Venerdì 29 marzo 2019 - ore 15,30

Piazza Leonardo da Vinci, 22 Asti

Slider
itenfrdeptrorues

La shoah nera

di: Paolo Crivelli, medico e volontario in Africa

La deportazione degli africani

Più di 300 anni milioni di giovani africani furono deportati al di là dell’Atlantico in condizioni disumane. Trecento anni di rastrellamenti, cacce, imboscate portate avanti da marmaglia bianca predatrice.

Dall’esportazione di forza lavoro derivarono in Africa spopolamento, ristagno economico, degenerazione politica, impoverimento civile, fino a che l’Europa arrivò anche a imporre il dominio territoriale con la conferenza di Berlino (1884-’85), dove principalmente Inghilterra e Francia, ma anche Belgio, Germania e Portogallo si divisero tra loro l’intero continente. La liberazione, avvenuta nella seconda metà del XX secolo, in realtà è stata un’unificazione brutaleDa 10.000 piccole aggregazioni umane, comunità a misura d’uomo, dove vigevano leggi di fratellanza e condivisione, a non guardare, con 1 uomo di cuore non vuole moltoschiocca lePaesi grandi, aggregati con il ferro ed il fuoco senza nessun rispetto delle precedenti unificazioni.

I primi contatti tra Europei e Africani sono stati di pessima qualità in tutti i sensi soprattutto perché i bianchi erano per lo più marmaglia predatrice, criminali, mercanti di schiavi. Raramente capitava gente diversa come missionari in gamba, viaggiatori, studiosi appassionati. Il senso di superiorità, anche dei missionari, nei confronti degli indigeni non conosce ere. Non è necessariamente un sintomo di cattiveria, piuttosto è come un fluido che ti penetra senza che te ne accorga. Era un preconcetto che ironicamente faceva parte del linguaggio del grande Montesquieu, filosofo, giurista, storico, noto pensatore politico francese, considerato il fondatore della teoria politica della separazione dei poteri. In uno dei suoi libri più importanti Esprit des lois  aveva scritto: “Non è possibile mettersi in testa che Dio, che è un essere saggio, abbia messo un’anima, soprattutto se buona, in un corpo tutto nero…”. Il rifiuto d'umanità ai negri era, per Montesquieu, una forma di "falsa coscienza" dell'uomo europeo: ammetterla obbligava infatti quest'ultimo a dubitare dei propri principi cristiani.

La storia precoloniale dell’Africa e l’eurocentrismo

L’interno del continente africano è stato per molti anni difeso dal pesante clima africano, morbi micidiali, mancanza di strade. Per esempio il cavallo non è mai esistito in Africa Nera poiché il clima non ha mai permesso il suo adattamento anche per le diverse malattie proibitive per gli equini occidentali. Le isole invece sono sempre state il punto di attacco, ventose applicate al continente per succhiare oro, avorio, gomma, legnami preziosi, tante materie prime, prodotti agricoli tipicamente tropicali al minor costo possibile.

Nell’intera epoca coloniale è dato per scontato che gli africani sono selvaggi. Anche nella tradizione accademica più recente, professori illustri di storia, dalle cattedre di Oxford arrivarono a dire “Forse, in futuro, ci sarà una qualche storia africana da insegnare; ma al momento non c’è n’è alcuna, c’è solo la storia degli europei in Africa. Per quanto concerne gli africani ci sono solo le improduttive giravolte di tribù barbariche in angoli del globo pittoreschi ma trascurabili”. In realtà l'Africa ha la storia più antica del mondo, che gli Europei per molti anni non hanno colto perché sempre eurocentrici.  Si deve sicuramente ancora oggi scoprire gran parte della storia precoloniale dell’Africa. Anche perché non è mai mancato chi ritenesse che la cultura europea, il cristianesimo fossero associate al concetto di civiltà, mentre la cultura dell’Africa, il paganesimo significasse barbarie. La decolonizzazione delle menti va molto più a rilento di quella politica.

Gli antichi regni 

Certamente pochi sanno che nel 1518 fu consacrato un vescovo nero all’età di soli ventitré anni. Papa Leone X concesse l’ordinazione a vescovo Henrique figlio di Afonso I re del Congo, una regione africana che non corrisponde all’attuale Congo, ma ad una parte settentrionale della attuale Angola. Henrique dopo l’ordinazione fu inviato come vescovo ad Utica in Tunisia.

