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Pensieri irrazionali e pensieri agri

di: Enrico Ercole, sociologo, Università del Piemonte Orientale

Razionale [ra-zio-nà-le] agg.: Che si basa sulla ragione; che è fondato su un ragionamento rigoroso e sistematico (Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti)

L’enfasi retorica sul fatto che siamo in guerra contro il virus tende a far pensare che, come in guerra, ci sia un nemico di cui conosciamo l’obiettivo e la strategia, e che la guerra terminerà con la firma del trattato di pace, dopo il quale la vita riprenderà come prima o quasi. La guerra può essere banalizzata come una parentesi tra due periodi di pace, che costituisce la normalità. Sarà una parentesi? Cos’è la normalità? Questi due interrogativi, insieme ad altri, ci vengono consegnati dall’emergenza sanitaria COVID-19.

Ragioniamo sul primo quesito. Gli studi sui disastri non individuano parentesi, ma piuttosto varie fasi all’interno di un processo che può durare a lungo e di cui solo la parte più impattante viene percepita dall’opinione pubblica come “disastro” o ”emergenza”. Le fasi sono: preparazione antecedente al disastro, risposta nell’immediatezza, ripristino nel breve periodo e infine in un periodo più lungo la mitigazione. In ognuna delle quattro fasi è poi possibile individuare due sotto-fasi: la preparazione prevede un’attività di programmazione che si estende nel tempo e una di allarme nell’immediatezza del disastro. La risposta, l’attività più visibile e che riceve la massima visibilità mediatica, consiste nella mobilitazione pre-impatto e nell’attività post-impatto. Il ripristino vede la fase del riabilitazione che viene indicata in sei mesi, e successivamente un periodo più lungo di ricostruzione. La mitigazione riguarda azioni che si esplicano, o dovrebbero esplicarsi, nel tempo sulla base dell’esperienza del disastro: la percezione del rischio e l’adeguamento.

Queste riflessioni portano a ragionare sul secondo quesito, cioè sulle modalità future di ripresa della “normalità” in modo articolato nel tempo e, soprattutto, con “cassette degli attrezzi” (da quelli tecnici a quelli comunicativi, da quelli sociali a quelli individuali, ecc.) necessariamente differenti per le varie fasi, settori e soggetti.

Gli studiosi di disastri mettono in luce come i disastri nel futuro - come quello in corso, ma non solo - saranno sempre più frequenti e impattanti, al netto di ogni altro ragionamento, per il fatto che l’antropizzazione della terra avanza a ritmo sostenuto e costante, mettendo pertanto in condizione di rischio aree che in precedenza non lo erano perché non erano abitate dall’uomo ma solo da animali (tra cui i famigerati pipistrelli).

Già nel presente abbiamo inoltre verificato come si è abbreviata la velocità di diffusione. Mentre la peste nel 1400 ha impiegato mesi ed anni a diffondersi dal porto di Messina dove era giunta con una nave proveniente dal Mar Nero, fino al nord della penisola e poi in Europa fino all’Inghilterra e alla Scandinavia, sono bastati poche settimane per arrivare via aereo in Europa dalla Cina.

Prima dell’eventuale ed auspicata scoperta di una terapia e di un vaccino (e alla sua diffusione su larga scala, con tutti i problemi di giustizia sociale che solleva) le soluzioni ipotizzate riguardano il blocco del contagio, con accorgimenti di tipo materiale (l’isolamento, il distanziamento sociale, le mascherine, la sanitizzazione, il lavaggio delle mani) e immateriali (le app di tracciamento dei contatti).

Mentre sulle soluzioni sanitarie (vaccino, terapie) si raccoglie un ampio consenso sociale, non altrettanto emerge riguardo alle soluzioni sociali, quelle che avranno una ricaduta su numerosi e svariati settori, in particolare i servizi alla persona, sia privati che pubblici: dal turismo alla ristorazione, dallo spettacolo al commercio, dalle attività sportive all’assistenza sociale, ecc., in quanto rimandano alla fiducia nei comportamenti messi in atto dai vari soggetti coinvolti nell’erogazione del servizio con cui il cliente/utente entro in contatto.

Questo per quanto riguarda il breve periodo, per quanto riguarda le previsioni a lungo periodo, quelle che riguardano la ripresa della vita “normale”, sovente sono un esercizio inutile se non fuorviante: è meglio procedere per piccoli passi sulla base di informazioni certe, perché la direzione presa può rivelarsi non corretta, oppure non percorribile oppure che le tempistiche sono da rivedere, oppure che alcuni passaggi possono rivelarsi particolarmente complessi.

Soprattutto perché non si è in grado di dire se la vita “normale” sarà uguale a quella di prima dell’epidemia. Molti fattori concomitanti possono produrre risultati che potrebbero modificare parzialmente oppure in modo rilevante il nostro futuro: da eventuali nuovi equilibri geopolitici alla riorganizzazione delle filiere produttive oggi delocalizzate in vari paesi, dal diffondersi del telelavoro allo stabilizzarsi di un livello di disoccupazione (e di povertà) più elevato, dal tele-tracciamento degli spostamenti a nuovi comportamenti sociali. Due giganti della scienza del Novecento ci hanno messo in guardia, in modo ironico, sulle previsioni a lungo termine: Niels Bohr, premio Nobel per la Fisica nel 1922, insieme ad Albert Einstein il più importante fisico del Novecento soleva dire che «È difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro» e l’economista John M. Keynes, padre delle politiche economiche della ricostruzione post-bellica, ricordava che «L’unica cosa certa per quanto riguarda il lungo periodo è che saremo tutti morti». Non è una battuta per sdrammatizzare o un invito alla rassegnazione, piuttosto un ammonimento contro le semplificazioni e le scorciatoie nelle politiche del dopo-emergenza, quando ci si dovrà occupare, come ci ricordano gli studi sui disastri, di una adeguata percezione dei rischi e di azioni di adeguamento ai rischi che si potrebbero presentare.

Agro [à-gro] agg.: Che penetra nell'animo con un effetto di fastidio, di sgradevolezza. (Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti)

 
 

Tags: comunicazione, emergenza, coronavirus

 


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