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Migrantes festival: vivere insieme

di: Laurana Lajolo

Interazione, cioè andare al di là dell’accoglienza e dell’integrazione, per vivere insieme conoscendo le nostre diverse culture e arricchendoci a vicenda: questo è emerso dagli interventi di nuovi italiani alla tavola rotonda del 19 settembre organizzata dal Migrantes Festival della Pastorale della Diocesi di Asti e coordinata da Marco Castaldo.

I nuovi cittadini italiani provengono da diversi paesi, lo scrittore Pat Khouma dal Senegal, la mediatrice culturale Sabina Darova dall’Albania, l’antropologa Dennis Marcela Bejarano dalla Colombia, il medico Kossi Komia-Ebri dal Togo. Hanno raccontato la loro storia di migrazione: arrivati regolarmente o clandestini. Tutti in perfetto italiano hanno espresso la loro provenienza culturale e le loro fasi di integrazione. Hanno figli italiani per nascita e hanno rivendicato il diritto alla cittadinanza per la seconda generazione, che è ancora penalizzata nella partecipazione ai viaggi all’estero, nello sport, nella società. Loro hanno ottenuto un ruolo sociale riconosciuto nel lavoro, ma non sono esenti da discriminazioni. Amano la nostra lingua, il medico ha fatto un’analisi linguistica affascinante, definendo l’italiano la lingua dell’amore perché è la lingua in cui ha chiesto in sposa un’italiana.

La serata aveva come tema Globalizzazione e migrazioni. Gli effetti del colonialismo sono ancora presenti in Africa e insieme alle guerre e alla desertificazione sono la causa dei viaggi per luoghi lontani. “Un uomo si butta in acqua quando la terra brucia”, dice un proverbio africano. Il senegalese Pat Khouma, arrivato in Italia all’inizio degli anni ’80, ha vissuto qui come clandestino facendo il venditore ambulante sulle spiagge, poi l’operaio fino a quando nel 1997 ha ottenuto la regolarizzazione dei documenti, dopo aver pubblicato in italiano un libro famoso Il venditore di elefanti. Sabina ha conosciuto l’Italia sotto il regime comunista albanese attraverso i nostri libri e ora ne scrive lei stessa. Ha spiegato come l’identità di una persona si forma nella relazione con l’altro, con il confronto delle diversità che arricchiscono conoscenza e sentimenti. Dennis ha parlato della lunga guerra in Colombia e ha spiegato che la coca è una pianta sacra usata dagli indigeni come nutrimento e come cura, altra cosa dalla cocaina in mano ai narcos e alle mafie italiane che lucrano sul consumo della droga in Occidente.

Il medico Kossi lavora in un ospedale in Brianza ed è arrivato in Italia per studiare medicina a Bologna con una borsa di studio. Bologna al suo arrivo lo ha accolto bene, ma ora il clima è cambiato e nella sua Brianza quando non indossa il camice, che segna il suo ruolo sociale, spesso vive episodi di discriminazione in quanto nero. “Non posso levarmi la pelle per essere bianco”, ha detto con un sorriso e ha stigmatizzato come la politica che vuole incutere paura e rincorrere il consenso porti un grave danno non solo a chi è nato altrove ma anche agli italiani. Ha ricordato l’etimologia del verbo competere, che vuol dire lavorare insieme non confliggere per primeggiare l’uno sull’altro.

L’italiano è una lingua ricca e composta da tanti vocaboli che provengono da altre civiltà arrivate in Italia, ha sottolineato Pat Kouhma, perché il popolo italiano è un popolo ibrido, in cui si sono incontrate e contaminate molte culture e molte tradizioni. Ora i nuovi italiani vogliono essere parte di questo popolo, dare il loro contributo alla convivenza sociale.

In una fase in cui sembra prevalere l’odio per il migrante con la paura che ruba posto, casa, vita, il processo di interazione è già iniziato e non può fare altro che procedere. E’ il corso della storia che non viene fermato da slogan d’effetto o da Capitan Fracassa transeunte.

 

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Tags: integrazione, migranti, uguaglianza

 


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