I re del Congo del secolo XIV scrivevano lettere che potrebbero andare negli Atti degli Apostoli per la loro spiritualità, dignità e bellezza. C’era da tempo, presso la foce del fiume Congo, un grande regno. Le sue origini si perdono nella smarrita tradizione orale africana. Le prime cronache europee che la raccolgono sono confuse e contraddittorie, ma si presume esistesse da un secolo almeno nei primi anni del tredicesimo secolo, quando i portoghesi sbarcarono in quel regno. Di certo era un reame ben organizzato, dalla complessa struttura sociale e amministrativa, capace di sfruttare le ricchezze del sottosuolo, dotato di cospicua forza guerriera con una propria moneta, un’amministrazione della giustizia ed un culto pagano. L’arrivo dei portoghesi portò il cristianesimo. Ma già all’inizio del Cinquecento le cose presero un'altra piega. Una cosa era l’aulico carteggio che i Mani Congo intrattenevano con i loro fratelli cristiani del Portogallo, un’altra i rapporti economici spesso brutali, quando non di rapina.

Il regno di Aksum è un altro esempio rappresentativo di uno stato africano ricco di civilizzazione indigena sviluppatosi per un periodo lungo per più di 2000 anni, famoso anche per la costruzione degli obelischi, meravigliosi blocchi di pietra lavorati, levigati e poi eretti sulle tombe dei loro leader, che si pensa fossero trasportati dalle cave distanti chilometri con l’aiuto di elefanti. Le più pesanti si è calcolato pesassero più di 700 tonnellate. Queste usanze sono poi state abbandonate da questo popolo, quando il re nel terzo secolo si converte al cristianesimo. Gli aksuniti hanno sviluppato la loro scrittura chiamata Geez dalla quale è derivata la lingua attuale dell’Etiopia.

La tradizione orale

Gli africani hanno di solito la sola tradizione orale; le loro storie, i loro sentimenti religiosi, i canti, le danze, i rituali si tramandano attraverso le narrazioni verbali. I vecchi, avendo vissuto molte stagioni e avendo ascoltato i padri e i padri dei loro padri, sanno prevedere l’andamento delle piogge e riconoscere i primi sintomi della siccità, conoscono i segreti degli animali e delle piante, i tradizionali rimedi delle erbe e i riti per ingraziarsi gli dei ed evitare la loro ira. Gli anziani sono la biblioteca in cui è riposto tutto ciò che occorre alla comunità per sopravvivere e prosperare. Come nei branchi di elefanti, dove sono le vecchie matriarche a guidare i giovani all’acqua e ai pascoli, i vecchi guidano il villaggio sulla strada giusta.

Amadou Ba dice: “ In Africa quando un vecchio muore, è una biblioteca che brucia “. 

Il gong

Soprattutto in Africa centrale e dell’ovest ho visto il gong del villaggio. E’ un tamburo a fessura, che consiste in una sezione di tronco di albero incavata e permette di produrre due toni uno alto ed uno basso, in tal modo si possono mandare messaggi anche a lunghe distanze. Quando l’aria è fresca, come al mattino presto o la sera tardi, i messaggi possono diffondersi anche per dieci chilometri. Il loro linguaggio tambureggiato è straordinariamente ingegnoso ed efficace. Le informazioni non vengono immagazzinate per il futuro, ma diffuse immediatamente nella regione e condivise con la comunità. Gli esploratori ottocenteschi non si spiegavano come mai le comunità dei villaggi, in cui sbarcavano, fossero già da tempo al corrente del loro arrivo. Quando appresero che un messaggio tambureggiato poteva percorrere seicento chilometri in ventiquattro ore lo definirono il telegraphe de brousse.

La storia africana precedente la colonizzazione è stata molto variegata e ora è conosciuta grazie a studi storici. L'assenza di fonti scritte ha previlegiato l'archeologia, l'etnobotanica, la glottocronologia (cioè la datazione a partire dal tempo di differenzazione tra lingue di origine comune). La genetica permette di datare i movimenti di popolazioni e sincretismi culturali antichi.

