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A cinquant’anni dallo Statuto dei Lavoratori. (legge n.300/70)

di: Luca Quagliotti segretario generale CGIL Asti

Chi non ha vissuto per ragioni generazionali (come chi scrive) gli “anni duri” del sindacato e dei singoli lavoratori nelle fabbriche italiane, non può rendersi pienamente conto dell’importanza che ebbe l’approvazione da parte del Parlamento il 20 Maggio 1970 dello Statuto dei lavoratori, composto da quarantun articoli posti a ”tutela della libertà e dignità dei lavoratori e della libertà sindacale”. Caposaldo dello Statuto fu l’art.18 che vietava i licenziamenti "intimati senza giustificato motivo oggettivo”.  

Lo Statuto venne approvato nel pieno di un imponente sviluppo delle lotte sindacali, specie delle operaie e degli operai delle grandi fabbriche (“l’Autunno caldo” del 1969) e dei sommovimenti sociali e culturali provocati dei movimenti studenteschi sviluppatesi nelle università e nei licei nel corso del 1968/1969. Anni intensi di partecipazione politica, di lotte sociali, di mutamento profondi dei costumi. (Il giorno in cui si approvò lo Statuto, la commissione senatoriale competente approvava la legge sul divorzio). Quegli anni dettero certamente la spinta decisiva a che lo Statuto venisse approvato. Ma guai se dimenticassimo quanti si batterono lungo gli anni ’50 e ’60 perché, come si diceva allora, la “Costituzione entrasse nelle fabbriche”.

Difensori dei diritti dei lavoratori

Il primo a porre la questione, già nel 1952, fu l’indimenticabile Peppino Di Vittorio (segretario generale della CGIL) sottolineando la necessità che venisse approvato uno “Statuto” per i lavoratori”. La tutela dei diritti sindacali era tutt’uno con la tutela dei più elementari diritti dei singoli lavoratori. È storia delle repressioni in fabbrica, dei licenziamenti per rappresaglia politica e sindacale, dei reparti confini e di ogni possibile forma di discriminazione; storia che è ampiamente stata scritta (anche se temo che le giovani generazioni poco la conoscono e soprattutto sappiano cogliere il suo elemento fondamentale di lotta per la libertà e per i diritti di tutti).

Voglio qui ricordare le parole che pronunciò Pietro Nenni a Torino nel 1955, nel pieno della repressione Fiat di ogni pur minima iniziativa sindacale: “L’intimidazione, il ricatto, la rappresaglia sono armi quotidiane…gli operai sono spiati, costretti alle loro macchine come automi…si è introdotto il sistema delle perquisizioni all’ingresso della fabbrica ai fini di impedire l’introduzione di fogli di propaganda” e degli stessi giornali “non amici”, quali “L’Unità” e “L’’Avanti”.

Parole che altri dirigenti del movimento operaio pronunciarono con altrettanta forza in Parlamento (Togliatti, Di Vittorio, Giancarlo Pajetta, Santi, Pertini, Lombardi, Sulotto ecc.). Concorsero a sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema alcuni importanti intellettuali (Moravia, Bobbio, Antonicelli), che seppero rompere il muro del silenzio attorno a quei soprusi. Decisive furono le testimonianze degli operai licenziati e discriminati. 

I licenziamenti alla Fiat

Per stare al nostro Piemonte è storia nota il licenziamento da parte della Fiat di oltre 5.000 lavoratori: dirigenti sindacali, attivisti, semplici lavoratori che non si piegavano alle prepotenze padronali. La Fiat fu certamente un caso emblematico: tanto da provocare la costituzione di una Commissione di inchiesta sulla condizione degli operai nelle fabbriche italiane da parte del Parlamento, le cui conclusioni suscitarono un ampio eco non solo in Italia. Chi veniva licenziato per attività politica e sindacale difficilmente veniva assunto da un’altra fabbrica (con l’eccezione, talvolta, della Olivetti).

Fu in conseguenza di questa difficoltà a ricollocarsi nella produzione, che si diffuse nel Nord il fenomeno della nascita delle “boite” (piccole e piccolissime officine) in cui gli “operai di mestiere” licenziati e senza lavoro ricercavano, non di rado con successo, una nuova dimensione professionale.

