a fornire un qualche aiuto a categorie di lavoratori e lavoratrici altrimenti prive di ogni rete di protezione.

Precarietà e squalificazione sociale riducono l’orizzonte rispetto al quale progettare la propria vita, perciò anche la libertà. Non ci può essere né sviluppo né coesione sociale e non si riconosce dignità a chi lavora, tramite rapporto di lavoro non sfruttatori o ricattatori e con compensi adeguati.

Considerare i lavoratori, specie se giovani e donne, come “usa e getta”, non degni né di riconoscimento né di investimento, non solo è ingiusto, di un paese che si vuole democratico e civile, è anche suicida nel medio, lungo periodo per le impese che operano in questo mondo e per la società tutta.

La politica dei bassi salari e della precarietà ad oltranza non sembra sia servita a rendere più competitive le aziende che la perseguono, al contrario. Il declino demografico e l’emorragia di giovani qualificati che cercano riconoscimento all’estero sono la spia di una perdita di fiducia nelle possibilità offerte in questo paese a chi vorrebbe investire nel futuro e/o provare le proprie capacità.


Il brano è tratto da C. Saraceno “Quando il lavoro non dà più dignità”, La Stampa, 3.06.2022