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La caduta del Ponte Morandi

di: Maria Augusta Mazzarolli, urbanista

Perché non ricostruire il Ponte Morandi, monumento dell’architettura?

Nel vedere crollare una campata del mitico ponte Morandi ho provato un sentimento di sbigottimento e di profonda amarezza: a cadere non era stato solo la campata di un ponte, con la terribile conseguenza di perdita di vite umane e trauma per una città, ma il venir meno di uno dei simboli dell’architettura moderna e dell’intelligenza italiana nel mondo.

Il crollo degli stralli del viadotto e l’afflosciarsi delle ali dell’enorme ed elegante gabbiano che sorreggeva miracolosamente le campate dell’infrastruttura stradale, è stato, per me, come assistere al crollo delle certezze, degli ideali che hanno accompagnato, in quasi cinquanta anni di attività, la mia vita, non solo professionale.

Ricordo ancora l’autentica gioia provata quando, sul finire degli anni ‘60 dello scorso secolo, durante una sorvolata in elicottero di New York, l’ingegnere americano che sedeva vicino a me, indicandomi il Ponte di Verrazzano disse: “..anche noi abbiamo il nostro Morandi”.

A sottolineare come il ponte del grandissimo ingegnere italiano fosse diventato, nel mondo, un simbolo di intelligenza, di eleganza, di progresso, ammirato e da emulare.

Durante i dibattiti, numerosissimi, che hanno seguito il crollo, mi ha stupito il fatto che nessuno, parlando in merito alla ricostruzione dello stesso (non essendo, a quanto pare, neanche prefigurata un’operazione di restauro), abbia sottolineato la priorità di tramandarne l’immagine, ormai storicamente consolidata, che il caratteristico e ardito profilo del ponte aveva conferito alla città di Genova. Del resto anche l’architetto Renzo Piano (nativo di Genova e tra i grandi dell’architettura contemporanea), nel suo progetto di ricostruzione, ha ritenuto prevalente tramandare il numero delle vittime, ricordate nel numero dei piloni, piuttosto che l’immagine o il profilo delle “mutiche ali del gabbiano”.

La caducità delle architetture moderne, o meglio delle costruzioni realizzate con materiali che nel corso degli anni hanno dimostrato scarsa capacità a contrastare le corrosioni del tempo, portano, a mio parere, a chiederci cosa di tali architetture veramente meriti di essere conservato e tramandato. La fragilità del ponte Morandi poteva essere una valida occasione per dibattere sul tema. Ma l’occasione non è stata colta.

Forse a sottolineare come nella nazione che, nel mondo, vanta la più alta percentuale di monumenti, paesaggi, elementi di consolidato valore storico artistico, l’architettura contemporanea non sia ancora entrata nel novero delle bellezze che meritino tutela.

Non solo come architetture in quanto tali, ma come immagini che, in questo convulso e globalizzato mondo moderno, essendo simbolo o elementi identificativi di un paesaggio (non solo a livello locale ma internazionale), possano confermarsi, anche nel futuro, icone identificative dello stesso. Lo è la Tour Eiffel per Parigi, la Mole Antonelliana per Torino, per citare solo due esempi . Perché non lo è stato, per Genova, il “Morandi” ?  .

Forse, a mio sommesso parere, perché le diatribe tecnico-politiche che hanno chiamato in causa le responsabilità per la sua manutenzione, hanno sviato il dibattito.

Il “MORANDI” non era solo un’infrastruttura autostradale strategica a livello regionale e nazionale (Genova è il più importante porto storico del Mediterraneo), ma anche un monumento per cui valeva, forse, la pena di verificare la possibilità di un suo recupero, Naturalmente utilizzando materiali e tecniche costruttive che, sono certa, pur non essendo una strutturalista, valutando costi e benefici, al tempo attuale, non sarebbero mancati.

Ma, di questo, non mi risulta se ne sia mai pubblicamente e ampiamente discusso.

Come concludere: ai posteri l’ardua sentenza.

 

Tags: ristrutturazione, Ponte Morandi, Genova, architettura, ricostruzione, valore storico artistico, Renzo Piano, tutela del patrimonio, recupero, architettura contemporanea

 


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