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La classe operaia non andò in paradiso

di: Luca Castaldo

“Attorno alla mezzanotte e quarantacinque del 6 dicembre2007, nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino...” così inizia il libro di Diego Novelli: “ThyssenKrupp l’inferno della classe operaia”, si sviluppò un terribile incendio sulla linea di produzione numero 5, in brevissimo tempo l’acciaieria diventò l’inferno, l’inferno di fuoco.
Moriranno sette operai, il primo immediatamente, l’ultimo dopo ventiquattro giorni di agonia.

Sono passati tredici anni da quella tragedia, un periodo lungo, un periodo durante il quale si è cercato da parte di qualcuno di far passare una tragedia, figlia del profitto oltre ogni limite, e di leggi sul lavoro mal sopportate, una disgrazia generata dal destino.
Dietro le morti si celano i destini delle famiglie dei morti sul lavoro: figli, padri, mariti, lavoratori che in quella maledetta fabbrica che stava per chiudere i battenti avevano riposto i loro sogni, le speranze, le paure legate alla perdita del posto, oppure al trasferimento lontano da casa nella sede di Terni.
Sono racconti di quella Torino operaia e proletaria, fatta di rapporti genuini e solidali delle periferie che scandiva i ritmi di vita con i turni di lavoro, cadenzata da alzate mattutine quando fuori è ancora notte, da turni serali avvolti nella nebbia resi più sopportabili dalle pietanze cucinate a casa e condivise con i compagni operai, tra uno sfottò calcistico e qualche chiacchiera su donne e motori.
Ma quello fu per loro l’ultimo turno, che non si concluse con una tazzina di caffè bollente al bar, ma con una fiammata di olio bollente che li investì di colpo senza concedere il lusso di un’ ultimo sguardo terreno.
Dopo tredici anni, la pace per le loro famiglie non è arrivata, oltre al dolore del lutto si è aggiunto il dolore per l’impunità di chi è stato responsabile per omissioni e leggerezze del rogo della ThyssenKrupp.
Le condanne emesse dal tribunale italiano, non si sono tramutate in carcerazione per i due dirigenti tedeschi, che ancora possono lavorare e sono liberi sia di giorno che nei weekend, sottoposti a misure restrittive in carcere solo la notte.
Tutto questo accade per l’accordo in materia d’arresto ed estradizione tra Italia e Germania.
Giunge così ai giorni nostri, funestati dalla pandemia, questa storia operaia, giorni in cui assistiamo a manifestazioni di persone, spesso lavoratori autonomi che hanno perso il lavoro e chiedono giustamente, solidarietà da istituzioni e dai cosiddetti lavoratori garantiti dal posto fisso, siano essi pubblici o privati, spesso tacciati di troppa prudenza nel tornare alla vita normale pre pandemica, in quanto sicuri dei loro stipendi.
Allora io chiedo cari operai, oggi merce rara e preziosa, facciamo sentire la nostra vicinanza allepartite iva oggi in difficoltà, ma dico anche cari lavoratori autonomi quando incontrerete un corteo operaio, unitevi a loro e pensate a chi per quel salario fisso è morto, raggiungendo il paradiso dopo qualche turno all’inferno.

A ricordo perenne di:

Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino.

Tags: Torino, Germania, fabbriche, classe operaia

 


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