Né si può dimenticare quanto emerse negli anni ’70, grazie ad una indagine condotta dall’allora giovane pretore Guariniello, circa la sistematica opera di spionaggio condotta dalla Fiat verso lavoratori, sindacalisti, politici, con la complicità di interi apparati dello Stato.

Anche nella provincia di Asti non pochi furono gli atti di soprusi e di violenze verbali; numerosi furono i licenziamenti generati dal clima di repressione sindacale; gravi limitazioni furono imposte alle attività sindacali. Una curiosità storica: nella metà degli anni ’50 nelle elezioni aziendali in Italia si assistette ad un vero e proprio crollo dei consensi nei confronti della CGIL. Anche ad Asti ci si aspettava un crollo dei consensi soprattutto nelle fabbriche metalmeccaniche ed alla Way Assauto in particolare. Al contrario non solo non ci fu alcun crollo ma i consensi a favore della FIOM CGIL arrivarono al 75% e questo nonostante ci fosse una vera e propria aggressione politica nei confronti della FIOM e dei suoi militanti. Tutto ciò nonostante si procedesse a licenziamenti dei comunisti di cui rimase vittima anche Celestino Ombra, che era stato nominato direttore dello stabilimento subito dopo la Liberazione.

Dobbiamo essere grati a Secondo Amerio, Luigi Viola, Olga Marchisio, Secondo Cossetta, Giovanni Vogliolo e tanti altri che seppero resistere e tenere alto, con la loro azione ed il loro lavoro, l’onore del sindacato e della CGIL astigiana.

La conquista dello Statuto

Dunque lo Statuto non “nacque dal cielo”, ma fu frutto di una lunga e dolorosa lotta. Fu una conquista che fece fare un salto in avanti alla civiltà politica e giuridica del nostro Paese. Non per caso nella sua replica al dibattito parlamentare che precedette l’approvazione della legge, il ministro del lavoro Carlo Donat Cattin (già segretario della CISL torinese) ringrazierà, e ricorderà il contributo dato dal ministro socialista Giacomo Brodolini, già sindacalista della CGIL - che promosse la legge e ne preparò l’ossatura e non poté portarla a conclusione in quanto morì nel 1969 –, Gino Giugni, che presiedette e coordinó il gruppo di lavoro che redasse la legge e molti altri che seppero difendere la legge dai molti “assalti” ispirati dalla Confindustria e dalla destra politica e sociale, che si oppose tenacemente all’approvazione di essa. Non dimentico di citare Egidio Sulotto (Torino 1908-1999) tecnico disegnatore alla FIAT, promotore della “macchinetta” proposta dai sindacati negli anni ’50 al fine di rilanciare la produzione di massa e licenziato da Valletta. Sulotto divenne poi segretario della Camera del Lavoro di Torino e fu un combattivo parlamentare comunista per tre legislature, nel corso delle quali non solo denunciò soprusi, ma fu tra i promotori della riforma della legge sulle pensioni e di numerosi altri provvedimenti a favore dei lavoratori.

Il voto parlamentare e le battaglie per l’attuazione della legge

Sulla legge dello Statuto i parlamentari comunisti e quelli del PSIUP (Partito socialista di unità proletaria) si astennero, in quanto, ritennero che la legge “lasciasse ancora molte armi, sullo stesso piano giuridico, al padronato”. In particolare i comunisti contestarono l’inefficacia della legge alle aziende con meno di 15 dipendenti e la negazione del diritto di “assemblea politica”. Critiche, a giudizio di chi scrive, che non inficiavano la complessiva struttura positiva della legge.

Iniziò subito la difficile battaglia sindacale e politica per far rispettare la legge. Essa fu sottoposta agli attacchi del padronato (sovente utilizzando la stampa compiacente) a escamotage per non applicarla, ad interpretazione distorsive. Battaglia che raccolse ampi consensi e possiamo ben dire che lo Statuto ha dimostrato nei cinquant’anni trascorsi dalla sua approvazione di svolgere una importante azione di tutela dei singoli lavoratori e rappresenta tutt’ora una grande conquista del Movimento operaio e sindacale. Di essa poterono avvalersi migliaia di lavoratori e i sindacati trovarono finalmente, oltre al riconoscimento della legittimità della loro rappresentanza in fabbrica, gli strumenti per contrastare anche sul piano del diritto, oltre che attraverso l’irrinunciabile strumento della loro forza organizzata e della loro capacità di iniziativa rivendicativa e di tutela. In sostanza lo Statuto consentì ai sindacati di concorrere ad affermare i diritti costituzionali in fabbrica.

