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Fratelli tutti. Enciclica di Papa Francesco

di: Laurana Lajolo

Con l’ultima Enciclica Fratelli tutti il Papa ha approfondito la sua volontà di dialogo “senza frontiere” con i “fratelli e le sorelle” del mondo, fedeli e agnostici, un dialogo tra esperienze intellettuali diverse, ma convergenti sulle prospettive del bene comune.

Nelle parole del Papa trovo interpretate anche le mie aspirazioni e speranze. La mia lettura è in chiave filosofica e di cultura politica, nell’accezione del termine “polis” (città – comunità) e secondo la definizione del capitolo V dell’Enciclica, intitolato La migliore politica, quella che si occupa del bene comune del popolo. 

Francesco è capace di grande empatia con i fratelli e le sorelle del mondo e io mi sono emozionata a vedere, il venerdì della passione del Cristo, la sua celebrazione solitaria di intensa bellezza spirituale nella piazza vuota di S. Pietro, durante. In un tempo di tragica incertezza dell’umanità, il Papa si è rivolto a ciascuno di noi, non a una massa indistinta, ha parlato della nostra fragilità, della nostra povertà, della nostra paura del presente e del futuro. Mi è sembrato che fossero anche i suoi sentimenti di uomo, con la sua esperienza di vita, di cultura teologica, di responsabilità.

Senza frontiere

L’Enciclica è destinata ai “fratelli” e alle “sorelle”, a tutti gli uomini e le donne del mondo, fedeli e agnostici, “senza frontiere”, è un messaggio per far nascere un nuovo mondo di amicizia sociale in una fase storica di svolta epocale.

Il Papa cita Giovanni: “Dio è amore, chi rimane nell’amore rimane in lui” e scrive che l’amore fraterno è universale, che Dio è “padre fecondo”, come “feconda” è la Terra. Il termine fecondo viene dal latino “fere”, che significa nutrire, allattare allevare, e da cui deriva anche il termine femmina. Dio, dunque, è nutrimento per tutta l’umanità.

La visione mondiale

L’Enciclica Fratelli tutti esprime la visione mondiale dei mali del mondo contemporaneo e prospetta la speranza di generare il futuro, nell’intreccio tra le generazioni, con l’apporto di tutti, cristiani, fedeli di altre religioni e agnostici.

Il Capo della Chiesa cattolica nella sua visione universale, fa continui richiami a precedenti documenti papali, in particolare a quelli sui poveri, i migranti, i giovani e il dialogo interreligioso, e ad alcune risoluzioni dei vescovi di varie parti del mondo. Molte sono le citazioni di Francesco d’Assisi, degli evangelisti Matteo, Luca e Giovanni, di Giovanni Paolo II, Benedetto XVII. Sono significativi i riferimenti agli incontri con i rappresentanti di altre confessioni: il patriarca ortodosso Bartolomeo I e il Discorso sull’incontro ecumenico e interreligioso di Skopie, il Grande Imam firmatario con Francesco del “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza umana di Abu Dhabi”. E’ anche molto interessante il rimando al discorso che il Papa ha tenuto a Loreto il 25 marzo 2019, Christus vivit rivolto ai giovani, che annuncia i temi sviluppati nell’Enciclica. Le citazioni indicano come “Fratelli tutti” sia una tappa della complessa elaborazione teorica e strategica  del Pontificato.

L’Enciclica “Fratelli tutti” può essere letta come un processo aperto in contrapposizione al “mondo chiuso” di oggi e indica obiettivi da perseguire con unità di intenti. Invita a “pensare insieme”, non propone cioè una teologia chiusa e prescrittiva, ma un itinerario di ricerca per cambiare gli stili di vita e costruire un “mondo aperto” alla fraternità universale. “Nessuno si salva da solo”, afferma il Papa nel secondo capitolo, intitolato “Un estraneo sulla strada”, illustrando la parabola del buon Samaritano (l’unica parabola presa in esame nell’Enciclica).

