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Unire i puntini spaventa il potere. Perciò uniamoli

di: Andrea Tamiso, coordinatore provinciale Art.1 Vercelli

I risultati del voto

Il voto europeo e regionale del 26 maggio ci ha consegnato un quadro complessivo se possibile a tinte ancor più fosche di quelle che si erano delineate all’indomani del 4 marzo 2018 e conseguente fallimento del progetto di Liberi e Uguali, per le cause che non è interesse stare a indagare ulteriormente. La sinistra radicale, più frammentata che mai, è pressoché scomparsa dai radar ancorché se fosse in grado di compattarsi peserebbe, dati alla mano, quasi il 6%, il lieve recupero del PD, solo in termini percentuali, non è a tutta evidenza stato compreso dai dirigenti di quel partito che già si crogiolano nella prospettiva illusoria di essere tornati in sella, e il voto 5 Stelle proveniente da destra è tornato a casa con la Lega che ha fatto incetta di voti in ogni dove – anche tra i fascisti, come dimostrano CasaPound e Forza Nuova ridotte al lumicino.

Tuttavia la situazione è ben più fluida di quanto potrebbe apparire, perché con un’affluenza del 56% e un 8-10% di schede bianche o nulle, i voti validi rappresentano meno della metà del corpo elettorale. Salvini quindi ha preso il 34% del 48%, a essere buoni, ed è un dato da tenere nella giusta considerazione. A una sommaria analisi del voto, risulta altresì che il 70% degli elettori non ha riconfermato il voto delle Politiche di un anno fa, segno questo di una volatilità e un disorientamento generali mai così marcati. Il 27 si sono svegliati tutti leghisti come 5 anni fa si erano svegliati tutti renziani. Sappiamo poi come è andata a finire.

La situazione insomma è grave, ma non è seria. Anche perché si può affermare che grossomodo un ulteriore 30%, pur con diverse sfumature, abbia manifestato tutto il suo malessere a vedere una certa destra così in auge. Una fetta tutt’altro che trascurabile degli italiani comunque non si sente rappresentata ne’ dalla destra, ne’ tantomeno dalla sinistra così per come è oggi, e sceglie di non votare. E per quanto si potrebbe anche legittimamente pensare che gli assenti hanno sempre torto e non dovrebbero lamentarsi dello stato di cose generato dalle scelte di altri, l’astensionismo dilagante è un fenomeno che andrebbe finalmente affrontato con serietà e rigore. Noi siamo chiamati, anche considerata la concomitante crisi dei 5 Stelle, ora più che mai a fare la nostra parte. Anzi, ora o mai più.

Un contenitore di sinistra

Occorre dotarsi urgentemente di un contenitore politico in cui i singoli e le organizzazioni, senza che nessuna perda la propria identità o le proprie strutture, possano trovare una sintesi con pochi punti qualificanti comuni per sviluppare una proposta di governo per il Paese capace di offrire una nuova visione del mondo e della società rispetto a quella oggi maggioritaria della destra sovranista.

Non si deve cadere nell’errore, che ci è già costato 20 anni di berlusconismo, di personalizzare eccessivamente il confronto politico e di lanciare genericamente proposte di “fronte democratico” o “tutti contro Salvini”. Salvini è solo il volto, il nostro problema sono le idee che quel volto veicola. Serve recuperare prima di tutto un’identità comune, da declinare necessariamente in forme più radicali, come è radicale la crisi del capitalismo. Diciamo pure che avremmo bisogno di essere più una sinistra alla Giuseppe Bottazzi, detto Peppone. E’ urgente una casa comune in grado di mettere insieme comunisti, ex comunisti non pentiti, socialisti democratici, ecologisti e tutto il substrato culturale che compone quella che si definisce “sinistra”, ivi compreso il mondo del sindacato, anche di base, dei movimenti per i diritti civili, e che non abbia paura di essere tale né di presentarsi come tale. Che in sostanza si ponga, e lo dichiari senza fraintendimenti possibili, l’obiettivo di modificare la società e l’Italia in senso socialista nel rispetto della Costituzione democratica e antifascista.

Una nuova leva politica

E’ il momento anche di cambiare i nostri frontmen e frontwomen, liberando un’energia che a tratti si è ancora percepita tra di noi che una volta ci saremmo detti “la base” e che troppe volte negli ultimi anni è stata messa sottovuoto con candidature imposte. La classe dirigente del futuro e i candidati alle cariche pubbliche devono essere decise territorialmente dall’assemblea fisica degli iscritti e militanti dei partiti o soggetti politici che decidono di fare parte della coalizione. Un organismo di coordinamento regionale e poi nazionale, composto da delegati con mandato revocabile a maggioranza assoluta e soggetto a stretto controllo democratico, deve occuparsi di operare sulle proposte di candidatura un controllo di stretta legittimità, verificando il casellario giudiziale, l’assenza di compromissioni con la destra e pochi altri elementi fondamentali.Deve soprattutto essere evitato che le candidature vengano spartite col manuale Cencelli o che siano prive di rappresentatività e di legami con il territorio che è chiamato a votarle.

Il rapporto con PD e M5S

Il Partito Democratico non deve pertanto più essere considerato “l’interlocutore” e il soggetto imprescindibile per sviluppare una qualsiasi ipotesi di governo, dal Comune al Paese, semmai può essere “un” interlocutore qualora presenti a livello locale, o torni a rappresentare a livello nazionale, un compendio di valori che possano essere, pur diversi, compatibili con quelli che informano il nostro agire politico, primo fra tutti la critica serrata al liberismo e al neoliberismo. Occorre che il nostro atteggiamento sia dialogante ma autonomo. Fintanto che quel partito non sceglie una linea di netta discontinuità con il passato, (Jobs Act, la Buona Scuola, la riforma costituzionale Renzi-Boschi), non si può sviluppare un progetto di “nuovo centrosinistra” o di governo. A livello locale, qualora le condizioni lo consentano, può essere diverso, anche facendo riferimento a “contratti di governo” su misura per il territorio per disinnescare il leghismo montante, o immaginando di dialogare in sede legislativa su singoli provvedimenti di interesse comune.

Lo stesso atteggiamento vale, qualora ne intervenga un auspicato mutamento al suo interno, nei confronti del Movimento 5 Stelle, del quale nessuno dimentica la mancata cooperazione con il PD di Bersani, ma al quale va riconosciuto di aver portato all’attenzione del dibattito alcuni temi, che, seppur declinati in modo grossolano e atecnico, sono sempre appartenuti alla sinistra – vedasi reddito di cittadinanza e sostegno alle fasce deboli. Non deve più passare il messaggio che ci riteniamo depositari di una verità superiore, ma anche noi abbiamo valori non negoziabili, che servono l’interesse generale.

Rapporti con l’Europa e il resto del mondo

L’Europa deve essere l’Europa dei popoli e non l’attuale architettura istituzionale oggi esistente, in cui deve essere eliminato il Il , ossia l’unica istituzione direttamente eletta dal voto popolare, deve diventare veramente e in grado di adottare provvedimenti vincolanti nei confronti degli Stati membri. Tale impegno deve andare di pari passo con una , in senso più collaborativo nel primo caso e decisamente meno subalterno nel secondo. delle proprie specificità ed eccellenze territoriali, che anzi andranno difese con iniziative e una legislazione apposita.

Tags: Europa, politica internazionale, elezioni europee 2019, sinistra

 


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