Attacchi allo Statuto

Va ricordato che a partire dagli anni 90, nel corso dei quali si attenuò l’iniziativa sindacale che da “offensiva” assunse prevalenti caratteri “difensivi” delle conquiste passate, inizió una nuova stagione di attacchi allo Statuto. Essi furono favoriti anche dal mutato clima politico e dalla crisi dei partiti che scrissero la Costituzione “fondata sul lavoro”, nessun partito di allora è oggi presente in Parlamento, e che approvarono lo Statuto (e le numerose riforme sociali e politiche che caratterizzarono gli anni ’70 e parte degli anni ’80).

Un ruolo fondamentale nel mutamento di clima lo svolsero le politiche industriali legate all’insorgere della crisi economica e al conseguente avvio della pesante ristrutturazione e riorganizzazione produttiva, la quale vide impegnati principalmente i settori industriali più avanzati. Tutti abbiamo negli occhi i grandi cortei che attraversavano la città per contestare i licenziamenti collettivi, il ricorso sistematico alla Cassa integrazione, la chiusura degli stabilimenti.

Sotto questo profilo di grande rilievo per le relazioni industriali, fu la decisione di Marchionne di denunciare il contratto collettivo di lavoro e di uscire dalla Confindustria: introducendo un nuovo paradigma nelle relazioni sindacali del Paese.

Fu in questo mutato clima politico e sindacale, che si avviarono sul piano politico e contrattuale, nuovi e diversi attacchi (per qualità e intensità) allo Statuto. Nota è l’iniziativa di Berlusconi volta a modificare sostanzialmente lo Statuto e in particolare l’articolo 18. Attacco a cui rispose una gigantesca manifestazione di lavoratori promossa dalla CGIL (segretario Cofferati) al Circo Massimo a Roma (si parlò di tre milioni di lavoratori mobilitati).

Anche i radicali, guidati da Pannella, avanzando motivazioni “liberali”, si proponevano, nella sostanza, di distruggere lo Statuto, in particolare nella parte in cui vi era e vi è riconosciuto il diritto di organizzazione dei sindacati e la possibilità di un effettivo esercizio di questo diritto. Pannella promosse referendum parzialmente abrogativi nel 2000 e nel 2003: entrambi senza successo.

In parallelo si è anche sviluppata una iniziativa della CGIL finalizzata ad integrare lo Statuto nella parte che nel tempo sono emerse come manchevolezze non più accettabili (quali, ad esempio, il tema della rappresentanza effettiva dei sindacati, che portò a modificare l’art. 19, e della estensione dei diritti previsti dallo Statuto anche alle imprese con meno di 15 dipendenti, in questo caso senza successo).

Jobs act

Prima con la legge 30 e, più recentemente, con il governo Renzi e l’introduzione del jobs act, ha eliminato l’art.18, assumendo provvedimenti volti a disciplinare diversamente i rapporti in azienda, attraverso il criterio delle “tutele crescenti”. Detto principio potrebbe anche essere condiviso se esso effettivamente agisse in progressione, riconoscendo via via ai lavoratori, nel corso della loro attività professionale, un maggior numero di tutele. Ma così non è. Per ridurre il concetto all’essenziale si può parafrasare una antica parola d’ordine del sindacato: “non si monetizza la salute”; oggi noi diciamo:non si monetizzano i diritti”. Se di fronte ad un diritto negato, ad un sopruso quale quello del licenziamento si pensa che sia sufficiente dare qualche soldo al lavoratore, si torna indietro di cinquant’anni.   

Per questo la CGIL sostiene che i provvedimenti assunti hanno concorso a modificare pesantemente i rapporti di forza tra lavoratori e aziende: in particolare delle lavoratrici e dei lavoratori che lavorano in aziende nelle quali il sindacato ha scarsa presenza o addirittura, per vari motivi, è assente. Si è passati, in sostanza, dalle tutele rigorose previste dallo Statuto al principio della monetizzazione dei diritti negati (in caso di licenziamento non si accetta il reintegro del lavoratore anche in presenza della sentenza di un giudice, ma si paga ad esso una somma volta a chiudere il contenzioso).

