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Nuovo principio di speranza

di: Alvaro Garcìa Linera, Movimiento al Socialismo, vicepresidente della Bolivia

La sinistra e la condizione operaia

Il problema della sinistra tradizionale è stato quello di avere confuso il concetto di “condizione operaia” con una specifica forma storica del lavoro salariato. La prima si è universalizzata ed è divenuta una condizione materiale planetaria. Non è vero che il mondo del lavoro stia scomparendo. In realtà non ci sono mai stati tanti operai e operaie nel mondo e in ogni Paese. Tuttavia, questa gigantesca organizzazione planetaria della forza lavoro è avvenuta mentre si dissolvevano le strutture sindacali e politiche esistenti. Così paradossalmente in un’epoca nella quale è stato mercantilizzato ogni aspetto della vita umana, pare che tutto si svolga come se non vi fossero più operai.

La nuova classe operaia non si riunifica prevalentemente attorno alla problematica lavorativa. Non ha ancora la forza organizzativa per poterlo fare e, forse, sarà ancora così per molto tempo ancora. Le mobilitazioni sociali non avvengono più tramite le forme classiche dell’azione operaia centralizzata, ma mediante forme sociali anfibie, nelle quali si mescolano professioni diverse, tematiche trasversali e forme associative flessibili, fluide, mutevoli. Si tratta di nuove forme di azioni collettive poste in essere dai lavoratori, anche se, in molti casi, esse lasciano emergere, più che l’identità lavorativa, altre fisionomie complementari come quella dei conglomerati territoriali o dei gruppi nati per rivendicare il diritto alla salute, all’educazione, ai trasporti.

La sinistra, invece di muovere rimproveri a queste lotte perché si sviluppano con modalità diverse dal passato, deve rivolgere attenzione all’ibridazione, all’eterogeneità del sociale. Deve farlo, in primo luogo, per comprendere i conflitti e, poi, per rafforzarli e contribuire ad articolarli con altre lotte a livello locale, nazionale e internazionale. Il soggetto del cambiamento è ancora il “lavoro vivo”: i lavoratori che vendono la loro forza di lavoro in modi molteplici. Le forme organizzative, i discorsi e le identità sono, però, molto differenti da ciò che abbiamo conosciuto nel XX secolo.

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Resilienza a sinistra

di: Michele Miravalle

Dopo ogni voto, l’analisi dei risultati elettorali è esercizio che appassiona molto gli addetti ai lavori. E così, in queste settimane, post Europee e Regionali del Piemonte, in molti si sono accalorati su tabelle, app, flussi.

A colpire non sono tanto le percentuali ottenute dai singoli partiti, ma la “composizione sociale” del voto. Chi ha votato cosa. Si rafforza quella tendenza - già in parte evidente alla Politiche del 2018 - di grande spaccatura tra il “popolo” che vota a destra (in questo caso, la Lega a trazione Salvini) e le “elite” (vere o presunte, che votano forze progressiste ed europeiste). Se volete leggerla sul piano geografico, i cittadini “urbani” da una parte e coloro che vivono invece nella periferia dell’Impero dall’altra.

Già negli anni ‘90 e nei primi Duemila, il più grande bacino di voti di Silvio Berlusconi, politico miliardario, erano proprio gli operai e le fasce di popolazione con meno reddito. In fin dei conti, non è cambiato molto da allora. Per avere conferma, basta notare come in tutte le grandi metropoli (Roma, Milano, Torino, Napoli), il Partito democratico è saldamente il primo partito, nelle “periferie” e in “provincia” fatica ad arrivare al 20% dei consensi.

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Europa verde e sociale

di: Annalena Baerbock, co-presidente dei Verdi tedeschi

Noi Verdi non ci siamo chiusi in noi stessi. Ci misuriamo con le grandi questioni. Facciamo proposte, indichiamo una prospettiva: come tenere insieme l’Europa? Come portare la Germania fuori dalla dipendenza energetica dai combustibili fossili offrendo nuove prospettive a chi ci lavora? Penso anche che noi Grunen abbiamo preso sul serio i giovani, la generazione che vivrà sulla propria pelle le conseguenze della crisi del clima. Abbiamo dato loro fiducia, portandoli anche nella politica reale e candidandoli nelle nostre liste.

