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ONG: professionalità e protocolli

di: Willy Rizzolari dal Costarica

Partendo dalla ragione per la quale la volenterosa, quando parti Silvia, decise di “spingersi” in un atto di generosità, mossa dalla buona volontà e dallo spirito di solidarietà verso chi soffre a salire su un aereo per il Kenya, e arrivare con qualche provvista e giocattolo per i bambini del villaggio di Chakama, voglio affrontare il tema del lavoro delle ONG.

La storia vera della cooperazione è fatta da piccole, medie e grandi ONG accomunate dagli stessi ideali umanitari che per portare a termine un programma, un progetto di sviluppo richiede sempre molta professionalità, soprattutto nei Paesi in cui la presenza di conflitti armati è attiva. Esistono protocolli di sicurezza e di comportamento molto rigorosi per il volontario o il cooperante, e la ONG non deve improvvisare nel mandare qualcuno in località a rischio lasciando di verificarne l’arrivo e la convenuta presenza sul posto al Consolato, in Ambasciata d’Italia, e alle autorità locali della persona inviata. Chi scrive a metà degli anni ’80 parti per il centroamerica, come volontario, per un progetto di Sicurezza nel Mondo del Lavoro.

La prima cosa che espletai, quando lavorai per una ONG fu registrare la mia presenza nel Paese presso il Consolato italiano e al Ministero degli Esteri del Paese dove avrei lavorato per i seguenti tre anni dall’arrivo. Mi veniva accordata la residenza in Costa Rica, la patente di guida per veicoli e lo Stato di persona accreditata presso il Ministero delle Relazioni Estere, Ministero di Sicurezza Pubblica così come per la Direzione dei Trasporti. Quando mi spostavo dalla capitale, dove avevo l’ufficio, per recarmi in altre città del Paese per lavoro dovevo comunicarein Consolato dove mi recavo, a che ora partivo, chi viaggiava con me, con quale mezzo mi spostavo e se la permanenza richiedeva il pernottamento era mio dovere comunicare dove avrei passato la notte. Analoghe informazioni erano richieste dal Consolato quando uscivo in missione in altri Paesi del centroamerica e all’arrivo nel Paese di destino dovevo comunicarmi con il Consolato del posto.

Alla fine degli anni’80 ricopri incarichi come cooperante, rappresentante di due ONG italiane, capo progetto e coordinatore di Programmi e Progetti per il centroamerica con sede in Managua, Nicaragua accreditato, anche qui con carnet di Missión Internacional. In Nicaragua, in quegli anni non erano cessati gli scontri armati tra truppe militari dell’Esercito Sandinista e gruppi antirivoluzionari della Contras. Gli spostamenti all’interno del Paese avvenivano con le stesse modalità sopra ricordate e con controlli via radio trasmittente a bordo del veicolo che si utilizzava. Per muoversi da Managua con meta San Carlos, del dipartimento sul Rio San Juan, per poi raggiungere l’arcipelago di Solentiname, sul Lago di Nicaragua (Cocibolca), e sbarcare nell’isola di Mancarron, dov’era stato avviato un progetto con la ONG locale (ispiratore, il poeta, sacerdote Ernesto Cardenal), i posti di blocco controllavano il nostro passaggio e ci davano l’OK per proseguire, altrimenti si rimaneva fermi per ore, ma protetti da eventuali attacchi di bande controrivoluzionarie. Trimestralmente consegnavo una relazione descrittiva dello stato di avanzamento del Progetto corredato dalla contabilità relativa agli accrediti ricevuti e le note spese secondo le voci delle azioni previste dal progetto; una copia di questa documentazione era indirizzata al Consolato e una copia spedita alla sede della ONG che provvedeva a inoltrare al Ministero degli Esteri per la Cooperazione Internazionale.

Questo era uno dei lavori come cooperante di una ONG presente con programmi e progetti in tutto il mondo e che è un dovere riconoscere questo lavoro alla maggior parte delle ONG italiane. Racconto queste cose perché non è vero che le ONG italiane, quelle europee e di tutto il mondo che ho conosciuto e con le quali ho lavorato in commissioni miste e coordinamenti regionali, mandano in giro delle persone sprovvedute, senza il minimo di supporto locale per adempiere ai compiti loro assegnati.

Forse la piccola ONG di Fano non ha valutato correttamente i rischi nell’inviare Silvia Romano in Kenya e nel villaggio dove portava aiuto materiale e sostegno umano ai bambini, e probabilmente è caduta in un eccesso di fiducia in coloro che avrebbero dovuto accompagnare la volontaria e proteggerla.

Lasciando da parte il tema del riconoscimento legale della ONG se esiste o non esiste presso gli enti e le istituzioni preposte all’iscrizione nei registri per la cooperazione, a parte anche l’aspetto dei protocolli che normano le garanzie per il personale inviato all’estero e il “che fare” delle ONG, rimane un aspetto di fondo: non si può non si deve cercare di fare della cooperazione sulle apprezzabili spinte dalla buona volontà e della ingenua disponibilità di giovani in imprese che obbligano esperienza, professionalità, maturità e non fa mai male se nel corso del lavoro di cooperazione si incappa in un pizzico di fortuna. 

Tags: Silvia Romano, sicurezza, cooperazione internazionale

 


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