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Lina Borgo Guenna un “miracolo di attività”

di: Laurana Lajolo

Biografia

Lina Borgo Guenna è stata un’educatrice molto importante per la città di Asti, dove dal 1911 al 1932 (anno della sua morte) gestì istituzioni laiche, facendo interessanti esperienze didattiche. Diresse l’Asilo (denominato Educatorio Infantile nel 1915), l’Orfanotrofio maschile e il doposcuola durante la prima guerra mondiale e quindi l’asilo nido Onmi nel 1929. Ma la sua formazione culturale e pedagogica era avvenuta a Novi Ligure, dove era nata nel 1869 in una famiglia borghese colta, e ad Alessandria, dove visse dal 1895 al 1911, dopo il suo matrimonio con Enrico Borgo, collaborando a giornali socialisti e allevando i figli. Alimentò sempre curiosità e interessi culturali e di impegno sociale. Rimasta vedova, accettò all’inizio del 1911 l’incarico di dirigere l’asilo laico di Asti, voluto dalle maestranze della società cooperativa Vetreria Astigiana per i figli delle famiglie operaie e intitolato al pedagogista anarchico Francisco Ferrer, giustiziato dal governo spagnolo nel 1909. Nel cospicuo fondo depositato nell’Archivio storico del Comune di Asti sono conservati documenti e pagine autografe di Lina: appunti, saggi sul metodo, annotazioni sui problemi educativi incontrati giorno per giorno, relazioni annuali, lettere, note spese; una congerie di carte che attesta la funzione originale ed insostituibile di Lina Borgo nel sistema educativo della città, stabilendo un forte legame tra la scuola, il quartiere operaio e la città. Per i suoi funerali  i dirigenti delle due fabbriche più importanti, Way Assauto e Vetreria, autorizzarono gli operai a sospendere il lavoro e a seguire il feretro.

La donna

Una vita intensa, difficile, appassionante quella che toccò di vivere a Lina Borgo Guenna (Novi Ligure 1869-Asti 1932), in cui confluirono le traversie personali e i grandi avvenimenti storici. Per la sua formazione culturale aperta e gli ideali umanitari, per le innovative esperienze di lavoro e gli ambiti riconoscimenti professionali, per le sue doti umane e la grande dedizione al lavoro la sua presenza diventò un modello per coloro che ebbero rapporti con lei e il suo ricordo si protrasse molto a lungo.

Lina Borgo Guenna fu una donna autorevole e libera, pur se condizionata da necessità cogenti personali e sociali, anticipando convincimenti ed atteggiamenti riguardo al ruolo pubblico e privato della donna che si diffusero nella seconda metà del Novecento. Non rivendicò i suoi diritti di donna, ma li impose con naturalezza e convinzione, come dato di fatto senza soggezioni, e non dimenticando di usare una sottile vena di seduzione nei confronti degli amministratori e dei benefattori delle istituzioni educative. Non rinunciò all’eleganza sobria della sua femminilità, pur esercitando con severità la sua autorità.

Seppe usare con finezza le parole, comporre testi, scrivere con proprietà le sue ragioni e le sue aspirazioni. Aveva uno sguardo potente e insieme dolce e lievemente malinconico, accattivante. Diede un alto valore simbolico all’uso della parola, definendosi una “chiacchierona” nelle lettere d’amore al marito Enrico e illustrando il senso educativo ed evocativo della narrazione e della conversazione nei suoi testi didattici. La parola come legame spirituale, razionale e sentimentale insieme, tra lei, le insegnanti e i bambini, la parola come acquisizione di sapere e quindi di comprensione del mondo per i figli dei lavoratori.

L’emancipazione della condizione operaia fu la guida del suo lavoro, ciò che diede senso ai suoi sforzi e ai suoi sacrifici. Era convinta della supremazia della scuola sull’educazione familiare, perché la conoscenza permetteva il miglioramento degli uomini e delle donne e quindi della società. Il suo piccolo Asilo laico fu il fulcro della vita sociale del nuovo quartiere operaio di Asti, fu il punto di riferimento di tutte le attività assistenziali e comunitarie durante il terribile periodo della guerra barbara. Fu un presidio sanitario quando la febbre spagnola colpì la popolazione, fu il ricovero umanitario ed educativo per gli orfani di guerra. E fu un luogo di cultura laica in una città conservatrice.

Lina Borgo condusse una sperimentazione educativa unica nel suo genere con forza di volontà, con consapevolezza ideale, con capacità operativa, superando difficoltà molto aspre: fu un miracolo, come ebbe a dire lei stessa in qualche occasione. Semmai sacrificò il tempo dedicato ai suoi figli a favore dei bambini dell’Educatorio, perché era lì, in quell’edificio accanto alla Vetreria, che c’era la sostanza della sua esistenza. E le figlie considerarono l’istituzione il loro vero luogo familiare, in cui Lina era per loro madre e direttrice insieme. Fu una donna sola, ma tra i suoi bambini trovò amore e socievolezza.

Lina seppe esprimere amore e passione. Il suo cuore di pietra s’innamorò tardi, a ventisei anni, ma intensamente di Enrico, un giovanotto più giovane di lei, più fragile nel carattere, un po’ indolente ma ambizioso. E lei diventò il suo angelo (come la definiva abitualmente Enrico nelle sue lettere ardenti durante il fidanzamento) e gli diede forza, nel volerlo grande, nobile e fiero. Fu amante e preziosa collaboratrice in campo culturale e politico. Con lui costruì una grande famiglia: nove figli in tredici anni.