Così facendo si introduce anche una difformità tra i lavoratori che continuano ad essere tutelati dallo Statuto, se assunti prima della introduzione del Jobs act, e quelli assunti successivamente. Per questa via si è introdotto una ulteriore discriminazione tra lavoratore e lavoratore e, in particolare, si è introdotta una ulteriore discriminazione verso le lavoratrici le quali, come ci ha insegnato il movimento delle donne, traggono anche dalla loro unità e dalla forza delle leggi di tutela l’energia per progredire e abbattere le barriere che ancora le separano da una compiuta parità di genere.

La stagione delle riforme a confronto con l’oggi

Non sfugge certo al sindacato la profonda differenza tra gli anni in cui lo Statuto venne pensato e approvato e quelli odierni. Nel 1970 c’era la piena occupazione ed un clima di lotta positivo (non solo dei lavoratori, ma dei giovani, delle donne, di vari movimenti rivendicatori di nuovi diritti e di vasti strati di opinione pubblica) che concorsero a cambiare radicalmente, attraverso la promulgazione di leggi innovative il Paese. Leggi le quali, per un verso accoglievano gli intervenuti mutamenti nella cultura e nel costume delle italiane e degli italiani e, per altro verso, spingevano il movimento in direzione di nuovi ambiziosi traguardi. Su questa spinta nacque una grande stagione di riforme che hanno consentito all’Italia di ricuperare ritardi di decenni: la nascita delle Regioni; l’introduzione del divorzio e del nuovo diritto di famiglia e della tutela della maternità e alla gravidanza consapevole; la legge sulla parità salariale; l’introduzione del Servizio sanitario nazionale (la cui importanza abbiamo potuto cogliere in questi mesi di pandemia); la legge che cancellava i manicomi, ecc.

Oggi non ci sono più le condizioni presenti nel maggio del 1970 e di ciò il primo ad averne piena consapevolezza è il sindacato. Oggi viviamo in un clima di incertezza, aggravato dal COVID-19, e di insicurezza: specie nei luoghi di lavoro. Siamo in presenza di una forte disoccupazione, che colpisce in particolare i giovani e le donne. Quando il lavoro si trova esso è all’insegna della “flessibilità, della precarietà e del sotto salario”.

Anche per queste ragioni il sindacato guarda non solo ai lavoratori delle fabbriche e degli uffici. Esso è seriamente impegnato a comprendere quali tutele sia possibile introdurre a favore del vasto mondo del precariato, delle false partite Iva, delle finte cooperative, del pulviscolo dei “lavoretti” che non offrono prospettive.

La Carta dei diritti universali dei lavoratori

La battaglia dei diritti è oggi forse più difficile di ieri: ma essa non è meno necessaria. La CGIL su questo fronte è oggi più che mai impegnata, anche sperimentando strade nuove. Per questo nel 2017 la CGIL ha promosso una grande campagna a sostegno di una proposta di legge popolare tesa a introdurre una nuova “Carta dei diritti universali dei lavoratori”, che riguarda tutte le categorie dei lavoratori: a tempo determinato, indeterminato, partite Iva, collaboratori occasionali e a progetto, ecc. Una iniziativa che è stata sostenuta e sottoscritta da tre milioni di lavoratori e che, come nel 1970, chiama in causa il Parlamento.

È ben evidente che “La Carta dei diritti” opererà anche come piattaforma rivendicativa: essa vuole essere una guida per l’azione; uno stimolo per le forze politiche e sociali. Essa intende porre le basi politiche e culturali per sostenere le lotte che abbiano come sbocco una nuova stagione dei diritti. Diritti di tutti: qualunque sia il sesso, l’età, il lavoro, il luogo di provenienza e di residenza, il proprio orientamento sessuale o di culto. Di questa battaglia non ha solo bisogno la CGIL, ma l’Italia intera. E’, questa, l’unica via per uscire dalle terribili ristrettezze di visione in cui si trova la sua classe dirigente e avviare una nuova fase di crescita e sviluppo del Paese.

Tags: lavoro, sindacato Cgil, diritti civili

 


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