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Coronavirus: l’infodemia e i tre conflitti che stanno favorendo l’ansia

di: redazione

L’arrivo del Coronavirus in Italia e la conseguente proiezione del nostro Paese al centro dell’attenzione mondiale per il numero di contagi al momento verificati (terzi al mondo dopo la Cina e la Corea del Sud, primi in Europa) hanno generato una diffusa reazione di paura, ansia, se non addirittura panico in segmenti significativi della popolazione. Le foto dei supermercati presi d’assalto da consumatori evidentemente convinti di poter essere chiamati a restare barricati in casa per settimane testimoniano un processo che a questo punto pare difficile da contenere, almeno fino a quando il numero di guarigioni non supererà quello dei contagi.

Accanto alla possibile epidemia di Coronavirus ne esiste un’altra, infatti, che si è attivata e che si attiva ogniqualvolta si crea una crisi di fiducia dei cittadini nei confronti dell’informazione “ufficiale”, che proviene prima di tutto dalle istituzioni chiamate a gestire un’emergenza, ma che riguarda anche l’eterogenea galassia dei mezzi di informazione. Questa dinamica è definita infodemia, cioè la «circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili» (dai Neologismi del Vocabolario Treccani).

In sintesi: i cittadini, attraverso i social media e ancor di più con strumenti di assai difficile tracciabilità esterna quali le piattaforme di instant messaging, come ad esempio WhatsApp, iniziano a scambiarsi informazioni che provengono dalle fonti più disparate. La sommatoria di tre dinamiche ‒ ossia 1) la sfiducia nei confronti delle istituzioni (Stato, Comuni, Regioni, Parlamento, politici in genere) e nei media, 2) la maggior fiducia nei confronti delle informazioni provenienti attraverso il passaparola, soprattutto se l’interlocutore è una persona all’interno delle proprie reti amicali e familiari; 3) la presenza di bias cognitivi nell’elaborazione dell’informazione da parte di qualsiasi essere umano, e in particolare quelli ‘di conferma’ (cioè la tendenza a fidarci maggiormente delle opinioni altrui quando assomigliano alle nostre o a ricordarci maggiormente le informazioni quando sono in linea con il nostro punto di vista) ‒ genera quell’impasto sostanzialmente inscalfibile che porta alle conseguenze a cui stiamo assistendo in questi giorni: mascherine introvabiliAmuchina in vendita a prezzi folli su Amazonrisse a sfondo xenofobo nei supermercati, solo per citare i casi più eclatanti. In una parola: il panico.

Le prime due dinamiche descritte sono tra loro complementari: alla crisi di fiducia nei cosiddetti ‘corpi intermedi’ coincide, per riflesso, un rifugio nelle reti relazionali di prossimitàDi qualcuno, in fondo, ci si dovrà pur fidare.

Ed è qui che si può provare a fare qualcosa per ridurre l’effetto di ansia generalizzata in cui l’Italia è piombata da giorni; il lavoro sugli errori e sulle distorsioni di percezione, per quanto assolutamente fondamentale, richiede infatti anni e un massiccio investimento in educazione e media literacy. Per farlo, però, bisogna mettere prima di tutto in evidenza tre conflitti che favoriscono la sfiducia nelle istituzioni e nei media e la conseguente fuga verso il “sentito dire”.

Il conflitto tra le competenze dello Stato: dopo l’attuazione delle prime misure emergenziali adottate dalle Regioni più colpite dal Coronavirus, in particolare Lombardia e Veneto, è partita una corsa avventata da parte di altri enti locali che hanno (in modo del tutto arbitrario) paventato provvedimenti di chiusura delle scuole o di limitazione alla libertà di movimento da parte di persone residenti anche a decine di chilometri dalle zone del contagio. Il fatto che queste scelte siano state adottate a macchia di leopardo e senza alcuna omogeneità mina la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e dunque può portare le persone a non rispettare fino in fondo quelle direttive o a cercare elementi informativi “altri” (data anche la sfiducia nei media) per verificare se il ‘panico istituzionale’ abbia una qualche ragione, magari non ancora emersa nella pubblica opinione.

Il conflitto tra esperti: l’opinione di immunologi e virologi è molto ascoltata in questi giorni, com’è giusto che sia. Cosa succede se però l’opinione degli esperti presenta elementi di difformità, o se addirittura genera polemiche incrociate tra loro? Dan Ariely, un economista comportamentale, lo spiega in modo impeccabile: quando una persona è posta davanti a un’alternativa tra due sole opzioni è più motivata a cambiare idea; se invece le alternative diventano tre (o più) si preferisce rimanere sulla propria posizione di partenza perché il costo cognitivo richiesto al cervello per ponderare tutte le alternative è eccessivo. Due immunologi che discutono tra loro o un esperto che prova a smentirne un altro sui media nazionali generano una sorta di annullamento del loro contributo: i cittadini smetteranno di ascoltare gli esperti perché, in fondo, si contraddicono tra loro e manterranno la loro idea iniziale, anche se errata o viziata dalla paura.

Il conflitto tra le ‘missioni del giornalismo’: è in corso – per l’ennesima volta – uno scontro in pubblica piazza tra le sempre meno conciliabili visioni di giornalismo nell’era contemporanea. Da una parte assistiamo alla via del sensazionalismo, dei toni urlati, dei titoli ad effetto per conquistare l’audience televisiva o i click necessari per attingere ai profitti della pubblicità. Dall’altra emerge la necessità, mai così pressante come durante un’epidemia, di offrire informazione di qualità, ben ponderata, che rifugga le semplificazioni, che rinunci anche alla pubblicazione intensiva di aggiornamenti irrilevanti dal punto di vista giornalistico (gli articoli sui ‘casi sospetti’ sul Coronavirus), per citare l’esempio più eclatante) in nome dell’autorevolezza ma soprattutto della riduzione dell’infodemia.

Questi tre conflitti, purtroppo, sono evidenti e non aiutano né a contrastare il Coronavirus né le reazioni spaventate della popolazione italiana. Ridurre quei conflitti vuol dire, anche, aiutare a ridurre la durata di questa difficile stagione del nostro Paese.


Articolo pubblicato su Atlante – Treccani 26.02.2020

Tags: giornalismo, panico, coronavirus

 


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