Francesco scrive; “Camminiamo insieme”. Il cammino (si pensi al pellegrinaggio di fede) aiuta a osservare ciò che ci sta intorno, a meditare, a individuare la strada, a raggiungere la meta che ci siamo prefissati o che abbiamo scoperto lungo la strada. L’Enciclica delinea, dunque, un metodo di ricerca, di pensiero e di intervento nel mondo.

Il linguaggio

L’Enciclica è scritta in prima persona con un’esposizione piana e, insieme, profonda, accessibile a tutti e traducibile in tutte le lingue, quindi universale. Si avvale di un linguaggio concreto con una forte impronta sociale, riflessivo e propositivo di un’azione di tutti “fratelli e sorelle” per il bene comune.

Francesco dà molta importanza alla parola, come Gesù, che praticò solo la predicazione orale, e gli evangelisti, che scrissero in un linguaggio comprensibile per gli uomini del loro tempo, poi divenuto universale nella storia dei popoli. Alcune parole dei Vangeli sono diventate fondamentali per la filosofia e altre religioni, nate dopo come l’islam, improntando molte concezioni culturali.

In questo contesto è notevole il richiamo di Francesco all’importanza del linguaggio corporeo con tutte le sue sfumature in contrapposizione alla comunicazione tecnologica virtuale.

Il suo linguaggio è plasmato sulla dimensione del dialogo e del confronto tra le culture. Il dialogo, come ha insegnato Socrate, è scambio di sentimenti, di emozioni, di riflessioni tra gli interlocutori, partendo da punti di vista diversi, è ragionare insieme, è “tirar fuori” da noi stessi e dagli altri conoscenza. Francesco insiste molto sulla necessità di ascoltare gli altri e di acquisire lo stile di vita accoglienza dell’altro, del diverso. Il dialogo, inteso come confronto e ricerca, è alla base dello spirito democratico.

Nel primo capitolo dell’Enciclica, “Le ombre di un mondo chiuso”, il Papa presenta tutti i temi dell’Enciclica, analizzando le contraddizioni, le ingiustizie e le disuguaglianze, che sono gli ostacoli attuali allo sviluppo integrale della fraternità sociale.

I populismi, gli egoismi, i nazionalismi, la xenofobia mandano in frantumi i “sogni”, conducono alla disgregazione sociale e al disinteresse per il bene comune; portano indietro la storia, provocando la perdita della stessa coscienza storica.

Non è possibile accontentarsi”, scrive Francesco e esorta tutti ad “aprirsi al mondo”, a riprendere la coscienza del cammino della storia, teso a condurre a mete sempre più alte le lotta e le conquiste delle generazioni precedenti.

L’economia globale si fonda sul disinteresse per il bene comune e sul modello culturale unico in un mondo massificato, che privilegia gli interessi individuali e in cui gli uomini sono solo consumatori e spettatori e vincono i più forti sui poveri. I poveri sono al centro della sensibilità di Francesco e dell’Enciclica.

La globalizzazione produce nuove forme di colonizzazione culturale del modello unico che portano i popoli alla perdita della propria indipendenza culturale, al disprezzo di sé, all’alienazione di non avere radici. Molto significativo è il riferimento alle culture dei popoli indigeni da difendere dall’omologazione indotta dall’esterno. Il modello unico globale cancella le diversità, che invece sono un valore, e rende i poveri e i perdenti succubi alla volontà dei potenti e i giovani privi di ideali. 

L’ideologia dell’economia globale svuota di senso anche la democrazia, la libertà e la giustizia, che vengono manipolate e strumentalizzate ai fini del dominio.

Il Papa denuncia la mancanza di politica, della “migliore politica”, che definisce nel suo pieno significato nel capitolo V. Oggi i meccanismi politici comunicano soltanto con ricette effimere di marketing, senza un progetto per tutti, promuovono la cultura antiambientalista portatrice di guerre, seminano mancanza di speranza e sfiducia costante nelle istituzioni, anche se mascherate con la difesa di alcuni valori.

