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Boris Johnson il politico “arruffato”

di: Angela Napoletano

Gli amici che lo conoscono da quando era ragazzo dicono che Boris Johnson, al secolo Alexander Boris de Pfeffel Johnson, ha sempre avuto quel vizio, che ormai tutti conoscono, di scompigliarsi volontariamente i capelli. Quando andava a scuola lo faceva, appositamente, ogni volta prima di entrare in classe perché, dicono, quell’aria apparentemente sciatta e scanzonata lo aiutava a stemperare nell’ironia i suoi numerosi difetti. Bojo, come lo chiamano i suoi supporter, continua intenzionalmente a spettinarsi il ciuffo biondo ancora a oggi, a 55 anni, mentre varca la soglia di Downing Street nelle vesti di nuovo premier.

Il platino della chioma arruffata sembra che lo abbia ereditato dal bisnonno, Ali Kemal, un giornalista turco, ministro del sultanato ottomano negli anni precedenti alla caduta dell’impero, sposato a un inglese. Dal nonno Wilfred, pilota della Royal Air Force che secondo la biografia di Andrew Gimson si è schiantato durante un’esibizione aerea mentre cercava di impressionare la moglie che lo guardava da terra, deve aver preso l’esibizionismo plateale. Quello che, per esempio, lo ha ispirato a lanciarsi con la teleferica su Victoria Park durante le Olimpiadi del 2012 finendo rovinosamente appeso, a causa di un guasto con tanto di bandierine inglesi sventolanti.

Nato a New York il 19 giugno 1964 da mamma Charlotte e papà Stanley Boris ha imparato cos’è la competizione in casa, incoraggiato proprio dal padre a fare sempre meglio di sua sorella Rachel, oggi giornalista europeista, e dei suoi due fratelli, Jo e Leo, parlamentare conservatore il primo, presentatore radiofonico il secondo. L’indole agguerrita è stata indottrinata a Eton, la scuola per l’intellighenzia britannica, dove Johnson ha imparato l’accento snob, il lessico pregiato, la passione per i classici latini, l’humour inglese dello scrittore Pelham Grenville Wodehouse. (…)

Dopo la laurea in storia antica all’Università di Oxford, Johnson si dà al giornalismo. Assunto dal “Times” viene licenziato per essersi inventato una dichiarazione attribuita al suo padrino su una presunta relazione omosessuale di Edoardo II. Arriva quindi al “Telegraph” e nel 1989, a 24 anni, diventa corrispondente per gli affari europei da Bruxelles. I colleghi raccontano che Boris andasse in giro per la città, la stessa dove aveva vissuto da bambino quando suo padre, diplomatico britannico, era stato trasferito per lavoro, con un’auto sportiva rossa e i pantaloncini bucati. (…) Il gusto di prendere in giro l’Europa si trasforma in una tendenziosa produzione di notizie spesso false o fuorvianti. Gli altri corrispondenti lo chiamano “pataccaro”. Il ruolo di euroscettico gli vale però la protezione di Margaret Thatcher e, grazie a lei, l’inizio di una brillante carriera politica che lo ha portato dagli scranni di semplice parlamentare a Westminster alla poltrona di sindaco di Londra per due mandati fino a quello di ministro degli esteri del governo May.


Da A. Napoletano, Quel newyorkese arruffato che si inventa anche le notizie, “L’Avvenire”, 24 luglio 2019

 

Tags: politica, comunicazione, Gran Bretagna

 


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