L’Europa ha assicurato 70 anni di pace. E su questo fondamento vogliamo continuare a costruire per il XXI secolo. E’ nata come Comunità del carbone e dell’acciaio, ora deve diventare Unione della difesa del clima. Dobbiamo far sì che il mercato interno non valga solo per merci e servizi, ma anche per i prodotti digitali. I giganti del Web devono pagare le tasse e dobbiamo investire sulla coesione dell’Europa. Non serve amministrare lo status quo, così si diffonde il sentimento che la politica protegga il potere e non le persone. Invece è vero il contrario: l’economia, nel senso dell’economia sociale di mercato deve essere al servizio delle persone.

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La svolta danese

di: Marco Castaldo

I risultati delle elezioni in Danimarca

In Danimarca gli elettori hanno scelto una nuova direzione e un nuovo governo. Lo ha detto la leader dei socialdemocratici danesi, Mette Frederiksen, dopo la vittoria alle elezioni parlamentari, definendole "le prime elezioni climatiche nella storia della Danimarca".  I socialdemocratici di Frederiksen si confermano primo partito con il 26%, pur perdendo lo 0,3% rispetto alle elezioni del 2015. Ma, al contrario di quattro anni fa, questa volta potranno contare sul sostegno di altre forze di sinistra in crescita per raggiungere la maggioranza di 90 seggi su 179.

Guadagna voti il Partito liberale del premier uscente Rasmussen, che arriva al 23,4% (+3,9% rispetto al 2015), ma non gli alleati del blocco conservatore. In particolare, il partito dell'Alleanza liberale ottiene il 2,3%, con il leader e attuale ministro degli Esteri Anders Samuelsen che non entrerà nel nuovo parlamento. I populisti xenofobi del Partito del popolo danese infine precipitano dal 21,1% all'8,8%, mentre entra con 4 seggi in parlamento la Nuova Destra, fondata dall'architetto Pernille Vermund.

I tagli al welfare

Il primo aspetto da constatare è il ritorno dei socialdemocratici al governo del paese nordeuropeo famoso per il suo welfare, ma, negli ultimi vent’anni in Danimarca, in tema di welfare ci sono stati tagli a istruzione e salute hanno ingrossato l'erosione dello stato sociale che, mescolata alla convivenza spesso complessa con i migranti, ha prodotto lo status quo. Circa un quarto degli ospedali sono stati chiusi in due lustri e più della metà dei danesi non ritiene soddisfacente il servizio erogato dalla sanità pubblica, mentre al contempo sono aumentate le polizze stipulate con assicurazioni private. Nella scuola un quinto degli istituti sono stati chiusi e la spending review che ha toccato le case di cura, la pulizia e la riabilitazione per gli over 65.

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Sui veri risultati italiani delle Europee 2019. Non facciamoci abbagliare da percentuali di percentuali

di: Wu Ming

L’astensione

Un solo esempio per far capire quanto l’astensione al 44% distorca la “fotografia” e renda i ragionamenti sulle percentuali dei votanti – anziché del corpo elettorale – del tutto sballati: alle politiche del 4 marzo 2018 il PD prese 6.161.896 voti. Alle Europee di ieri, 6.045.723.

Non c’è nessun «recupero», sono oltre 116.000 voti in meno rispetto all’anno scorso. L’iperattivismo polemico di Carlo Calenda e la retorica da Madre di Tutte le Battaglie non hanno ottenuto nulla salvo un effimero superare una «soglia psicologica» che non ha corrispondenza nel reale.

Per chi dice che non vanno comparate elezioni diverse, ecco il dato delle precedenti Europee: 11.203.231. In cinque anni il PD ha perso oltre cinque milioni di voti, eppure, in preda all’effetto allucinatorio da percentuali “drogate” dall’astensione, la narrazione è quella del «recupero», della «rimonta», del «cambio di passo».

Se proprio si vuole ragionare in termini di percentuali, ragionando sul 100% reale vediamo che la Lega ha il 19%, il PD il 12%, il M5S il 9,5%. Sono tutti largamente minoritari nel Paese.

