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LABOUR Italia: una proposta politica

di: Rosaria Cataletto, Presidente Labour Italia

Si intende avviare un percorso per costruire un progetto per una nuova sinistra italiana europeista, riformista, laburista, che abbia al centro i temi del lavoro, dell’economia, dell’ambiente, dei diritti e che coinvolga le forze politiche che si riconoscono all’interno di una moderna sinistra europea. L'obiettivo di Labour Italia, e delle tante donne e uomini che ci lavorano, non è creare d’un tratto un altro soggetto alternativo, uno dei tanti che andrebbero ad aggiungersi al mondo frantumato della sinistra. Vogliamo essere un laboratorio politico e culturale ,iniziando a radicarci sui territori, chiamando a raccolta le migliori energie intellettuali e politiche sinora inutilizzate. Insieme vogliamo costruire un percorso condiviso: il programma sarà costituito dal sentire della gente e dalla ripresa di quei valori che nessuno di noi ha mai effettivamente abbandonato e di cui in questo momento storico si sente l'assoluta mancanza.

Vogliamo partire dai contenuti dall’analisi dei problemi, dalla voce delle persone, dei militanti, dei giovani, dei lavoratori, raccogliere le istanze, sviluppare idee da un confronto in cui proponiamo i temi e relatori competenti.

Labour Italia si ispira al laburismo inglese o, meglio, a quella visione politico progressista inglese che guarda innanzitutto al lavoro, alla sicurezza e ai servizi. La nostra idea di cultura politica deve collidere con una reale vicinanza alle esigenze dei territori, con la capacità di dare finalmente risposte adeguate. Ecco, un esempio valido potrebbe essere quello dell'Elemosiniere di Papa Francesco che ha fatto riattaccare la corrente a un palazzo di immigrati. E' stato un intervento pratico per la risoluzione di un problema.

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Nuovo principio di speranza

di: Alvaro Garcìa Linera, Movimiento al Socialismo, vicepresidente della Bolivia

La sinistra e la condizione operaia

Il problema della sinistra tradizionale è stato quello di avere confuso il concetto di “condizione operaia” con una specifica forma storica del lavoro salariato. La prima si è universalizzata ed è divenuta una condizione materiale planetaria. Non è vero che il mondo del lavoro stia scomparendo. In realtà non ci sono mai stati tanti operai e operaie nel mondo e in ogni Paese. Tuttavia, questa gigantesca organizzazione planetaria della forza lavoro è avvenuta mentre si dissolvevano le strutture sindacali e politiche esistenti. Così paradossalmente in un’epoca nella quale è stato mercantilizzato ogni aspetto della vita umana, pare che tutto si svolga come se non vi fossero più operai.

La nuova classe operaia non si riunifica prevalentemente attorno alla problematica lavorativa. Non ha ancora la forza organizzativa per poterlo fare e, forse, sarà ancora così per molto tempo ancora. Le mobilitazioni sociali non avvengono più tramite le forme classiche dell’azione operaia centralizzata, ma mediante forme sociali anfibie, nelle quali si mescolano professioni diverse, tematiche trasversali e forme associative flessibili, fluide, mutevoli. Si tratta di nuove forme di azioni collettive poste in essere dai lavoratori, anche se, in molti casi, esse lasciano emergere, più che l’identità lavorativa, altre fisionomie complementari come quella dei conglomerati territoriali o dei gruppi nati per rivendicare il diritto alla salute, all’educazione, ai trasporti.

La sinistra, invece di muovere rimproveri a queste lotte perché si sviluppano con modalità diverse dal passato, deve rivolgere attenzione all’ibridazione, all’eterogeneità del sociale. Deve farlo, in primo luogo, per comprendere i conflitti e, poi, per rafforzarli e contribuire ad articolarli con altre lotte a livello locale, nazionale e internazionale. Il soggetto del cambiamento è ancora il “lavoro vivo”: i lavoratori che vendono la loro forza di lavoro in modi molteplici. Le forme organizzative, i discorsi e le identità sono, però, molto differenti da ciò che abbiamo conosciuto nel XX secolo.

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Resilienza a sinistra

di: Michele Miravalle

Dopo ogni voto, l’analisi dei risultati elettorali è esercizio che appassiona molto gli addetti ai lavori. E così, in queste settimane, post Europee e Regionali del Piemonte, in molti si sono accalorati su tabelle, app, flussi.

