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Per l'Italia: un nuovo Rinascimento?

di: Maria Augusta Mazzarolli, urbanista

II manager Vittorio Colao, a conclusione di una sua recente intervista, ha auspicato che il popolo italiano, dopo questa pandemia e ritornato alla desiderata normalità, non dimentichi l’esperienza che lo ha portato, in brevissimo tempo, a cambiare i propri stili di vita e ad utilizzare la via telematica per lavorare, studiare, comunicare…

Un’esperienza a cui il popolo italiano, nel suo complesso, nonostante non fosse stato in precedenza tecnicamente ed adeguatamente preparato, ha saputo, con inaudita velocità, adattarsi ed adeguarsi.

Perderemmo, infatti, una grande occasione se, con il tanto auspicato ritorno alla normalità, ritornassimo come “prima e più di prima”, dimenticando questa, seppur breve, ma importante parentesi.

Anche nel diciannovesimo secolo, con la Restaurazione, le teste coronata erano ritornate, più o meno, a rioccupare gli stessi scranni su cui sedevano, prima che il generale Bonaparte li avesse detronizzati. I più pensavano che tutto sarebbe ritornato come prima. In realtà i nuovi e importanti messaggi dell’Illuminismo, portati per l’Europa dagli eserciti di Napoleone, come germogli, nel gito di pochi decenni, avrebbero cambiato le sorti del vecchio continente.

E così potrebbe accadere dopo il CV 19. Questa pandemia, rispetto ad altre che l’hanno preceduta, si è scatenata in un periodo storico di grande instabilità per l’intero pianeta. E’ sotto gli occhi di tutti come certi stili di vita e tipologie di sviluppo, incuranti della salute del pianeta, non avrebbero più potuto avere futuro. Con specifico riferimento a un pianeta la cui salute, al pari di quella delle persone che lo abitano, è gravemente compromessa. Che lo abbia detto il Papa, uno scienziato, Greta, o qualche sparuto ambientalista.

Per secoli e millenni le città sono state i luoghi in cui si è sviluppata, in via prioritaria, la civiltà del vivere, del comunicare, del lavoro…

Dopo la prima rivoluzione industriale, chi non era localizzato in prossimità di una fonte di energia o di una conurbazione, era tagliato fuori dai tradizionali canali di sviluppo.

Pensiamo alle città moderne, ultimo frutto del terziario avanzato: dalle città americane del diciannovesimo/ventesimo secolo, a quelle recenti nate negli ultimi  decenni nel far east,  anche in mezzo ai deserti, a tal fine urbanizzati.

Il modo di vivere e di dialogare che il CV19 ci ha obbligato ad adottare, ci ha fatto capire che con i mezzi di cui ora disponiamo, possiamo lavorare, studiare,  comunicare….anche davanti a un piccolo schermo.  A prescindere da dove viviamo, da dove parliamo e da dove vivono e parlano i nostri interlocutori.

Questa constatazione, anche se ovvia, ma sperimentata contemporaneamente da milioni di persone è stata, a mio parere, una grande rivoluzione.

Inoltre, se ci fermiamo a riflettere, ci rendiamo conto come l’Italia, con la sua millenaria civiltà, fatta di mille Comuni, di città storiche, di piccoli borghi sparsi per tutta la penisola, frutto di consolidate tradizioni del bel e buon costruire, è particolarmente adatta, più di altri paesi, a cogliere il nuovo stile di vita sperimentato con la pandemia.

La domanda non è quella di chiederci se dobbiamo smettere di costruire grattacieli o costruire città giardino, ma quella di convincerci che noi, in Italia, a differenza di altri paesi e realtà, disponiamo di un immenso patrimonio edilizio storico, disseminato su tutto il territorio nazionale, che attende solo di essere riutilizzato.

Con interventi di restauro, se l’edificio è di riconosciuto valore storico da tramandare integralmente; con interventi di ristrutturazione e con il mantenimento di quegli elementi interni o esterni, se meritevoli di tutela; con interventi di sostituzione o di demolizione, se l’edificio è privo di valore storico o se, nel contesto edilizio in cui ricade, ha terminato, il proprio ciclo di vita.

Analogo discorso può essere esteso agli spazi pubblici scoperti, risorse preziosissime per una fruizione pubblica. Spazi che i nostri antenati avevano comprato o espropriato con grandi sacrifici. Spazi per lo più solo da ripulire e da liberare da funzioni improprie (quasi sempre parcheggi) e da restituire semplicemente alle loro originarie destinazioni: piazze. luoghi di incontro, di sosta (in parte, anche spazi privati quali dehor) o di loisir, mercati, aree verdi…….

Potrebbero tornare a rivivere sia i Centri storici delle città, molte volte abbandonati, inquinati, degradati o sottoutilizzati, sia i centri minori, i borghi, disseminati lungo la nostra splendida Penisola, a prescindere se localizzati in montana, collina, pianura.

Anche i mezzi di trasporto dovranno adeguarsi a queste nuove esigenze.

Ipotizzo che in futuro non ci sarà più, come obbiettivo prioritario, quello di costruire velocissime infrastrutture in soprasuolo e in sottosuolo.

La futura organizzazione di vita, nel far risparmiare molto tempo alle persone per gli spostamenti sistematici quotidiani (utilizzo delle reti telematiche), li renderà più disponibili ad affrontare, senza l’eccessivo assillo del tempo, gli spostamenti occasionali. Da scegliere, questi ultimi, quando le vie web non siano esaustive alle esigenze del lavoro, della famiglia o semplicemente del tempo del non lavoro.

Si potrebbe pensare di ripristinare (insieme all’estensione, su tutto il territorio nazionale delle reti telematiche), il modello messo in atto, nel XIX secolo, da Cavour. Modello di trasporto pubblico/privato voluto dal grande statista piemontese e volto a modernizzare, in poco tempo, uno Stato arretrato come il Piemonte.

Riutilizziamo le vecchie ferrovie dismesse, capillari e ramificate su tutto il territorio nazionale e ripristiniamo le vecchie gerarchie infrastrutturali, che adesso definiremmo intermodali, per i nostri spostamenti su gomma (a sei, quattro, due ruote) e su ferro.

Il tutto al fine di garantire, in tempi certi, il collegamento dal più remoto centro di collina, di montagna, di pianura….alla grande metropoli e ai grandi centri di interscambio (porti, aeroporti,……).

In sintesi: riapriamo all’uso le linee secondarie ora abbandonate, messe a sistema con la rete primaria e con quella dell’Alta Velocità. Dove il sistema dei collegamenti porta tutti i territori ad avere stessa dignità di esistere e di dialogare tra di loro.

Ma questo nuovo Rinascimento non sarebbe possibile se noi, velocemente, non riorientassimo la tendenza che ci ha fatto, involontariamente, accantonare i nostri tradizionali e antichi saperi del ben costruire.

Questi antichi saperi rappresentano un grandissimo tesoro, tramandato per secoli, le cui testimonianze sono ancora ben visibili in Italia e nel mondo.

Patrimonio umano di saperi ancora nella disponibilità di molti dei nostri tecnici e delle nostre imprese (anche se piccole o piccolissime) e che, se non recuperato velocemente, potrebbe andare definitivamente disperso.

Infine, per progettare e realizzare l’ipotizzata rinascita, è indispensabile iniziare un reale e radicale processo di semplificazione delle procedure burocratiche e dare a tutti, con l’utilizzo di procedure amministrative semplici, la possibilità di fare. Ed è forse proprio questo il problema che, in Italia, non è di così semplice e scontata risoluzione.


 

Tags: città, riqualificazione, territorio, coronavirus

 


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