Rimuovere l’astensione rende ciechi e sordi a quel che si muove davvero nel corpo sociale. In Italia più di venti milioni di aventi diritto al voto ritengono l’attuale offerta politica inaccettabile, quando non disperante e/o nauseabonda.

Dentro l’astensione ci sono riserve di energia politica che, quando tornerà in circolazione, scompaginerà il quadro fittizio che alimenta la chiacchiera politica quotidiana, mostrando che questi rapporti di forza tra partiti sono interni a un mondo del tutto autoreferenziale.

Ora facciamo un esempio concreto di come rimuovere l’astensione abbia prodotto un effetto abbagliante e condotto a sfracellarsi chi si era fatto abbagliare.

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Vittoria inequivocabile della Lega in Piemonte

di: Federico Fornaro, capogruppo LEU Camera dei Deputati

Il grande vincitore delle elezioni regionali in Piemonte è stato il partito di Salvini, nonostante il nuovo Presidente della Regione, Cirio, sia (chissà per quanto) di Forza Italia. Lega che potrà contare nel nuovo Consiglio regionale su 24 consiglieri regionali su 51: quasi la maggioranza assoluta.

Non ho usato a caso la definizione “partito di Salvini”, perché questa è stata un’affermazione innanzitutto del segretario federale della Lega e vicepremier, più ancora che della Lega.

In questi anni Salvini ha trasformato il Carroccio da partito identitario (e in declino) in quello che i politologi americani chiamano partito “pigliatutto”, con una dimensione non più limitata alla Padania, ma nazionale.

È giusto ricordare che nella sua storia la Lega ci ha già abituato, a queste ondate alluvionali di consensi a cui hanno fatto seguito repentini prosciugamenti dei bacini di consenso.

Questa volta, però, è diverso perché domenica l’esondazione non è stata limitata alle sole regioni settentrionali, ma ha riguardato tutta l’Italia, pur perdendo di intensità scendendo giù giù per lo stivale.

In Piemonte alla forza espansiva della Lega (41,8% alle europee) si è unito il tradizionale apporto del centro destra con il 10,1% di Forza Italia e il 5,9% di Fratelli d’Italia. Cirio partiva, dunque, da una dote di consenso politico del 57,8% che si è ridotto nelle regionali al 49,9% con una perdita di 7,9 punti percentuali, comunque largamente sufficienti a garantirgli la vittoria. La Lega, nella stessa giornata, perde tra europee e regionali il 4,7%, Forza Italia l’1,7% Fratelli d’Italia lo 0,4%, mentre si aggiunge l’1,4% della Lista Si Tav e l’1,1% dell’Udc.

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Suolo e paesaggio in Europa ancora tutto da costruire…

di: Mario Catizzone e Alessandro Mortarino, Forum Salviamo il Paesaggio

A urne chiuse e responsi ormai definiti, possiamo provare a commentare l’orientamento mostrato dai candidati italiani verso i temi a noi più congeniali. Necessario, innanzitutto, ripercorrere l’ultima parte di questa campagna elettorale guidata da toni forti e frasi ad effetto. Esattamente un mese prima del voto il nostro Forum aveva completato l’analisi dei programmi elettorali delle forze politiche in competizione e il dibattito in corso. Di tutela del suolo e del paesaggio ben poche erano le tracce visibili... All’interno della mailing list del nostro coordinamento nazionale (oltre 300 persone) i commenti non lasciavano dubbi sulla delusione collettiva, tanto che qualcuno esprimeva un’opinione in formato epigrafe: «suolo e paesaggio? Non pervenuti…».
Già, non pervenuti. Il tema risultava gravemente distante dalle principali attenzioni delle forze politiche e ancora una volta la sensazione di marginalità estrema pareva inevitabile. Possibile?
Sì, possibile.
Di fronte alla chiara situazione, immediata nasceva la domanda: «cosa possiamo fare per portare all’attenzione dei candidati il tema del suolo e del paesaggio?». Troppo tardi per creare manifestazioni di richiamo, giudicati poco utili momenti di confronto attraverso convegni, dibattiti, duelli all’arma bianca; qualcosa però doveva essere fatto. Qualcosa che non ci distraesse troppo dai mille impegni locali e dalla grande battaglia in corso per la nostra proposta di legge nazionale ora in (faticosa) discussione al Senato.
Nasceva così l’idea di provare a redigere un semplice documento in grado di sintetizzare in poche frasi i punti nodali della questione e di accompagnarlo a tre altrettanto stringati quesiti da rivolgere ai candidati,tutti e di ogni forza politica: i candidati, si sà, hanno sempre poco tempo per leggere le istanze “dal basso” e l’ultimo mese è scadenzato da agende fitte e non modificabili…
A venti giorni dal voto il documento e i quesiti venivano affidati ai nostri comitati e associazioni locali, con l’invito di inoltrarlo a tutti i candidati dei loro rispettivi collegi. Qualche comitato non se la sente, forse per la sensazione di incolmabile distanza tra noi e la “politica” europea. Altri si arenano nella ricerca faticosa degli indirizzi mail dei loro candidati locali. Molti si attivano e inoltrano, senza successo. Altri – più fortunati o più in relazione – raccolgono le prime risposte.