A colpire non sono tanto le percentuali ottenute dai singoli partiti, ma la “composizione sociale” del voto. Chi ha votato cosa. Si rafforza quella tendenza - già in parte evidente alla Politiche del 2018 - di grande spaccatura tra il “popolo” che vota a destra (in questo caso, la Lega a trazione Salvini) e le “elite” (vere o presunte, che votano forze progressiste ed europeiste). Se volete leggerla sul piano geografico, i cittadini “urbani” da una parte e coloro che vivono invece nella periferia dell’Impero dall’altra.

Già negli anni ‘90 e nei primi Duemila, il più grande bacino di voti di Silvio Berlusconi, politico miliardario, erano proprio gli operai e le fasce di popolazione con meno reddito. In fin dei conti, non è cambiato molto da allora. Per avere conferma, basta notare come in tutte le grandi metropoli (Roma, Milano, Torino, Napoli), il Partito democratico è saldamente il primo partito, nelle “periferie” e in “provincia” fatica ad arrivare al 20% dei consensi.

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Europa verde e sociale

di: Annalena Baerbock, co-presidente dei Verdi tedeschi

Noi Verdi non ci siamo chiusi in noi stessi. Ci misuriamo con le grandi questioni. Facciamo proposte, indichiamo una prospettiva: come tenere insieme l’Europa? Come portare la Germania fuori dalla dipendenza energetica dai combustibili fossili offrendo nuove prospettive a chi ci lavora? Penso anche che noi Grunen abbiamo preso sul serio i giovani, la generazione che vivrà sulla propria pelle le conseguenze della crisi del clima. Abbiamo dato loro fiducia, portandoli anche nella politica reale e candidandoli nelle nostre liste.

L’Europa ha assicurato 70 anni di pace. E su questo fondamento vogliamo continuare a costruire per il XXI secolo. E’ nata come Comunità del carbone e dell’acciaio, ora deve diventare Unione della difesa del clima. Dobbiamo far sì che il mercato interno non valga solo per merci e servizi, ma anche per i prodotti digitali. I giganti del Web devono pagare le tasse e dobbiamo investire sulla coesione dell’Europa. Non serve amministrare lo status quo, così si diffonde il sentimento che la politica protegga il potere e non le persone. Invece è vero il contrario: l’economia, nel senso dell’economia sociale di mercato deve essere al servizio delle persone.

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La svolta danese

di: Marco Castaldo

I risultati delle elezioni in Danimarca

In Danimarca gli elettori hanno scelto una nuova direzione e un nuovo governo. Lo ha detto la leader dei socialdemocratici danesi, Mette Frederiksen, dopo la vittoria alle elezioni parlamentari, definendole "le prime elezioni climatiche nella storia della Danimarca".  I socialdemocratici di Frederiksen si confermano primo partito con il 26%, pur perdendo lo 0,3% rispetto alle elezioni del 2015. Ma, al contrario di quattro anni fa, questa volta potranno contare sul sostegno di altre forze di sinistra in crescita per raggiungere la maggioranza di 90 seggi su 179.

Guadagna voti il Partito liberale del premier uscente Rasmussen, che arriva al 23,4% (+3,9% rispetto al 2015), ma non gli alleati del blocco conservatore. In particolare, il partito dell'Alleanza liberale ottiene il 2,3%, con il leader e attuale ministro degli Esteri Anders Samuelsen che non entrerà nel nuovo parlamento. I populisti xenofobi del Partito del popolo danese infine precipitano dal 21,1% all'8,8%, mentre entra con 4 seggi in parlamento la Nuova Destra, fondata dall'architetto Pernille Vermund.

I tagli al welfare

Il primo aspetto da constatare è il ritorno dei socialdemocratici al governo del paese nordeuropeo famoso per il suo welfare, ma, negli ultimi vent’anni in Danimarca, in tema di welfare ci sono stati tagli a istruzione e salute hanno ingrossato l'erosione dello stato sociale che, mescolata alla convivenza spesso complessa con i migranti, ha prodotto lo status quo. Circa un quarto degli ospedali sono stati chiusi in due lustri e più della metà dei danesi non ritiene soddisfacente il servizio erogato dalla sanità pubblica, mentre al contempo sono aumentate le polizze stipulate con assicurazioni private. Nella scuola un quinto degli istituti sono stati chiusi e la spending review che ha toccato le case di cura, la pulizia e la riabilitazione per gli over 65.

