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Pane e pace

di: Maria Lodovica Gullino, ordinario di Patologia vegetale e Vice-Rettore Università di Torino

Decenni di vacche grasse hanno un po’ fatto dimenticare e sottovalutare a molti l’importanza dell’agricoltura e, soprattutto, di un’agricoltura tesa a sostenere una popolazione in crescita a livello mondiale. Negli ultimi anni troppo spesso ha prevalso la considerazione, tanto trendy quanto poco realistica, che un paese come l’Italia dovesse essere destinato quasi esclusivamente all’agricoltura cosiddetta di nicchia. Questo atteggiamento è, spesso, purtroppo, fondato sull’idea, assai poco scientifica, che l’agricoltura tradizionale (convenzionale) sia per forza di minore qualità. In realtà, gli incontestabili avanzamenti della ricerca hanno permesso di aumentare in modo significativo lo standard qualitativo dei nostri prodotti agricoli. Troppo facilmente si è dimenticato che basta poco (un’annata particolarmente siccitosa, gravi attacchi parassitari, ad esempio) per compromettere le rese di produzioni importanti per la nostra alimentazione. 

In questi ultimi mesi, come abbiamo visto, fattori inattesi (la pandemia da Covid-19 prima, la guerra in Ucraina poi) hanno riportato all’attenzione di tutti l’agricoltura. Che è e deve restare un’attività di grande importanza, a cui dedicare attenzione, rispetto, ricerca e risorse. La situazione generata dalla guerra in Ucraina sta avendo e avrà importanti ripercussioni sugli approvvigionamenti alimentari (cereali e oleaginose in primis) e energetici del nostro Paese e non può non suscitare alcune riflessioni.

Il pane produce la pace

Nel 1970 Norman Borlaug fu insignito del Premio Nobel per la pace. Chi produce pane produce pace, fu la motivazione. Pane e pace. Due parole che tornarono alla nostra attenzione durante la cosiddetta “Primavera araba”. Con la crisi dei mutui negli Stati Uniti dal 2006 le banche spostarono miliardi di dollari sulle materie prime tra cui quelle alimentari, considerate più sicure. Questa componente speculativa fece aumentare i prezzi, in caso di scarso raccolto, di 2-3 volte più di quanto sarebbe stato normale. Diminuendo l’offerta e aumentando la richiesta e i costi di produzione, i prezzi dei cereali salirono: il 5 gennaio 2011 in Algeria cominciarono le proteste per l’aumento del prezzo del pane, proteste che poi si espansero a Tunisia ed Egitto, Giordania, Sudan e Yemen. Fu un campanello di allarme, purtroppo colto da pochi e ben presto dimenticato. Del resto si trattava di aree geografiche con storici problemi di disponibilità di cibo. 

Nella prima metà del secolo scorso Nazareno Strampelli ottenne una varietà ibrida di grano studiata con notevole miglioramento genetico e le sementi sono state esportate in tutto il mondo, risolvendo, in molte aree geografiche problemi di fame.Da allora l’Italia è diventata un paese sempre meno produttore e sempre più importatore di grano tenero e duro.

Italia non autosufficiente

Non tutti sanno che l’Italia, peraltro, non è alimentarmente autosufficiente: siamo autosufficienti solo nel caso di prodotti ortofrutticoli e vino; se dovessero per qualsiasi motivo chiudersi le frontiere ci sarebbero problemi a sfamare 1/4 della popolazione, che rimarrebbe senza cereali, patate, zucchero, legumi, latte, carne e, addirittura, olio d’oliva. Come mai? I motivi sono diversi e certamente un contributo alla situazione deriva anche dalla cementificazione del territorio. Secondo Confagricoltura Piemonte, in soli trent’anni sarebbe andato perso, in Piemonte, il 20% delle superfici agricole. Su scala nazionale, secondo Ispra, fra terreni agricoli e territori incolti sarebbero andati persi oltre due milioni di ettari, impermeabilizzati al ritmo di 2 metri quadrati al secondo. (…)

L’aumento dei prezzi

Quali le cause che hanno innescato l’aumento dei prezzi: a partire dalla crisi finanziaria del 2006 una serie di fattori economici, politici, oltre che tecnici, in parte casualmente, hanno agito in sinergia. Anzitutto i cambiamenti climatici influiscono sulla produzione di cibo, con il susseguirsi di annate difficili: ad esempio nell’estate 2010 in Russia e Ucraina caldo e siccità anomale causarono incendi che distrussero i raccolti di grano, mentre inondazioni hanno flagellato le coltivazioni in molte aree geografiche. Il cambiamento climatico, causato dalle attività industriali e da stili di vita sempre meno sostenibili, non sembra volersi arrestare, e, come ben sappiamo, se non verranno prese drastiche e urgenti misure di contenimento potrebbe divenire irreversibile. Non possiamo poi dimenticare che Paesi quali Cina, Brasile e India si stanno occidentalizzando, con conseguente aumento della richiesta di cibo, dovuto alla crescita demografica e all’aumento del consumo di carne.

In tempi di scarsi raccolti vi è la tendenza da parte dei paesi produttori a bloccare le esportazioni, mentre i paesi importatori aumentano le importazioni per cercare di creare delle riserve. Ne segue una minore offerta e una maggiore richiesta. L’aumento del prezzo del petrolio incide fortemente sui costi dell’agricoltura intensiva, fortemente meccanizzata e caratterizzata dal trasporto dei prodotti anche a lunghe distanze.  

Questi aumenti interessano sia i paesi industrializzati sia le economie emergenti. 

La guerra in Ucraina, paese produttore di buona parte dei cereali consumati nel mondo industrializzato e non, rischia di determinare una vera e propria emergenza alimentare, sia per questioni logistiche (dovute al blocco dei prodotti nei porti del Mar Nero) sia per la ridotta produzione nella stagione agraria del 2022, nel paese funestato dalla guerra. Con gravi ricadute per l’agricoltura italiana, come vedremo in un altro articolo nei prossimi giorni. 


(tratto da Battaglia del grano”. Guerra, pane e pace: si svuotano i granai e i prezzi salgono. Fine delle vacche grasse di Maria Lodovico Gullino. “Italia libera on line”, 24 maggio 2022)

Tags: economia, agricoltura, guerra Ucraina

 


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