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La svolta danese

di: Marco Castaldo

I risultati delle elezioni in Danimarca

In Danimarca gli elettori hanno scelto una nuova direzione e un nuovo governo. Lo ha detto la leader dei socialdemocratici danesi, Mette Frederiksen, dopo la vittoria alle elezioni parlamentari, definendole "le prime elezioni climatiche nella storia della Danimarca".  I socialdemocratici di Frederiksen si confermano primo partito con il 26%, pur perdendo lo 0,3% rispetto alle elezioni del 2015. Ma, al contrario di quattro anni fa, questa volta potranno contare sul sostegno di altre forze di sinistra in crescita per raggiungere la maggioranza di 90 seggi su 179.

Guadagna voti il Partito liberale del premier uscente Rasmussen, che arriva al 23,4% (+3,9% rispetto al 2015), ma non gli alleati del blocco conservatore. In particolare, il partito dell'Alleanza liberale ottiene il 2,3%, con il leader e attuale ministro degli Esteri Anders Samuelsen che non entrerà nel nuovo parlamento. I populisti xenofobi del Partito del popolo danese infine precipitano dal 21,1% all'8,8%, mentre entra con 4 seggi in parlamento la Nuova Destra, fondata dall'architetto Pernille Vermund.

I tagli al welfare

Il primo aspetto da constatare è il ritorno dei socialdemocratici al governo del paese nordeuropeo famoso per il suo welfare, ma, negli ultimi vent’anni in Danimarca, in tema di welfare ci sono stati tagli a istruzione e salute hanno ingrossato l'erosione dello stato sociale che, mescolata alla convivenza spesso complessa con i migranti, ha prodotto lo status quo. Circa un quarto degli ospedali sono stati chiusi in due lustri e più della metà dei danesi non ritiene soddisfacente il servizio erogato dalla sanità pubblica, mentre al contempo sono aumentate le polizze stipulate con assicurazioni private. Nella scuola un quinto degli istituti sono stati chiusi e la spending review che ha toccato le case di cura, la pulizia e la riabilitazione per gli over 65.

Un leader donna

L’altro aspetto positivo è che il popolo danese ha scelto una leader donna socialdemocratica, Mette Frederiksen che all’età di 41 anni, la più giovane premier della storia danese, seconda donna ad assumere la carica, dopo Helle Thorning-Schmidt. Entrata nel partito a 15 anni e in Parlamento a 26, è stata ministro del Lavoro e della Giustizia. I danesi, dunque, non declinano la parità di genere come banalmente in Italia con l’obbligo per i partiti politici di individuare candidati rispettando l’alternanza di genere. Come dire che non ricopre alcuna importanza il valore intrinseco della persona, ma è sufficiente il rispetto di una formale regola matematica per metterci la coscienza a posto.

Il programma dei socialdemocratici danesi

Per vincere le elezioni i socialdemocratici hanno virato più a sinistra in tema di economia e di Stato sociale (“basta austerity” è uno dei cavalli di battaglia), ma più a destra per quanto riguarda l’immigrazione. Frederiksen ha infatti accolto le istanze presentate dal Partito popolare danese: bando del burqa in pubblico, riduzione del diritto d’asilo, rimpatri, confisca dei beni dei migranti per contribuire al loro mantenimento, proposta di istituire un “limite per l’immigrazione non occidentale”.

I socialdemocratici hanno anche promesso di aumentare la spesa pubblica (dello 0,8% nei prossimi cinque anni), riconoscendo il ruolo del welfare per i danesi. Hanno indicato le coperture in maggiori tasse che le imprese dovrebbero versare in uno speciale fondo sociale.

Frederiksen ha anche promesso nuove politiche edilizie con il vademecum «Città con spazio per tutti», per rendere la vita urbana accessibile alle famiglie con reddito medio, come impiegati e insegnanti, che ora  non possono permettersi di vivere dove lavorano. Per cui propone di ridurre gli affitti di alloggi pubblici, garantire più posti di residenza per gli studenti e impedire ai fondi di capitali stranieri di acquistare alloggi a basso costo per ristrutturarli e affittarli.

Il modello danese può essere vincente anche per la sinistra italiana?

In Italia Salvini ha vinto con una politica migratoria di chiusura totale, sia dei porti, sia dei rapporti con buona parte dei Paesi da cui provengono i migranti, ma il problema principale non è la presenza degli stranieri, bensì l’incapacità constatabile dell’attuale governo italiano di attuare politiche di investimento per il lavoro e lo sviluppo della società, a cominciare dai giovani, essi stessi migranti in cerca di lavoro all’estero. La destra vince perché la sinistra in Italia non ha idee chiare sulle problematiche migratorie e, quando ha tentato di porre rimedio all’afflusso degli sbarchi sulle coste italiane, lo ha fatto in modo sbagliato per assecondare la crescente richiesta di maggior rigore nei confronti degli stranieri che arrivano in Italia.

Il modello socialdemocratico danese in tema di politiche migratorie insegna che tra la politica di sinistra dell’”accogliamoli tutti” e quelle di destra dei “porti chiusi” ci deve essere, la politica dei diritti e dei doveri uguali per tutti, indigeni e stranieri. La Danimarca accoglie profughi e migranti economici e dà a tutti a gli stessi diritti, danesi/europei e no, incluso lo ius soli e la cittadinanza in 5 anni. Se gli stranieri commettono HATE CRIMES (rapina, stupro, omicidio - e tentato - pedofilia, ecc.: non furterelli o evasione fiscale) scatta la condanna e la pena che deve essere scontata in Danimarca e, dopo il carcere, lo straniero verrà espulso dall’Unione Europea o in un paese di sua scelta o in quello indicato dallo Stato danese. I socialdemocratici, con questi provvedimenti, intendono proteggere il sistema sociale del Paese e anche facilitare l'integrazione degli immigrati e rifugiati presenti sul territorio con tempi adeguati di attuazione. Va ricordato che la Danimarca è il paese d’Europa, insieme alla Svezia, con il più alto tasso di migranti diventati cittadini danesi.

I partiti di sinistra italiani non hanno compreso le istanze ed i bisogni dei ceti più deboli, che erano il loro elettorato e che che si sono spostati a destra. Il Partito Democratico vince nei grandi centri urbani e nei quartieri più ricchi, mentre perde clamorosamente nelle periferie, i bacini di voto storici delle forze di sinistra. hanno fatto sì che gli slogan violenti e razzisti delle destre hanno trovato terreno fertile nelle zone degradate  con precarie condizioni economiche. E’ in quelle situazioni che occorre dare risposte pragmatiche e di buon senso senza inasprire gli scontri e le divergenze provocate da una sempre più esasperata crisi economica e sociale.

Ritengo essenziale che le forze di sinistra in Italia comincino a parlare un linguaggio chiaro e netto circa le politiche di accoglienza dei migranti e della loro integrazione nella società italiana, abbandonando l’atteggiamento di superiorità culturale della sinistra italiana, percepito dalla popolazione come lontano dalle reali necessità delle persone. Ci sono diverse culture del popolo danese e di quello italiano, ma è necessario cominciare se non si vuole perdere la possibilità di uscire dalla gretta constatazione del fatto che siamo costretti ad accettare una perenne guerra tra poveri, di cui beneficiano forze politiche che esprimono disvalori e pericolose derive divisive, antidemocratiche e violente.

 

Tags: elezioni europee 2019, Danimarca, elezioni parlamentari

 


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