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Unire i puntini spaventa il potere. Perciò uniamoli

di: Andrea Tamiso, coordinatore provinciale Art.1 Vercelli

I risultati del voto

Il voto europeo e regionale del 26 maggio ci ha consegnato un quadro complessivo se possibile a tinte ancor più fosche di quelle che si erano delineate all’indomani del 4 marzo 2018 e conseguente fallimento del progetto di Liberi e Uguali, per le cause che non è interesse stare a indagare ulteriormente. La sinistra radicale, più frammentata che mai, è pressoché scomparsa dai radar ancorché se fosse in grado di compattarsi peserebbe, dati alla mano, quasi il 6%, il lieve recupero del PD, solo in termini percentuali, non è a tutta evidenza stato compreso dai dirigenti di quel partito che già si crogiolano nella prospettiva illusoria di essere tornati in sella, e il voto 5 Stelle proveniente da destra è tornato a casa con la Lega che ha fatto incetta di voti in ogni dove – anche tra i fascisti, come dimostrano CasaPound e Forza Nuova ridotte al lumicino.

Tuttavia la situazione è ben più fluida di quanto potrebbe apparire, perché con un’affluenza del 56% e un 8-10% di schede bianche o nulle, i voti validi rappresentano meno della metà del corpo elettorale. Salvini quindi ha preso il 34% del 48%, a essere buoni, ed è un dato da tenere nella giusta considerazione. A una sommaria analisi del voto, risulta altresì che il 70% degli elettori non ha riconfermato il voto delle Politiche di un anno fa, segno questo di una volatilità e un disorientamento generali mai così marcati. Il 27 si sono svegliati tutti leghisti come 5 anni fa si erano svegliati tutti renziani. Sappiamo poi come è andata a finire.

La situazione insomma è grave, ma non è seria. Anche perché si può affermare che grossomodo un ulteriore 30%, pur con diverse sfumature, abbia manifestato tutto il suo malessere a vedere una certa destra così in auge. Una fetta tutt’altro che trascurabile degli italiani comunque non si sente rappresentata ne’ dalla destra, ne’ tantomeno dalla sinistra così per come è oggi, e sceglie di non votare. E per quanto si potrebbe anche legittimamente pensare che gli assenti hanno sempre torto e non dovrebbero lamentarsi dello stato di cose generato dalle scelte di altri, l’astensionismo dilagante è un fenomeno che andrebbe finalmente affrontato con serietà e rigore. Noi siamo chiamati, anche considerata la concomitante crisi dei 5 Stelle, ora più che mai a fare la nostra parte. Anzi, ora o mai più.

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Che fare a sinistra?

di: Laurana Lajolo

Gli scarsi risultati elettorali hanno aperto una discussione tra gli esponenti delle sinistre, sia di quella alleata elettoralmente con il PD sia di quella che ha presentato proprie liste. Non si tratta soltanto di una questione elettorale, ma di culture politiche non del tutto omogenee tra loro, che dovrebbero tendere a trovare riflessioni intrecciate. Il PD di Zingaretti ha realizzato una coalizione elettorale tra esperienze e forze di diversa ispirazione intorno alla proposta di contrastare il sovranismo ed è riuscito a recuperare qualche fiducia elettorale, ma ovviamente non basta.