Il missionario Livingstone

Tra i primi missionari che capirono quelle comunità non si può non citare David Livingstone. Morì di malaria e o verosimilmente di febbre  tifoide il 4 maggio del 1873 ed è stato definito dai contemporanei uno dei più grandi martiri missionari protestanti, esploratore scientifico inarrestabile e medico tropicalista.  Fu uno dei primi che auspicò una crociata contro la schiavitù. Animato dall’ossessione di scoprire le sorgenti del Nilo, è stato uno dei primi scopritori dell’interno del continente africano. A differenza di Stanley, Speke e Burton suoi contemporanei, a Livingstone stavano a cuore anche le popolazioni indigene. In una lettera all’editore del giornale “New York Herald” scrisse: “Se la scoperta dei soprusi contro i diritti umani in Ujiji porterà  alla soppressione della schiavitù in Africa orientale, io considererò  questo  fatto molto più importante che la possibile  scoperta delle sorgenti del Nilo”.

Il cuore di Livingstone è stato sepolto dove lui morì, sotto un grande albero in una regione occidentale del Paese che noi oggi chiamiamo Tanzania e c’è ancora il suo Memorial. Il corpo di Livingstone è stato praticamente mummificato   dai suoi servitori fedeli in particolare da David Susi e James Chuma che avevano per lui un affetto paterno. I due, che erano stati schiavi ed avevano riacquistato la libertà grazie proprio a Livingstone, hanno successivamente avuto l’opportunità di fare un viaggio in nave e visitare l’Inghilterra. Si erano guadagnati questa ricompensa poiché avevano trasportato per alcune migliaia di chilometri fino alla costa a Bagamoyo il corpo del loro padre putativo. Un viaggio di 1.500 miglia per percorrere i quali furono necessari più di otto mesi. I Britannici ebbero così il corpo per celebrare a Londra i funerali solenni. 

Il razzismo europeo e il primo Olocausto

I popoli africani, salvo rare eccezioni, non appartenevano ai popoli del libro, come gli ebrei, ma in comune con gli ebrei, l’Africa Nera ha sicuramente la shoah. La shoah nera è cominciata alla prima metà del XV secolo ed è stata la più lunga e la più grande ecatombe della storia.

Il filosofo dell’idealismo tedesco Hegel nel suo libro La filosofia della storia (1882) considerò l’Africa storicamente non interessante: “Il negro rappresenta l’uomo nella sua totale barbarie e sfrenatezza. Nel suo carattere non si può trovar nulla che abbia il tono dell’umano”.

Ma fu il razzismo tedesco a manifestare tutta la sua barbarie sotto la guida del generale Lothar von Trotha, che sterminò gli Herero per soffocare la resistenza anticoloniale. Fu il primo Olocausto del Novecento. A distanza di oltre un secolo, gli Herero hanno preteso da Berlino due miliardi di dollari di risarcimenti, ma la Germania ha ritenuto di aver già regolato i conti con il passato, avendo fornito undici milioni di euro in aiuti economici all’ex colonia. Nel 2014 gli Herero hanno riavuto indietro un carico di bauli: contenevano i teschi di decine di civili uccisi dai soldati del Reich e trasferiti a Berlino per esperimenti scientifici.

Le stime di molti studiosi dicono che la tratta atlantica è costata tra i novanta e i 100 milioni di vittime, ma ci sono stime anche superiori fatte da A. Ducasse che parla di 150 milioni o di Leopold Senghor che ne segnala 220 milioni.

Non ci sono statistiche attendibili sulla mortalità prima dell’imbarco. Joseph Miller ha stimato che per ogni 100 persone, ridotte in schiavitù, per l’esportazione dall’Angola, nell’ultima decade del XVIII secolo, 10 potevano morire durante la raccolta, 22 lungo il percorso fino al mare, 10 nel centro di raccolta delle città costiere, 6 nel corso della navigazione e 3 nelle Americhe prima di iniziare a lavorare nelle piantagioni, in sostanza poco più della metà finivano a lavorare come schiavi.

Il massacro cominciava con il raid nel villaggio, dove era ammazzato chiunque si opponesse alla razzia; continuava con lo sterminio dei vecchi e dei malati, mentre le madri erano separate dai bambini, che erano gettati alle iene e agli sciacalli perché rallentavano la marcia e non avevano nessun valore commerciale. Sulle navi negriere molti preferivano la morte alla schiavitù: rompevano i vascelli e sceglievano la libertà affogando negli abissi dell’oceano. Il “middle passage” non era soltanto violenza, brutalità e morte, ma anche una testimonianza di coraggio e di resistenza. Con la perdita della libertà i neri non rinunciavano al diritto di morire digiunando fino all’ultimo e i negrieri ricorrevano all’alimentazione forzata. Avevano inventato lo speculum oris, un apribocca metallico, di cui facevano mostra i fabbri di Liverpool o di Nantes, che lavoravano molto per gli schiavi. Quando visitai l’isola di Goreé, pochi anni fa, trovai la testimonianza manette di ferro per i polsi, ferri per le caviglie e poi anelli, catene e varia altra ferraglia.

