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I primi della classe: il ruolo della comunicazione

di: Intervista a Marco Lombardi

Intervista a Marco Lombardi, docente di Sociologia alla Cattolica di Milano ed esperto di Gestione del rischio e crisis management

Chernobyl non ci ha insegnato proprio nulla, sono sconfortato».

Cosa c’entra adesso Chernobyl con il Coronavirus, professore?

«Da quel disastro del 1986 abbiamo cominciato a occuparci di comunicazione dell’emergenza. E il paragone ci sta tutto: la radioattività non si vede, non si tocca e non puzza. Proprio come il Covid-19. Se nessuno avesse raccontato qualcosa, di Chernobyl non se ne sarebbe saputo nulla».

Allora l’ordine era “troncare, sopire, sopire, troncare”?

«Di più, tacere. Il ministro della Sanità italiano chiamò quello francese e gli disse: “Voi che cosa dite?”. Risposta: “Perché, voi volete dire qualcosa?”. Della serie: attenzione a quello che comunicate perché le ricadute hanno un impatto clamoroso e potenzialmente devastante. I francesi avevano capito benissimo che squarciando il velo su quel disastro si sarebbe messo in discussione il nucleare come poi accadde l’anno successivo in Italia con il referendum. E i francesi questo non potevano permetterselo».

Perché è sconfortato?

«La gestione della comunicazione durante un’emergenza può essere di pancia, conseguenza del fatto che ci sentiamo emotivamente tutti coinvolti e quindi si usa la pancia, non il cervello, per rispondere. È quello che ha fatto, ad esempio, il presidente della Regione Marche che ha chiuso tutte le scuole perché ha visto i suoi cittadini allarmati dal Coronavirus. Oppure, siccome la crisi è un evento notiziabile, si salta sul palcoscenico per far vedere quanto si è bravi. La comunicazione è sempre rappresentazione, i media rappresentano sempre la realtà, non sono la realtà».

E che rappresentazione è venuta fuori in questi giorni?

«Di un Paese che anziché diminuire ha incrementato il senso d’incertezza dei cittadini, esattamente quello che non si deve mai fare in una crisi che è il luogo dell’incertezza per antonomasia. Noi siamo in una situazione in cui non sappiamo che fare perché non vediamo il futuro. In questo contesto, bisogna avere rappresentazioni coerenti da parte dei media».

È colpa solo dei media?

«No, si è trattato di un cortocircuito. Da una parte, alcuni media che da un giorno all’altro sono passati con disinvoltura da una posizione all’altra con titoli pazzeschi. Dall’altra, gli stessi scienziati, medici, virologi e tecnici i quali, anziché orientare i cittadini, si sono messi a discutere, anche via social, tra di loro dicendo tutto e il contrario di tutto e portando in piazza le loro diatribe. Una situazione assurda. Le ricerche che abbiamo condotto negli ultimi vent’anni dicono che i tecnici e la Protezione Civile sono la fonte privilegiata dei cittadini in tempi di crisi. E quindi queste persone hanno una responsabilità enorme per quello che fanno e per come comunicano. Infine, la politica che si è messa a cavalcare l’onda emotiva facendo a gara a chi fosse più bravo».

Si riferisce ai presidenti delle Regioni?

«Non solo. Tutti hanno giocato a fare i primi della classe. I governatori che per primi hanno emanato ordinanze cercando di dire che erano bravissimi e rapidi a contenere il focolaio. Il governo che è entrato in ritardo su quest’operazione cercando, senza riuscirvi, a prendere il controllo della situazione per gestirla da un’unica cabina di regia. Il coordinamento deve essere uno solo, non devono esserci più voci».

Conseguenze da questo atteggiamento da “primi della classe”?

«Devastanti. Abbiamo, di fatto, fornito ai nostri competitori le armi per farci fuori».

Spieghi.

«Se l’unico modo per contenere il focolaio era quello di chiudere tutto e bloccare le persone, ora i francesi, gli americani o i tedeschi e gli altri Paesi, ne ho contati già une ventina, possono ben bloccare gli italiani che vanno da loro o dire, come sta accadendo, ai loro cittadini di non venire più in Italia per turismo o lavoro. Della serie: “l’avete fatto voi a casa vostra, blindando tutto e tutti, lo facciamo anche noi prendendo esempio da voi che siete stati bravissimi”. In realtà, gli abbiamo dato noi la possibilità di fare quello che stanno facendo con il risultato che il 40% del Pil nazionale di fatto rischia di andare in fumo perché è questo che accade quando si fermano quattro regioni come Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna».

Dobbiamo prendercela con noi stessi, quindi, se all’estero ci considerano un lazzaretto?

«La sindrome da primi della classe insieme a un micidiale pressapochismo nella gestione della cosa pubblica ci hanno fatto credere che dimostrando quanto siamo bravi nel contrasto al Coronavirus avremmo avuto la solidarietà di tutti gli altri Paesi dimenticando ingenuamente che non viviamo in un mondo solidale».

Tutti contro tutti.

«Da dieci anni stiamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi, come dice papa Francesco, e le guerre, si sa, si fanno su tutti gli asset, in qualunque contesto, con qualsiasi arma. Recuperare non è facile, quando in una situazione di crisi perdi la fiducia recuperarla dopo è terribilmente faticoso se non impossibile».

Come si doveva affrontare l’emergenza?

«Con più calma. Il Coronavirus non è mortale come altri virus ma la sua peculiarità è che si propaga molto velocemente e facilmente. Quindi, la questione è organizzativo-logistica prima che sanitaria. Se abbiamo il 10% di persone che finiscono in terapia intensiva in cinque mesi come accade per l’influenza abbiamo posti a sufficienza. Se abbiamo il 10% di persone che vanno in terapia intensiva nel giro di 30 o 60 giorni a causa del Coronavirus i posti ci mancano. Da qui, l’unica necessità è limitare i contagi, con l'obiettivo, se non di ridurli, almeno di “spalmarli” su periodi più lunghi e far sì che il nostro sistema sanitario riesca a gestirli senza andare in affanno».

Adesso come si rimedia?

«Con un minimo di ripensamento da parte dei media e lavorando insieme, media, tecnici e istituzioni, con l’obiettivo univoco di ridurre i contagi nel giro dei prossimi mesi. Il cittadino non vuole che gli si dica che sarà salvo fra due ore ma che c’è un percorso da fare che, magari, potrebbe durare qualche settimana ma non è la fine del mondo. E poi il coordinamento centralizzato».

Il governo dovrebbe avocare a sé i poteri delle Regioni?

«Sì, è legittimo che in una situazione eccezionale come questa lo faccia senza cambiare le leggi ordinarie. O temiamo che l’eccezione diventi la norma in futuro? Dobbiamo cambiare un po’ testa, noi italiani».

 


Da Famiglia cristiana, 2 marzo

Tags: paura, comunicazione, coronavirus

 


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