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Il corpo di Silvia

di: Elena Stancanelli

Silvia Romano è una donna, e quindi la sua eventuale conversione, il suo dolore lo misuriamo nella cessione del corpo. Il nostro pensiero di maiali va subito alla possibilità che sia stata stuprata, che sia incinta. A quello che il suo corpo è diventato, a quello che mostra, racconta. Va a chi ne ha avuto proprietà, a cosa ne ha fatto. E anziché scagliarci contro i carcerieri, ci scagliamo contro la carcerata. Che cosa le vogliamo far pagare, adesso che è finalmente in salvo? Di questa macelleria sono responsabili soprattutto gli uomini. Ma non mancano le donne, e quando una donna si esprime in maniera rozza, scrive in un twitter sbrigativo una cosa volgare, usa una metafora grottesca, noi maiali ci scagliamo contro il femminismo. Ci affrettiamo a spiegare che anche le femministe, categoria antropologica verso la quale nutriamo la stessa diffidenza che nutriamo verso le donne che vanno a fare le cretine in Africa, sono divise. Le mettiamo le une contro le altre, le imputiamo di mancanza di solidarietà, ci accreditiamo quelle che non sono d’accordo con noi e buttiamo nella stessa gabbia di Silvia Romano quelle che prendono le distanze.

Di quello che sta succedendo a Silvia Romano, lo spaventoso e pericolosissimo linciaggio a cui è stata sottoposta da quando è stata fotografata sorridente, scesa dall’aereo in un abbigliamento che non ci piace, mentre pronuncia parole che non avremmo voluto sentire dire, non sono responsabili i social, la rete e la possibilità di chiunque di esprimersi senza conseguenze. Quello è solo il mezzo. La colpa siamo noi, che continuiamo a pensare al corpo delle donne come un campo di battaglia, una posta in palio, un altare o una latrina. E’ così difficile pensare che si tratta di un essere umano che ha sofferto al di là della nostra immaginazione, che merita rispetto, e silenzio?


(tratto da E. Stancanelli, una femmina da sbranare, La Stampa, 14/05/2020)

Tags: donne, discriminazione, femminismo

 


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