E poi trasferì quella ricca esperienza materna nell’impegno pedagogico verso i bambini delle classi meno abbienti, lavorando per la loro emancipazione culturale e sociale. Rifiutò nettamente l’idea dell’Asilo come assistenza, come beneficenza dei ricchi, anche se si adoperò indefessamente per ottenere contributi e finanziamenti. La scuola era un diritto per i figli degli operai, era la chiave per entrare da uomini liberi nella società e nel mondo del lavoro, ma era anche un dovere per migliorare la propria indole e dare il proprio contributo allo sviluppo collettivo. Lina lavorò nell’Asilo per il progresso sociale e civile dei lavoratori.

Il metodo educativo

Attraverso il gusto della parola, la composizione di testi teatrali, l’amore per la musica colta e per l’arte riuscì a esprimere la sua ricca creatività, accompagnandola sempre con un forte senso dell’organizzazione che fece sì che l’esperienza educativa di Asti diventasse un modello. Il suo metodo, mutuato dai più avanzati pedagogisti del tempo, non fu la pedissequa applicazione di un progetto teorico astratto, ma una continua ricerca sul campo, una definizione precisa degli obiettivi e un’osservazione attenta dei risultati, commisurandoli con la realtà sociale del quartiere e con gli orientamenti e i condizionamenti della società.

Non le piacque copiare, ma, traendo spunto dalle condizioni concrete, le piacque inventare le modalità del lavoro educativo, come quando rielaborava le poesiole e le canzoncine tradizionali per i suoi bimbi o preparava i saggi finali o utilizzava brani musicali d’autore per abituare i bimbi al bello. E non si fermava alla contemplazione estetica, pretendeva che i bimbi stessi diventassero essi stessi creatori delle diverse espressioni artistiche.

Ai bambini, da quelli di tre anni agli orfani di guerra, proponeva riflessioni sui grandi ideali: sul senso della pace e del lavoro, dei doveri di buoni cittadini e di uomini liberi. Non faceva differenza di educazione tra le femmine e i maschi, tutti erano inseriti in un percorso educativo creativo ed armonico verso la consapevolezza.

Lina si esercitò, seppure in condizioni molto difficili, a progettare e a dare compiutezza alle sue esperienze e alle sue intuizioni. Fu una guida sicura ed autorevole per le insegnanti, verso le quali profuse molto del suo impegno formativo. Era convinta che le insegnanti dovessero esercitare un’educazione materna, ma dovessero anche avere una specifica preparazione, non affidandosi all’intuizione, ma ancorandosi al metodo didattico.

Le tre istituzioni laiche

Fu una rassicurante presenza per gli amministratori con la sua quotidiana capacità di risolvere problemi piccoli e grandi e di dare dignità all’istituzione. Fu un riferimento etico ed affettivo insostituibile per i bambini, accogliendoli in un senso vasto di maternità. Se manca Lei manca tutto…,  scrisse un giorno un orfano.

Non amava parlare dei suoi sentimenti, ma sapeva esprimere con parole appropriate l’affetto per le figlie, la riconoscenza verso le sue insegnanti, il senso materno verso i suoi bambini.

Fu nel periodo tragico della guerra, quando le famiglie furono disgregate e spezzate, quando le donne furono costrette al lavoro in fabbrica mentre i mariti erano al fronte e i figli senza assistenza, e in quello problematico del dopoguerra che Lina fece i suoi migliori miracoli, dimostrando una capacità di lavoro e un impegno morale straordinari. Le tre istituzioni laiche, Educatorio, Doposcuola e Orfanotrofio, accolsero in vario modo circa un migliaio di ragazzi, assicurando per ogni fascia di età e per ogni esigenza interventi educativi diversificati, e insieme vitto, igiene, attività ricreative e sociali.

Lina fu aiutata dal presidente Penna, dal sindaco Vigna e da altre persone influenti della città, ma fu lei il fulcro su cui ruotò tutto, fu lei a proporre gli orientamenti pedagogici e i criteri organizzativi, fu lei a dare dignità educativa all’opera di assistenza, fu lei a tenere i collegamenti con le famiglie e a infondere nei ragazzi e nelle loro madri la speranza della pace e del ritorno alla normalità. Espresse un ideale di patria non infarcito della retorica militaresca, ma vincolato agli affetti e alle necessità delle famiglie, anche se con i toni enfatici richiesti dalla gravità del momento, molto diversi da quelli misurati e ricercati a lei abituali.

Proprio quella fase, tragica per la storia della nazione e per la sua storia personale, angosciata per i figli al fronte e affaticata dall’impegno massacrante, fu il periodo più significativo e innovativo della sua esistenza e del suo lavoro.

Poi vennero i contrasti sociali e politici del dopoguerra, quando Lina sottolineò con lucidità i rischi di crisi e di disgregazione sociale. E venne il regime dittatoriale, con cui Borgo dovette convivere per necessità e comunque senza clamorose opposizioni, agendo con diplomazia rispetto alle disposizioni dei gerarchi.

Come erano lontani i tempi del socialismo alessandrino e delle convinzioni laiche dell’Asilo Francisco Ferrer, ma per lei era essenziale non allontanarsi dall’Educatorio, il luogo della sua vita, anche se nell’ultimo decennio molto dello slancio iniziale era andato perduto e molto era stato consolidato in un metodo collaudato.

L’ultimo suo ritratto fissò un volto ancora bello con un’espressione intensa e malinconica, come se Lina stesse ripensando alla sua esistenza vissuta nella generosità verso gli altri e nella passione per il suo lavoro.


Nella foto: Lina Borgo con le insegnanti e la figlia Enrica.

Laurana Lajolo è coautrice con Agnese Argenta, Graziella Gaballo, Luciana Ziruolo del volume Lina Borgo Guenna. Un’esperienza educativa laica, Israt, Isral, 2009

 

Tags: scuola, educazione, umanità

 


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