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Resilienza e innovazione

di: Enrico Ercole, presidente del Club per l’UNESCO di Asti e Docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio, Università del Piemonte orientale

La resilienza è un termine che abbiamo imparato a conoscere da non molto tempo, e indica la capacità di un individuo o di una collettività di affrontare e superare un evento traumatico.

In particolare tratterò il tema di come una maggiore conoscenza della realtà che ci circonda possa accresce la resilienza.

In apertura permettetemi di fare una breve digressione etimologica. Di fronte ad eventi come la pandemia in corso, talvolta sentiamo usare il termine “disastro”, talaltra il termine “emergenza”. Preparando questa conversazione ho riflettuto sul significato di questi due termini. Disastro letteralmente significa che gli “astri” ci osservano in modo non benevolo (come indica il prefisso dis-). Il termine emergenza significa che qualcosa che è immerso nell’acqua ne viene fuori. Mentre nel primo significato siamo impotenti di fronte agli astri, nel secondo caso se osserviamo cosa si muove sott’acqua possiamo capire cosa emergerà e prepararci ad affrontarlo. Questa è la metafora di cosa può fare la conoscenza, e in questo caso la con conoscenza sociologica, per fronteggiare situazioni come quella che stiamo vivendo.

Interazione di attori sociali

Prima di entrare nel tema una breve chiarimento: che cosa può dire un sociologo sui disastri? Nel caso di terremoti e alluvioni ci aspettiamo che a parlare siano i geologi, nel caso di pandemie i medici, nel caso di disastri tecnologici gli ingeneri. Cosa può mai dire di interessante, e utile, un sociologo su questo tema? Un sociologo ha come oggetto di studio la società o, per dirla in modo più comprensibile, le interazioni tra gli attori sociali. “Interazioni” perché la società è un sistema di attori sociali connessi tra di loro (come sono connessi i pezzi di un motore, che è un sistema meccanico) e ogni azione può provocare conseguenze su “pezzi” del sistema sociale anche tra di loro a prima vista differenti e distanti. “Attori sociali” perché la il sociologo non si occupa degli individui, o meglio non si occupa solo degli individui. Io ho un carattere e questo è oggetto di studio della psicologia. Il funzionamento, o malfunzionamento, del mio corpo è oggetto di studio della biologia.

L’oggetto di studio della sociologia sono i comportamenti degli attori sociali (il termine attore indica proprio l’attenzione che la sociologia pone alle azioni). Il termine attore sta poi a indicare che chi agisce può essere un individuo, ma anche un gruppo, un’associazione, un’organizzazione, un’istituzione: può essere un individuo ma anche un gruppo di adolescenti, un’associazione di volontariato, un partito politico, un’associazione di categoria, lo Stato.

Dunque questo è il punto di vista da cui il sociologo osserva i disastri. In base a questa premessa vi proporrò alcune riflessioni che poi tenterò di portare a sintesi in conclusione.

  • Una prima riflessione riguarda i costi delle emergenze

E’ un tema che conosciamo perché c’è stato i il Decreto del governo da 55 miliardi, cioè il doppio del valore del bilancio annuale dello Stato in situazione di normalità. Ma dovremmo saperlo perché ogni volta che facciamo benzina una parte, seppur piccola del costo è costituita dalle accise, cioè imposte sulla vendita del carburante, va a finanziare i costi sostenuti dallo stato per emergenze: il disastro del Vajont del 1963; l'alluvione di Firenze del 1966; il terremoto del Belice del 1968; il terremoto del Friuli del 1976; il terremoto dell'Irpinia del 1980; il terremoto dell'Aquila del 2009; l'alluvione che ha colpito la Liguria e la Toscana nel 2011; il terremoto dell'Emilia del 2012;

  • Una seconda riflessione riguarda il funzionamento delle strutture tecniche “dormienti”.

L’opinione pubblica tende a dimenticare che una parte delle tasse serve non solo, come viene ripetuto in questi giorni, per pagare i costi della sanità pubblica, ma anche per pagare organismi che sono sconosciuti ai più e che svolgono funzioni importanti.

Sapere ciò serve per continuare, una volta terminata l’emergenza, a ricordarsi che la Protezione civile e la sanità di emergenza sono strutture stay behind, “dormienti”, che devono essere tenute in funzione durante i periodi di normalità per poter essere attivata nei periodi di emergenza.

