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L'Italia non è un paese per giovani

di: redazione

Un’analisi del “Sole 24 ore” evidenzia che sono in crescita nel corso degli ultimi dieci anni i dati sulla condizione dei giovani in Italia rispetto agli altri paesi europei con gravi ritardi.

Oggi fino a 34 anni il 64% dei giovani vive ancora in famiglia.

I laureati sono il 27,6%, ma il 23,4% dei giovani non studiano e non lavorano (i Neet). Al Sud il tasso di disoccupazione è al 35.5%. Le politiche del lavoro sono risultate finora molto insufficienti con centri per l’impiego che non hanno strutture e competenze informatiche adeguate.

Aumenta il divario tra Nord e Sud anche in riferimento alle competenze fornite dalla scuola e dall’Università mentre è alta la mobilità internazionale per la ricerca del lavoro. Va ricordato che il sesto pilastro del Recovery Plan New Generation prevede un forte investimento nel settore della formazione. A questo proposito il Consiglio nazionale giovane della Fondazione Bruno Visentini propone di incrementare i 4,5 miliardi previsti per ora per il settore a 20 miliardi.

Va inoltre notato che in Italia la dispersione scolastica è al 13,5% sicuramente in aumento dopo un anno di didattica a distanza, da cui sono stati esclusi molti studenti soprattutto al Sud. Il calo di apprendimenti è soprattutto evidente in matematica e lingue.

Alessandro Rosina è professore ordinario di Demografia nella Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Milano, partendo dal calo demografico in Italia, propone di creare un percorso di vita per i giovani così da trasformare il potenziale delle nuove generazioni in produzione di valore collettivo con nuovi spazi strategici di sviluppo. Quindi è necessario stabilire un legame efficace tra scuola e lavoro e rafforzare le competenze, soprattutto in campo tecnico, anche con percorsi professionalizzanti. La leva principale per alzare le potenzialità di trovare lavoro è, infatti, quello di migliorare la qualità dell’istruzione.

Il ruolo delle nuove generazioni”, scrive Orsina su “il Sole 24 ore" del 22 febbraio scorso, “non è semplicemente quello di occupare il posto delle precedenti. Devono poter trasformare in modo efficace le loro idee in nuove soluzioni che migliorano la società in cui vivono, mettendo in relazione il meglio della conoscenza scientifica del proprio tempo con le opportunità di innovazione di beni e servizi. Il successo stesso della transizione verde e digitale dipende strettamente dalla capacità di assegnare ai nuovi entranti nel mondo del lavoro questo ruolo”.

Così il Recovery plan appare come l’ultima possibilità di agganciarsi ai parametri europei, perché la situazione odierna è stata aggravata dalla pandemia, ma è anche il risultato di politiche deboli e inefficaci sulla qualità dei percorsi formativi e professionali. E i giovani di oggi non hanno buone prospettive su cui costruire il proprio percorso di vita, mentre serve un progetto Paese in cui le nuove generazioni siano parte attiva e propositiva per il benessere di tutta la comunità.

Tags: giovani, lavoro, istruzione

 


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