(P. 16) “In questo scontro di interessi che ci pone tutti contro tutti, scrive Francesco, dove vincere viene ad essere sinonimo di distruggere, com’è possibile alzare la testa per riconoscere il vicino e mettersi accanto a chi è caduto lungo la strada? Un progetto con grandi obiettivi per lo sviluppo di tutta l’umanità oggi suona come un delirio”.

Vengono sacrificate parti dell’umanità: è “lo scarto mondiale” dei poveri, dei disabili, delle donne, degli ultimi della società a vantaggio di un ristretto settore umano che può vivere senza limiti. La persona umana, privata della dignità, è ridotta a oggetto. Lo sfruttamento fino alla schiavitù e alla tratta delle persone, il razzismo, l’ingiustizia del profitto, il disconoscimento dei diritti, la violenza sulle donne, le nuove povertà sono impedimento allo sviluppo integrale.

Contemporaneamente, la violenza delle guerre si moltiplica dolorosamente in molte regioni del mondo “tanto da assumere le fattezze di quella che si potrebbe chiamare una terza guerra mondiale a pezzi”.

I flussi migratori alimentano la paura ancestrale dello straniero e il senso di insicurezza produce “la cultura dei muri”, che alza nuove barriere di autodifesa contro altri esseri umani, togliendo loro la dignità umana, con la copertura di un “irresponsabile” silenzio internazionale. Ma chi alza un muro, ammonisce il Papa, finisce schiavo del muro.

E’ insopportabile la condizione di “vite lacerate” dei migranti, che sono attirati dalla cultura occidentale e da un futuro migliore, ma sono considerati “oggetti” senza dignità. Vivono lo sradicamento dal loro Paese e “la frattura riguarda anche le comunità d’origine, che perdono gli elementi più vigorosi e intraprendenti”. I migranti avrebbero il diritto di non emigrare, ma, se arrivano in Occidente, devono avere riconosciuta la loro dignità umana, devono essere accolti con “responsabilità fraterna” e essere “protagonisti del loro destino”.

Papa Francesco riflette più volte nel corso dell’Enciclica su come la relazione con i migranti metta alla prova la nostra capacità di rispettare le differenze tra le persone.

L’illusione della comunicazione

La diffusione del linguaggio dell’odio alimenta l’aggressività sociale, l’insulto “senza pudore” specie sui social, l’isolamento consumistico, la manipolazione delle coscienze e delle democrazie. “Paradossalmente mentre crescono atteggiamenti chiusi e intolleranti, che isolano le persone tra loro fino alla mancanza del diritto all’intimità, tutto diventa una specie di spettacolo che può essere spiato, vigilato, e la vita viene sottoposta a un controllo costante” (P.42).

Il Papa esprime una grande preoccupazione per l’informazione falsata con i messaggi gridati e aggressivi, che provoca un profondo danno sociale. E’ un’informazione senza saggezza, sottolinea il Papa, intessuta di comunicazioni orizzontali e cumulative, senza riflessione e attenzione a ciò che è essenziale per dare senso alla vita. Scrive: “La vera saggezza non si fabbrica con impazienti ricerche in internet e non è una sommatoria di informazioni la cui veridicità non è assicurata”. (P. 50). La vera saggezza sta nell’incontro con la realtà, nella rielaborazione individuale e comunitaria per dare senso all’esistenza. E’ meditazione, comportamento morale e attività pratica.

