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Pulp fashion

di: Laura Calosso

La trasmissione di Rai Tre REPORT ha ripreso le tematiche del romanzo La stoffa delle donne per indagare sulla tossicità di tessuti prodotti all’estero e vendute dalle griffes italiane di alta moda.

La letteratura e il giornalismo investigativo hanno parentela stretta. Il denominatore comune è l’intuizione, che a volte riesce a cogliere i meccanismi oscuri dietro le quinte della realtà. E’ stato questo filo sottile a condurmi a REPORT, la trasmissione di inchiesta in onda il lunedì su Rai Tre. Il servizio Pulp Fashion del 3 dicembre 2018, firmato dal giornalista Emanuele Bellano, ha tratto ispirazione dal mio romanzo La stoffa delle donne, pubblicato da SEM nel 2017.  Nel libro racconto infatti la storia di una donna, impiegata in un’azienda tessile, costretta a dichiarare conformi (e quindi buoni) tessuti che lei sa invece essere tossici. La vicenda che descrivo è frutto di fantasia ma ricalca una situazione molto diffusa nelle aziende (tessili e non), luoghi dove sempre più spesso la responsabilità sociale viene fatta passare in secondo piano rispetto all’utile.

Ho scritto il libro perché, studiando per lavoro la regolamentazione europea, mi sono resa conto che la complessità legislativa si traduce di frequente nella mera produzione di documenti cartacei, a dispetto di una concreta e seria applicazione delle regole, utili a garantire la sicurezza per i consumatori, i lavoratori e l’ambiente, danneggiato da inquinamento selvaggio.

Produrre merci in Europa è più costoso che in altre parti del mondo. Le ragioni sono tante e vanno dal costo del lavoro ai costi generati proprio dall’applicazione delle regole. Invece di cercare soluzioni che consentano di tutelare seriamente la salute e la sicurezza, semplificando però il carico burocratico, si è scelto di incoraggiare la delocalizzazione, nonostante il danno sociale ed economico che il fenomeno sta provocando. 

Nel servizio di REPORT le immagini girate in Cina e nel Nord Africa evidenziano come la lavorazione all’estero avvenga spesso in situazioni deplorevoli. Nei magazzini, dove barili di sostanze chimiche pericolose vengono stoccati e utilizzati senza rispetto delle schede di sicurezza (a volte neanche presenti), i lavoratori operano senza dispositivi di protezione quali guanti e mascherine, inoltre, alcuni prodotti chimici tossici e metodi di lavorazione pericolosi (es. sabbiatura), che in Europa sono banditi e dunque  vietati anche nei capitolati redatti dai grandi marchi, vengono invece usati senza controllo poiché, delocalizzando la produzione, è impossibile escluderne l’impiego nella fabbricazione dei tessuti, nonostante le griffes della moda dichiarino di svolgere verifiche ispettive sul campo.

Queste omissioni nella fase di “controllo di processo” (consiste nella scelta di fornitori affidabili e nella verifica costante del loro operato) rappresentano una violazione del regolamento europeo Reach, a cui le aziende europee sono tenute anche quando non operano in Europa. Le aziende dichiarano di fare controlli interni per garantire la sicurezza dei prodotti ma è vero il fatto che, quando gli articoli tessili arrivano dall’estero in Europa, non è detto che alle dogane venga eseguito un controllo sostanziale da parte delle autorità pubbliche. I servizi doganali presenti nei porti sono infatti tenuti a effettuare principalmente controlli documentali, cioè ad analizzare i documenti che accompagnano la merce. Eseguono anche controlli a campione sui container, ma spesso solo per verificare se i codici identificativi ATECO, scritti sui documenti di accompagnamento delle merci, corrispondono alla merce effettiva ovvero al codice inserito sulla piattaforma AIDA (semplificando: il controllo consiste nel verificare che il tipo di merce indicato sul documento sia di fatto quello presente nel container).

Insomma, ad oggi, un controllo chimico di sostanza, eseguito a tappeto alle dogane, è irrealizzabile senza dotarsi di strutture e di nuove regole. La regola attualmente in vigore stabilisce che tocca a chi riceve la merce – ovvero a chi importa a nome proprio o per conto dei marchi della moda - garantire l’assenza di sostanze tossiche o comunque proibite.  Oggi, infatti, è chi per primo immette la merce sul mercato europeo che deve dichiarare  la conformità ai requisiti (la regola è generale e non riguarda solo i prodotti tessili).

Quale rischio comporta questa sorta di “autocertificazione” di qualità? Il rischio che corriamo come consumatori è che una dichiarazione di conformità di questo tipo, scritta appunto dall’importatore che riceve i tessuti in territorio europeo, basti a definire conforme (cioè privo di sostanze tossiche o proibite) un prodotto che potrebbe non risultare tale a un’analisi sostanziale. Le aziende che si accorgessero di aver importato tessuti tossici dovrebbero auto-denunciarsi all’Autorità (es. NAS in Italia), sostenere dei costi per lo smaltimento indicando le sostanze non conformi, rischiare di non essere rimborsate dai fornitori che hanno già pagato con lettera di credito e che in caso di autodenuncia vanno comunque segnalati. Il problema che questa procedura può comportare è evidente: spinge al massimo l’interesse a occultare la verità, proprio come accade alla protagonista del mio romanzo, costretta a chiudere gli occhi e a tacere per conservare il posto di lavoro.

Ovviare a questo impasse non è impossibile: negli USA, a esempio, le dogane richiedono documenti di conformità emessi da enti terzi, che non sono appunto né il produttore del tessuto né chi lo utilizza (per venderlo a sua volta o per confezionare abiti).

Un ultimo serio problema, che evidenzio nel mio libro e che REPORT ha ripreso nella diretta su Facebook del 4 dicembre 2018, (visibile sulla pagina FB di REPORT) riguarda il marchio “Made in Italy”. Sarebbe importante che in Italia si aprisse un dibattito pubblico su come viene utilizzato. La norma prevede che venga apposto quando i prodotti sono prodotti in Italia o quando subiscono una lavorazione sostanziale nel nostro Paese. Purtroppo non va sempre così.

Se le regole fossero più stringenti, se i controlli fossero maggiori, forse potremmo ricavare grandi vantaggi in termini di occupazione. Le stime degli addetti ai lavori parlano di quasi 500 mila nuovi posti di lavoro che l’Italia potrebbe riacquisire nel Tessile, con conseguenti vantaggi per operatori e consumatori.

Siamo certi che non valga la pena pensarci invece di dare per scontata la “migrazione” di un settore che in passato ha prodotto ricchezza diffusa e ha dato lustro all’Italia nel mondo? Forse la ricetta per evitare il declino ce l’abbiamo sotto gli occhi.

 

Tags: comunità europea, produzioni tessili, importazione

 


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