Il commercio di schiavi era giustificato dal fatto che le popolazioni aborigene americane erano insufficienti per assicurare un’efficace coltivazione di tipo estensivo e furono soppiantate da schiavi provenienti dalla costa occidentale dell’Africa. Scriveva Montesquieu: “I popoli d’ Europa, avendo sterminato i popoli d’ America, hanno dovuto mettere in schiavitù quelli dell’Africa per dissodare tutte queste terre. Lo zucchero sarebbe troppo caro, se la pianta che lo produce non fosse coltivata da schiavi”.

La triangolazione commerciale

La tratta divenne, dunque, una riconosciuta e legittima attività di commercio. Consisteva, di fatto, in una triangolazione commerciale: si armava una nave in un porto europeo e si caricava di fucili e di polvere da sparo, di stoffe sgargianti e di paccottiglia destinata ai razziatori, si raggiungeva un attracco africano, dove si imbarcavano tra 800 e 1000 schiavi per volta e si faceva vela verso l’America. Qui gli schiavi arrivati vivi erano venduti all’asta. Con il ricavato erano acquistati zucchero, caffè e altri prodotti coloniali che sarebbero poi stati venduti in Europa.

Il debito dell’Europa e dell’uomo bianco nei confronti dell’Africa nera è sicuramente non quantificabile, è un debito di orrori e di carneficine. E non manca la beffa perché i ricchi del mondo chiedono ai paesi poveri dell’Africa nera di rimborsare i debiti che hanno contratto con loro, debiti che non finiscono mai per l’onere degli interessi.

La shoah nera continua

La schiavitù è stata ufficialmente abolita in Francia nel 1848, negli Stati Uniti nel 1865, in Mauritania nel 1980, però la shoah nera continua. Noi siamo tutti corresponsabili di cosa accade oggi nel deserto del Sahara e nel mar Mediterraneo. O prima o poi, ci renderemo conto di questa immane deriva dell’umanità.

Mentre osservavo l’orizzonte dell’oceano Atlantico che appariva di un blu molto intenso, pensavo alla rotta che tante navi avevano seguito nei secoli precedenti e mi venivano alla mente alcune considerazioni: perché nei nostri libri di testo delle scuole se ne parla così poco, prevale la condanna senza approfondire, quasi a giustificare un fenomeno legato a un’epoca diversa? Si vuole rimuovere quanto fu perpetrato a dimenticare che l’uomo non sia in fin dei conti che la sua storia?

“ Nonostante le strategie di disacculturazione

 più sofisticate,… malgrado le pulizie etniche…,

la disintegrazione dei sistemi sociali ,

gli africani hanno saputo far sopravvivere

 l’essenza delle loro culture…”

Olabiyi Babalola Yai


Letture consigliate:  R.S.Sesana,  La Perla Nera, Ed Paoline 2002;  R. Kapuscinsky, Ebano, feltrinelli 2000; P Veronese, Africa Reportages, laterza 1999; Pietrostefani La tratta atlantica, Jaca Book, 2000; T.Felisi, San Salvador,Cronache Dei Re Del Congo, EMI 1974, M.N.Nkemnkia, Il pensare africano come vitalogia Città Nuova Editrice; David Lamb, The Africans, Longman 1969; T. Filesi, La Missio Antiqua dei Cappuccini nel Congo, Roma 1978;  War and militarization of mining in Eastern Congo A REPORT BY GLOBAL WITNESS July 2009; J. Ki-Zerbo, Punti fermi sull’Africa, EMI, 2012; Montesquieu, Lo spirito delle leggi, Rizzoli 1989; Cheikh Anta Diop, L’Africa a testa alta, EMI 2012; Hegel G.W.F. Lezioni sulla filosofia della storia  La Nuova Italia , Firenze 1963.

 

Tags: Africa, schiavismo

 


© 2018-2019 ADL culture On-line

Autorizzazione del Tribunale di Asti n. 4/2018

logoADL
Associazione Davide Lajolo onlus - via Alta Luparia, 5 - 14040 Vinchio (AT) - P.IVA. 91006490055


Contattaci

 

adlculture.it rimane a disposizione dei titolari di copyright che non è riuscita a raggiungere.