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Ricordo di Vittorio Gregotti

di: Maria Augusta Mazzarolli, urbanista

Il mio primo incontro con Vittorio Gregotti risale a marzo del 1988.

A seguito di una relazione che avevo tenuto, a Torino, al Congresso INU Piemonte, ero stata invitata a Milano, per un incontro di lavoro.

Avevo appena lasciato il Comune di Asti e la Gregotti Associati era stata incaricata, dall’Amministrazione comunale di Torino, di redigere il nuovo PRG.

Lo Studio Gregotti, in via Matteo Bandello, in una vecchia Fornace restaurata mi apparve, subito, come un moderno studio leonardesco.

In quel contesto architettonico, in un clima di surreale armonia, giovani architetti provenienti da tutte la parti del mondo, disegnavano, parlavano, discutevano, lavoravano….. vivevano.

La personalità carismatica di Gregotti era evidente.

Non esistevano gerarchie. I ruoli erano determinati dalle competenze e dalla capacità di ognuno.

Gregotti era un uditore attentissimo, molto formale, educato (di educazione sabauda, proveniva da un’antica famiglia di industriali del novarese), insofferente per ogni manifestazione di ignoranza, presunzione, volgarità.

Uomo di cultura e di mondo. è stato, nell’ultimo scorcio del passato secolo, punto di riferimento e professionista, in tutto il mondo, per soggetti pubblici e privati.

Ogni suo progetto era concepito con il rigore di una formula matematica.

Anche se questa formula si era affinata e confrontata, durante il periodo dal concepimento alla risoluzione, con la storia, la letteratura, l’economia, l’arte…. Senza mai dimenticare le regole d’impianto delle architetture preesistenti e presenti nel contesto in cui, il progetto stesso, avrebbe dovuto essere inserito e realizzato.

Era solito chiamarmi ”l’avvocato” in quanto, all’interno del gruppo, proprio grazie al mio percorso formativo nel Comune di Asti, ero designata a individuare e a tradurre in “Norma”. le regole a cui avrebbero dovuto sottostare tutti gli interventi edilizi, per raggiungere le finalità suggerite o imposte dal progetto architettonico o dagli obiettivi di Piano.

Lo ricordo ad Asti, nella seconda metà degli anni ’90, alla presentazione del progetto di restauro del Teatro Alfieri. Lui allora stava progettando il Teatro degli Arcimboldi, nel quartiere Bicocca di Milano.

Forse è stato l’ultimo grande architetto, esponente di quella cultura classica che non ha mai dimenticato il rapporto dell’uomo con l’ambiente, il valore degli spazi pubblici fruibili, primo fra tutti il verde orizzontale, il grande teatro, la grande Università…

Muore di Coronavirus, forse alla vigilia di grandi mutamenti che caratterizzeranno la concezione della vita dell’uomo, dell’architettura e la composizione delle città: lavoreremo in casa, compreremo on line,  internet supplirà la voglia di fisicità,

Ma non è escluso che, alla fine di questo periodo, non breve, di pestilenza o di pestilenze, anche l’uomo super interconnesso con i nuovi sistemi digitali, riscoprirà i valori dei contatti umani, i grandi valori della città storica e non, dei Servizi e dei tradizionali spazi pubblici urbani.

Come luoghi d’incontro fisico, di vita, nel rispetto della natura e dei beni del creato.

E per Gregotti sarà una nuova rinascita.


 

Tags: città, architettura, coronavirus

 


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