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Il nuovo leaderismo

di: Carlo Galli, politologo

La prima novità è nella ricerca del consenso: il nuovo leader costruisce un rapporto diretto con i cittadini in virtù dell’accresciuta potenza dei mezzi di comunicazione, dalla tv ai social media, non interpreta ma ha una società pulviscolare, un’ideologia, una narrazione, o storytelling, preparata dai suoi spin doctor, non si rivolge a gruppi sociali strutturati, a realtà collettive, ma a un popolo di individui isolati uniti quasi solo da rancori e paure (il populismo, con la sua contrapposizione tra un Noi buono e un Loro cattivo, è una componente essenziale del nostro leaderismo) e parla a ciascuno di essi, estraendo da ciascuno i timori e le speranze più elementari e offrendo identità e protezione. (…)

La passione politica socialmente organizzata è sostituita dalla sentimentalizzazione soggettiva, il ragionamento dalla persuasione. Anche il “nazionalismo” promosso da alcuni nuovi leader (da Orban a Salvini) è piuttosto in realtà, la somma, transitoria, di individualismi egoisti.

La semplificazione del messaggio politico è poi ovvia: il linguaggio si banalizza, diventa più suadente e al tempo stesso più violento, si procede all’individuazione di nemici (di volta in volta i “comunisti”, i “vecchi”, i “migranti”) più che all’analisi di processi da comprendere e da gestire, soprattutto, il nuovo leader deve essere il più possibile simile ai cittadini e non dare l’impressione di essere superiore o estraneo a essi: la semplicità, il tratto popolare e al limite anche volgare, è un optional gradito (Trump, da questo punto di vista, è perfetto). Il nuovo leader non è un superiore onnisciente, ma un uguale vincente, attraverso la sua vittoria passa il riscatto di ciascuno dei suoi elettori. L’individuazione è individuale non collettiva.

La comunicazione è, infine, la costruzione di un universo artificiale, in cui i politici sono attori e il pubblico si aspetta una performance, uno spettacolo, una rappresentazione che prende il posto delle tradizionali rappresentanze. Reagan era un attore consumato, ma anche un politico navigato e sapeva comunicare con stile amichevole. Obama e Renzi esibivano, nei comizi, la stessa scioltezza e lo stesso ritmo dei concerti rock. Berlusconi era un affabulatore televisivo di rara efficacia.

Ma oltre alle novità comunicative, il leaderismo implica novità politiche strutturali. I suoi protagonisti devono apparire il più possibile “nuovi” rispetto ai partiti, devono imporsi su oligarchie conservatrici (come Renzi e Trump) o devono inventarsi un loro partito personale (come Berlusconi e Macron) o rivoluzionare profondamente il loro partito d’appartenenza (come Salvini). E’ inoltre fondamentale che il nuovo leader, benché non necessariamente autoritario e decisionista, abbia grande libertà d’azione, che il peso dell’elemento personale aumenti, e che il quadro istituzionale sia sempre meno rigido e cogente, e sempre più a disposizione del Capo. Il nuovo leader è tendenzialmente solo, non si interfaccia con altri politici, ma con la sua “squadra” di consiglieri ed esecutori (qui Renzi è un caso di scuola). Per di più, il nuovo leader si costruisce un quadro istituzionale in cui il Capo non è soltanto una componente della politica, ma ne è il centro e il cardine: una presidenzializzazione del potere (anche dove le istituzioni non sono apertamente presidenziali) e una verticalizzazione della politica, che vorrebbero dar vita a una “democrazia dell’affidamento” facilitata da leggi elettorali maggioritarie ( e qui è inutile fare esempi). I grandi sconfitti sono i Parlamenti: in potenziale pericolo – più o meno grave in diversi Paese – sono le liberaldemocrazie.


Da C. Galli, Leaderismo, “La Lettura”, 7/07/2019.

 

Tags: politica, comunicazione, sovranismo

 


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