In Israele ci sono addirittura “ospedali dormienti”, che possono essere attivati in caso di necessità.

Non è un caso che quando ci sono emergenze (anche nell’emergenza sanitaria in corso) entra in funzione la struttura “dormiente” per eccellenza che è l’esercito.

  • La terza riflessione che è collegata alla precedente, riguarda il fatto che ci sono strutture tecniche a livello internazionale. A volte guadiamo con indifferenza se non con sospetto a queste strutture, come l’ONU. Ebbene, il nostro approccio di oggi alle emergenze è figlio anche delle conoscenze prodotte da queste strutture, che non avendo compiti di governo, concentrano la loro attenzione su temi di ampio respiro.

Per esempio già nel 1965 c’è la  Risoluzione 2034 dell’Assemblea generale dell’ONU sui disastri naturali (che nasce come risposta ad alcune emergenze causate da disastri naturali avvenuti negli anni ’60 in Paesi meno sviluppati, che colpirono l’opinione pubblica mondiale e indussero le istituzioni internazionali a intervenire sul tema, come il terremoto di Buyin-Zara in Iran nel 1962 nel quale persero la vita oltre 12.000 persone).

Oppure il terremoto di Skopie nell’allora Jugoslavia nel 1963 che distrusse l’80% della capitale dello Stato federale della Macedonia: uccise più di 1.000 persone, portò al ferimento di oltre 3.000 e lasciò più di 200.000 persone senza casa.

Più vicina a noi nel tempo è la Proclamazione da parte delle Nazioni Unite del 1990-2000 come Decennio per la riduzione dei disastri naturali. Nel 2005 si svolse a Kobe in Giappone una conferenza mondiale sulla riduzione dei disastri, che contribuì a diffondere il concetto di resilienza. Building the resilience of Nations and communities to disasters. L’insieme di queste azioni, da una parte, portò all’attenzione degli Stati e dell’opinione pubblica mondiale la necessità di agire in modo adeguato alla rilevanza e complessità delle emergenze e dei disastri e, dall’altra parte, contribuì alla formazione di una cultura della pianificazione e prevenzione e al costituirsi di una comunità di esperti. La nostra capacità di prevenire e reagire alle emergenze è figlia anche di queste iniziative.

  • Una quarta riflessione è che dallo studio delle cause, dello svolgimento e degli effetti delle emergenze e dei disastri si impara a difendersi dai disastri stessi. Il fatto è che le emergenze e i disastri avvengono per fortuna raramente e pertanto è difficile studiarli e anche legiferare.

Prendendo ad esempio l’Italia, negli anni ’50 e’60, vennero presentati alcuni progetti di legge relativi alla protezione civile che non ebbero esito positivo e solo dopo l’alluvione di Firenze del 1966 si giunse all’approvazione di una nuova legge. L’alluvione evidenziò Infatti molte inadeguatezze. a causa dell’assenza di una rete di monitoraggio l’esondazione dell’Arno non venne annunciata in anticipo e la città venne colpita di sorpresa dall’alluvione. Nei primi giorni gli aiuti e i soccorsi furono prestati quasi esclusivamente dai volontari, i cosiddetti «angeli del fango», e dalle truppe di stanza in città, e solo una settimana dopo l’alluvione, il governo fu in grado di dislocare una rete di soccorso organizzata.

Anche in occasione del terremoto del Belice del 1968 la gestione dell’emergenza fallì per la mancanza di coordinamento sul luogo.

La legge 996 del 1970, sulla base dei fallimenti nell’allerta e nel soccorso registrati a Firenze e nel Belice, disegnò un quadro complessivo per l’intervento di protezione civile e previde l’individuazione dei compiti affidati ai vari organi della Protezione civile per una organizzazione razionale degli interventi e per far arrivare nel modo più rapido ed efficace i soccorsi alle popolazioni colpite.

A dimostrazione che l’attenzione del decisore politico e dell’opinione pubblica si attenua con l’allontanarsi dell’evento catastrofico, l’approvazione del regolamento d’esecuzione della legge avviene solo dopo undici anni, appunto dopo il verificarsi dei due terremoti che colpirono nel 1976 il Friuli e nel 1980 l’Irpinia e la Campania.