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Sui veri risultati italiani delle Europee 2019. Non facciamoci abbagliare da percentuali di percentuali

di: Wu Ming

L’astensione

Un solo esempio per far capire quanto l’astensione al 44% distorca la “fotografia” e renda i ragionamenti sulle percentuali dei votanti – anziché del corpo elettorale – del tutto sballati: alle politiche del 4 marzo 2018 il PD prese 6.161.896 voti. Alle Europee di ieri, 6.045.723.

Non c’è nessun «recupero», sono oltre 116.000 voti in meno rispetto all’anno scorso. L’iperattivismo polemico di Carlo Calenda e la retorica da Madre di Tutte le Battaglie non hanno ottenuto nulla salvo un effimero superare una «soglia psicologica» che non ha corrispondenza nel reale.

Per chi dice che non vanno comparate elezioni diverse, ecco il dato delle precedenti Europee: 11.203.231. In cinque anni il PD ha perso oltre cinque milioni di voti, eppure, in preda all’effetto allucinatorio da percentuali “drogate” dall’astensione, la narrazione è quella del «recupero», della «rimonta», del «cambio di passo».

Se proprio si vuole ragionare in termini di percentuali, ragionando sul 100% reale vediamo che la Lega ha il 19%, il PD il 12%, il M5S il 9,5%. Sono tutti largamente minoritari nel Paese.

Rimuovere l’astensione rende ciechi e sordi a quel che si muove davvero nel corpo sociale. In Italia più di venti milioni di aventi diritto al voto ritengono l’attuale offerta politica inaccettabile, quando non disperante e/o nauseabonda.

Dentro l’astensione ci sono riserve di energia politica che, quando tornerà in circolazione, scompaginerà il quadro fittizio che alimenta la chiacchiera politica quotidiana, mostrando che questi rapporti di forza tra partiti sono interni a un mondo del tutto autoreferenziale.

Ora facciamo un esempio concreto di come rimuovere l’astensione abbia prodotto un effetto abbagliante e condotto a sfracellarsi chi si era fatto abbagliare.

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Vittoria inequivocabile della Lega in Piemonte

di: Federico Fornaro, capogruppo LEU Camera dei Deputati

Il grande vincitore delle elezioni regionali in Piemonte è stato il partito di Salvini, nonostante il nuovo Presidente della Regione, Cirio, sia (chissà per quanto) di Forza Italia. Lega che potrà contare nel nuovo Consiglio regionale su 24 consiglieri regionali su 51: quasi la maggioranza assoluta.

Non ho usato a caso la definizione “partito di Salvini”, perché questa è stata un’affermazione innanzitutto del segretario federale della Lega e vicepremier, più ancora che della Lega.

In questi anni Salvini ha trasformato il Carroccio da partito identitario (e in declino) in quello che i politologi americani chiamano partito “pigliatutto”, con una dimensione non più limitata alla Padania, ma nazionale.

È giusto ricordare che nella sua storia la Lega ci ha già abituato, a queste ondate alluvionali di consensi a cui hanno fatto seguito repentini prosciugamenti dei bacini di consenso.

Questa volta, però, è diverso perché domenica l’esondazione non è stata limitata alle sole regioni settentrionali, ma ha riguardato tutta l’Italia, pur perdendo di intensità scendendo giù giù per lo stivale.

In Piemonte alla forza espansiva della Lega (41,8% alle europee) si è unito il tradizionale apporto del centro destra con il 10,1% di Forza Italia e il 5,9% di Fratelli d’Italia. Cirio partiva, dunque, da una dote di consenso politico del 57,8% che si è ridotto nelle regionali al 49,9% con una perdita di 7,9 punti percentuali, comunque largamente sufficienti a garantirgli la vittoria. La Lega, nella stessa giornata, perde tra europee e regionali il 4,7%, Forza Italia l’1,7% Fratelli d’Italia lo 0,4%, mentre si aggiunge l’1,4% della Lista Si Tav e l’1,1% dell’Udc.

