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Nuova edizione de “Il vizio assurdo. Storia di Cesare Pavese” di Davide Lajolo

di: redazione

Minimumfax ha pubblicato una nuova edizione de Il “vizio assurdo” Storia i Cesare Pavese di Davide Lajolo 60 anni dopo la prima edizione de Il Saggiatore e a 70 anni dalla morte di Pavese.  Profilo bio-bibliograifo Il coraggio di Ulisse di Fabio Stassi, postfazione di Andrea Bajani. € 21.

Nell’introduzione alla sua biografia di Pavese Davide Lajolo scrisse:

“Ho voluto bene a Pavese e proprio per questo non avrei mai tentato di farlo rivivere attraverso il suo dramma umano e le pagine dei suoi libri.

A dieci anni dalla morte – 27 agosto 1950 – ho maturato questa decisione, spinto da due considerazioni: la prima perché troppi hanno scritto di Pavese senza conoscenza né fede; la seconda per una conversazione avuta con lui, nel lontano 1945, che allora mi parve tanto straordinaria e assurda e che ancora ora ricordo nettamente tanto da poterla ricostruire. Attraversavamo piazza Statuto, a Torino, nelle prime ore pomeridiane di quell’estate accesa, sotto un sole a picco. Nessuno dei due aveva il volto sudato. Improvvisamente Pavese ruppe il silenzio, proprio su questa constatazione: “Il non sudare significa che io e te valiamo ancora qualcosa, perché siamo rimasti contadini. Il sole trova posto sulla nostra pelle e non ha bisogno di farla luccicare”. E io a rispondere: “Vedi, tu sei veramente un personaggio singolare, perché sempre ti riconduci alla campagna. i critici che scrivono di te e i posteri che scriveranno falseranno spesso lo scopo, perché da una parte non riusciranno a capire come tu sia diventato tanto cittadino, e dall’altra non sapranno che non soltanto nei libri sei spesso a Santo Stefano Belbo, ma vi sei sempre, ogni giorno della vita”. E scherzavo, allora, quando aggiunsi: “Io solo potrei scrivere la tua biografia, se non sarà viziata dall’amicizia”. E Pavese: “Non sono un uomo da biografia, l’unica cosa che lascerò sono pochi libri, nei quali c’è detto tutto o quasi tutto di me. Certamente il meglio, perché io sono una vigna, ma troppo concimata. Forse è per questo che sento ogni giorno marcire in me anche le parti che ritenevo più sane., tu, che vieni come me dalle colline, sai che il troppo letame moltiplica i vermi e distrugge il raccolto.

Avevamo rallentato il passo: piazza Statuto si allargava quasi fossimo sullo stradale che porta da Canelli a Santo Stefano Belbo. Pavese aveva alzato la voce, come quando la parola gli prendeva le briglie e il mulo taciturno si trasformava in cavallo bizzarro; continuava a getto continuo non accettando interruzioni. A un tratto si fermò.

“Tu parli di biografia mia. Anche tu coglieresti solo la parte migliore, quella che c’è nei libri, ma io ho altro qui dentro. C’è in me almeno tanto egoismo quanta generosità e c’è sempre esitazione tra fedeltà e tradimento. Forse soltanto il mago di Vesime potrebbe scoprirmi tutto. Nessuno sa, io non mi confesso né ai preti, né agli amici, anzi, appena m’accorgo che un amico mi sta entrando dentro, lo abbandono. Ed abbandono le donne, quelle che tu chiami materne, appena mi illudo che mi vogliono bene. Sono sempre alla disperata ricerca di quella che non me ne ha voluto e non me ne vorrà. La sofferenza mi spaventa, ma è lo stesso spavento della madre che deve partorire. Non sono per questo un uomo complesso, come ha scritto chi ha parlato ei miei libri. E’ complessa la vigna, ove l’impasto concime-sermenti, acqua e sole, dà l’uva migliore, ma non quella, ove, troppo spesso, alla stagione del raccolto le viti sono inaridite e senza grappoli. Io sono fatto di tante parti che non si fondono; in letteratura l’aggettivo adatto è eclettico. E’ proprio l’aggettivo che odio i più nella vita e nei libri, ma il mio odio non basta a espellerlo. La mia sarebbe una biografia da scrivere col bisturi, crudele, ed anche tu saresti costretto al rifiuto”.

Un brano dell’ultima lettera di Cesare Pavese a Davide Lajolo, 1950

Caro Ulisse, visto che dei miei amori si parla dalle Alpi a Capo passero, ti dirò soltanto che, come Cortéz, mi sono bruciato dietro le navi. Non so se troverò il tesoro di Montezuma, ma so che nell’altipiano di Tenochititlàn si fanno sacrifici umani. Da molti anni non pensavo più a queste cose, scrivevo. Ora non scriverò più! Con la stessa testardaggine, con la stesso stoica volontà delle Langhe, farò il mio viaggio nel regno dei morti. Se vuoi sapere chi sono adesso, rileggiti “La belva” nei “Dialoghi con Leucò”: come sempre avevo previsto tutto cinque anni fa. Meno parlerai di questa faccenda con la “gente” più te ne sarò grato. Ma lo potrò ancora? Sai tu cosa devi fare. Ciao per sempre

Tuo Cesare” (La lettera è conservata nell’Archivio Davide Lajolo).

Nell’ultima pagina de Il “vizio assurdo” Storia di Cesare Pavese Davide Lajolo giustifica così il suo lavoro di biografo: 

“ Quello che mi sono soprattutto sforzato di fare è di distogliere i lettori di Pavese dall’errore capitale di giudicare la sua figura esclusivamente come egli la rappresenta nel suo diario.

Nel diario  Pavese si nuove tra vanità e paura, tra la pietà di se stesso e il tentativo sempre più soffocato di uscire dall’isolamento. Ma il Pavese pubblico non è meno reale del pavese privato, la sua angosciata ma coraggiosa ricerca per legarsi al mono degli uomini non è meno importante della sua desolante rinuncia.

Mi rimane la coscienza di avere almeno tenuto fece ai suoi insegnamenti per scrivere con sincerità la sua biografia.

Ho arato la sua vigna perché sulla terra smossa il ricordo di Cesare Pavese rimanga al di là del fuoco del falò, al cospetto dell’intramontabile luna”.

Tags: Davide Lajolo, Cesare Pavese, letteratura

 


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