Nei due casi la gestione dell’emergenza e della ricostruzione fu molto diversa, ma accomunata dall’inadeguatezza del sistema dei soccorsi. Si affermò pertanto l’idea che la Protezione civile sia non solo soccorso, ma anche previsione e prevenzione: il soccorso non è sufficiente se non tiene conto di scenari e di misure di prevenzione elaborati in precedenza. Nel regolamento d’esecuzione della legge 996 del 1970 per la prima volta si parla di prevenzione degli eventi calamitosi attraverso l’individuazione e lo studio delle loro cause.

Dieci anni dopo, con la legge 225 del 1992 nasce poi il Servizio nazionale della protezione civile, che viene riorganizzata profondamente.

  • Una quinta riflessione riguarda lo scarto tra la comunicazione tecnica e la comunicazione pubblica. Quest’ultima corre il rischio di riprodurre, in forma più semplificata, la comunicazione interna alle strutture tecniche. Un esempio è dato dalla conferenza stampa quotidiana alle 18,00 della Protezione Civile, che dice molto agli esperti ma dice meno alla popolazione.

E, in assenza di una comunicazione ufficiale comprensibile il rischio è che una parte dell’opinione pubblica sia più influenzabile dalla comunicazione fake o anche solo approssimativa ma comprensibile che arriva da fonti non ufficiali presenti sulla rete o sui social.  Inoltre è da tenere presente se e quanto l’italiano medio sia in grado di distinguere tra le fonti d’informazione.

Siamo, per quanto riguarda l’informazione social, in una situazione paragonabile a quella della diffusione dell’automobile negli anni Sessanta, quando fu necessario (ad esempio con lezioni da parte dei Vigili urbani nelle scuole elementari e medie) diffondere le conoscenze relative a un fenomeno nuovo e in rapida crescita (per esempio, come attraversare la strada, oppure rinunciare da parte dei ragazzini a giocare nelle strade). Chi tra di voi ha la mia età certamente ha un ricordo di quanto ho appena detto.

  • Una sesta riflessione riguarda cosa si perde mentre la tecnologia ci offre nuove opportunità.

Da una parte sembrano chiari ed evidenti i vantaggi che la telemedicina porterà in termini di semplificazione e risparmio di tempo sia per il personale medico sia per l’utenza.

Non è invece chiaro se ciò possa portare a criticità. Un timore è che la tecnologia impoverisca o sopprima l’aspetto relazionale nel rapporto medico-paziente, che già ora è limitato nel tempo. Non è detto, però, che paradossalmente le visite a distanza non possano permettere ai medici di recuperare una parte del tempo dedicato dai medici agli aspetti logistici e burocratici a vantaggio degli aspetti relazionali.

Non si può poi escludere che non nascano nuove professioni, ora non esistenti, di intermediazione tra medico e struttura sanitaria, da una parte, e utente, dall’altra. Qualcosa di analogo, per fare un esempio, agli “sportelli unici” per le attività produttive che sono nati qualche anno fa in molti Municipi per semplificare la vita alle imprese che si insediano sul territorio comunale.

  • In conclusione vorrei riflettere su un punto importante.

Tutti noi ci auguriamo che “tutto andrà bene” e che, come abbiamo sentito ripetere tante volte alla televisione in questi due mesi, la pandemia sia un’opportunità per grandi cambiamenti.

A questo proposito mi è venuto tante volte in mente che dopo la pandemia di Spagnola del 1918 in Italia si affermò il Fascismo e negli anni altre dittature sorsero in Germania, Spagna, Portogallo, Ungheria. Nello stesso periodo invece negli Stati Uniti fu realizzato il New Deal (letteralmente il «nuovo patto» tra lo Stato e i cittadini) il piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente Roosevelt allo scopo di risollevare il Paese dalla grande depressione che aveva travolto gli Stati Uniti a partire dalla crisi del 1929.

Quindi tutto andrà bene non in modo automatico ma, come sempre, dipenderà dalle scelte che verranno fatte e che nel nostro piccolo anche noi come singoli individui e come Associazione concorreremo a determinare.


Relazione tenuta a Programma FICLU in Azione “Resilienza ed Innovazione” Webinar, 14 aprile 2020

Tags: società, prevenzione, disastri

 


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