Francesco propone, dunque, l’ascolto come stile di vita per cercare insieme la verità e definisce il dialogo, in quanto ricerca comune di verità, come “un cammino perseverante, fatto anche di silenzi e di sofferenze, capace di raccogliere con pazienza la vasta esperienza delle persone e dei popoli”. (P. 50), mentre “la globalizzazione è un processo senza una rotta comune”, che produce uno scisma tra il singolo e la comunità. Porta al deterioramento dell’etica, all’indifferenza e all’indebolimento del senso di appartenenza, dei valori spirituali e del senso di responsabilità. Gli stessi progressi tecnologici hanno “ingozzato” le persone di connessioni e le ha rese prigioniere della virtualità, levando il gusto delle relazioni umane e della fraternità.

In contrasto con il modello globale il Papa sottolinea l’esigenza di costruire una Casa comune, di prendersi cura del Creato, di ripensare gli stili di vita e di fare un “salto” verso un nuovo modo di vivere, per generare il futuro con l’intreccio delle generazioni. Invita a sognare come un’unica umanità, anche se “il sogno di costruire la giustizia e la pace sembra un’utopia di altri tempi”.

Ripensare tutto

Dopo la pandemia è necessario ripensare tutto: “Che non sia l’ennesimo grave evento storico da cui non siamo stati capaci di imparare”, ammonisce Il Papa e esorta a non perdere l’occasione di costruire la fraternità universale. La crisi, infatti, nel significato originario del termine greco vuol dire scelta e decisione, e solo in seguito ha acquisito il senso di inquietudine, turbamento, sconvolgimento e difficoltà.

La pandemia ha, dunque, dato la sensazione concreta che le nostre vite sono intrecciate e che “nessuno si salva da solo”.  Pertanto, ora è necessario un grande progetto di sviluppo integrale del bene comune e di amicizia sociale come forza armonica dell’intera umanità.

All’inizio dell’Enciclica il papa scrive: SOGNIAMO come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, fratelli tutti!” (P. 8), A conclusione del primo capitolo quel “sogno” si esplicita in una visione, non come un’illusione, ma come capacità di immaginare il futuro di un mondo aperto, non una fantasia, ma l’indicazione di una meta da raggiungere insieme.

Le condizioni fondamentali dello sviluppo integrale di un “mondo aperto” si basano sulla dignità, sui diritti e sul rispetto delle differenze di tutti i “fratelli e le sorelle”. Il Papa richiama la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e la Carta delle Nazioni Unite e io aggiungo la Costituzione italiana, in particolare l’Art. 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. I cittadini italiani sono tutti uguali perché sono tutti diversi, riconoscendo le differenze.

La dignità umana

Il termine dignità, insieme alla parola “sogno”, ricorre in tutta l’Enciclica: in essa consiste la condizione essenziale della natura umana, che va rispettata come qualifica della persona in quanto individuo unico e irripetibile.

Il messaggio dell’Enciclica è, dunque, universale (nel senso etimologico uni-versus convergente per tutti), improntato sull’interdipendenza tra gli uomini e le donne. Ciascuno di noi è annodato con gli altri, “senza frontiere”, nel segno dell’amicizia sociale.

La speranza

In conclusione del primo capitolo, il Papa, per dare forza spirituale alla possibilità di uscire dalla crisi della pandemia, richiama la visita di S. Francesco al Sultano nei tempi altamente conflittuali delle crociate e prefigura il progetto di generare il futuro per tutti sostenuto dalla speranza.

In continuità con tutto il suo magistero riprende un brano del suo discorso ai giovani cubani (Cuba, 20/03/2015: “Invito alla speranza, che ci parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e dai condizionamenti storici in cui vive.

Ci parla di una sete, di un’aspirazione, di un anelito di pienezza, di vita realizzata, di misurarsi con ciò che è grande, con ciò che riempie il cuore ed eleva lo spirito verso cose grandi, come la verità, la bontà, la bellezza, la giustizia e l’amore. (…)

La speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole insicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi ai grani ideali che rendono la vita più bella e dignitosa.

CAMMINIAMO NELLA SPERANZA”

Tags: politica, società, Chiesa cattolica

 


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