E’ stato per me indicativo che, mentre Salvini riempiva le piazze, i candidati della sinistra facevano dibattiti con scarse presenze. E’ il segno evidente dello scollamento non solo del partito democratico, ma delle sinistre, dalla gente, il segno della difficoltà di rappresentare i giovani precari o disoccupati, i pensionati, i lavoratori e così via. I giovani sono stati i “grandi assenti” dalla campagna elettorale a sinistra.

I commenti postelettorali hanno messo in evidenza che è stato un voto dettato dalla paura e dal disagio, persino dall’odio, ed effettivamente nelle parole del leader della destra ci sono tanti riferimenti, ma il problema per le sinistre è prima di tutto conoscere direttamente la consistenza delle questioni, e non fermarsi alla comunicazione sui social e alle frasi gridate. Sulla conoscenza e sull’analisi vanno costruite proposte politiche, forse plurime e flessibili, articolate secondo i bisogni  e le aspettative della gente.

Ma bisogna anche fare un’altra, molto difficile, operazione culturale: quella di “smontare” l’informazione/disinformazione dell’avversario politico, dei media e dei social. Tempo fa, molto prima della campagna elettorale, su queste pagine abbiamo pubblicato una nota intitolata La Bestia, in cui lo staff di Salvini spiegava esplicitamente come “costruisce” in tempo reale la comunicazione del “capitano” con notizie reali e inventate (false), ma credibili.

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Riflessioni su elezioni europee e oltre

di: Michele Clemente

Avrei voluto scrivere già il 26 Maggio, subito dopo essermi 'tirato via il dente' (dopo aver votato), pensando ai risultati negativi che sarebbero derivati dalle elezioni. Lo faccio oggi.

Intanto – in base al solito principio del meno peggio - ringrazio i popoli degli altri paesi europei: almeno hanno fatto barriera rispetto allo sfondamento delle forze sovraniste e di destra in Europa. Quello che non è avvenuto in Italia, con la forte affermazione della Lega. Forse in termini percentuali questo risultato è meno alto di come sembra, perché ha votato molta meno gente che alle politiche...comunque è alto lo stesso! Certo, è il risultato di una politica della paura, paura dell'altro, paura del diverso. La Lega ha avuto la capacità di passare da partito regionale a partito nazionale, proprio facendo leva sulle paure. Servirebbe un grande lavoro di analisi e di approfondimento per capire bene tutti gli aspetti di questa loro affermazione.

Detto questo, e dopo l'ennesimo 'cartello elettorale' della sinistra radicale, e il flop dei verdi italiani (entrambi non hanno raggiunto il quorum), provo a concentrarmi sul futuro, anche prossimo.

Proposta per un movimento europeo

Secondo me ci sono quattro grandi temi su cui bisognerebbe spendersi, argomentando e facendo analisi e proposte: ● cambiamenti climatici e migrazioni; ● mondo del lavoro: com'è oggi e come sarà domani; ● vecchi e nuovi diritti; ● lotta alla ricchezza e distribuzione del reddito.

Una premessa. In alcuni paesi europei dove, ad esempio, i Verdi hanno avuto dei buoni risultati, i temi suddetti sono già all'ordine del giorno. Non basta, deve venir fuori una proposta vera di trasformazione e di alternativa, dove le tematiche ambientali e sociali vedano un compenetrarsi a vicenda delle stesse. A partire da Greta Thunberg e "Friday for Future", dobbiamo costruire un forte movimento almeno europeo sia ambientale sia sociale. E con diramazioni – perché no? - internazionali, con uomini e donne di tutte le età, a partire dai territori, che sia esteso e abbia forza e continuità, che sappia essere rappresentativo anche quando non ha rappresentanza istituzionale. E tutto, rigorosamente, NON VIOLENTO. I nostri - eventuali - Stati Uniti d'Europa non hanno bisogno di eserciti, né dell'Esercito europeo né della Nato, ma di una aggregazione che sappia rispondere alle domande ambientali, sociali e dei diritti per il futuro.

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