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Suolo e paesaggio in Europa ancora tutto da costruire…

di: Mario Catizzone e Alessandro Mortarino, Forum Salviamo il Paesaggio

A urne chiuse e responsi ormai definiti, possiamo provare a commentare l’orientamento mostrato dai candidati italiani verso i temi a noi più congeniali. Necessario, innanzitutto, ripercorrere l’ultima parte di questa campagna elettorale guidata da toni forti e frasi ad effetto. Esattamente un mese prima del voto il nostro Forum aveva completato l’analisi dei programmi elettorali delle forze politiche in competizione e il dibattito in corso. Di tutela del suolo e del paesaggio ben poche erano le tracce visibili... All’interno della mailing list del nostro coordinamento nazionale (oltre 300 persone) i commenti non lasciavano dubbi sulla delusione collettiva, tanto che qualcuno esprimeva un’opinione in formato epigrafe: «suolo e paesaggio? Non pervenuti…».
Già, non pervenuti. Il tema risultava gravemente distante dalle principali attenzioni delle forze politiche e ancora una volta la sensazione di marginalità estrema pareva inevitabile. Possibile?
Sì, possibile.
Di fronte alla chiara situazione, immediata nasceva la domanda: «cosa possiamo fare per portare all’attenzione dei candidati il tema del suolo e del paesaggio?». Troppo tardi per creare manifestazioni di richiamo, giudicati poco utili momenti di confronto attraverso convegni, dibattiti, duelli all’arma bianca; qualcosa però doveva essere fatto. Qualcosa che non ci distraesse troppo dai mille impegni locali e dalla grande battaglia in corso per la nostra proposta di legge nazionale ora in (faticosa) discussione al Senato.
Nasceva così l’idea di provare a redigere un semplice documento in grado di sintetizzare in poche frasi i punti nodali della questione e di accompagnarlo a tre altrettanto stringati quesiti da rivolgere ai candidati,tutti e di ogni forza politica: i candidati, si sà, hanno sempre poco tempo per leggere le istanze “dal basso” e l’ultimo mese è scadenzato da agende fitte e non modificabili…
A venti giorni dal voto il documento e i quesiti venivano affidati ai nostri comitati e associazioni locali, con l’invito di inoltrarlo a tutti i candidati dei loro rispettivi collegi. Qualche comitato non se la sente, forse per la sensazione di incolmabile distanza tra noi e la “politica” europea. Altri si arenano nella ricerca faticosa degli indirizzi mail dei loro candidati locali. Molti si attivano e inoltrano, senza successo. Altri – più fortunati o più in relazione – raccolgono le prime risposte.

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Unire i puntini spaventa il potere. Perciò uniamoli

di: Andrea Tamiso, coordinatore provinciale Art.1 Vercelli

I risultati del voto

Il voto europeo e regionale del 26 maggio ci ha consegnato un quadro complessivo se possibile a tinte ancor più fosche di quelle che si erano delineate all’indomani del 4 marzo 2018 e conseguente fallimento del progetto di Liberi e Uguali, per le cause che non è interesse stare a indagare ulteriormente. La sinistra radicale, più frammentata che mai, è pressoché scomparsa dai radar ancorché se fosse in grado di compattarsi peserebbe, dati alla mano, quasi il 6%, il lieve recupero del PD, solo in termini percentuali, non è a tutta evidenza stato compreso dai dirigenti di quel partito che già si crogiolano nella prospettiva illusoria di essere tornati in sella, e il voto 5 Stelle proveniente da destra è tornato a casa con la Lega che ha fatto incetta di voti in ogni dove – anche tra i fascisti, come dimostrano CasaPound e Forza Nuova ridotte al lumicino.

Tuttavia la situazione è ben più fluida di quanto potrebbe apparire, perché con un’affluenza del 56% e un 8-10% di schede bianche o nulle, i voti validi rappresentano meno della metà del corpo elettorale. Salvini quindi ha preso il 34% del 48%, a essere buoni, ed è un dato da tenere nella giusta considerazione. A una sommaria analisi del voto, risulta altresì che il 70% degli elettori non ha riconfermato il voto delle Politiche di un anno fa, segno questo di una volatilità e un disorientamento generali mai così marcati. Il 27 si sono svegliati tutti leghisti come 5 anni fa si erano svegliati tutti renziani. Sappiamo poi come è andata a finire.

La situazione insomma è grave, ma non è seria. Anche perché si può affermare che grossomodo un ulteriore 30%, pur con diverse sfumature, abbia manifestato tutto il suo malessere a vedere una certa destra così in auge. Una fetta tutt’altro che trascurabile degli italiani comunque non si sente rappresentata ne’ dalla destra, ne’ tantomeno dalla sinistra così per come è oggi, e sceglie di non votare. E per quanto si potrebbe anche legittimamente pensare che gli assenti hanno sempre torto e non dovrebbero lamentarsi dello stato di cose generato dalle scelte di altri, l’astensionismo dilagante è un fenomeno che andrebbe finalmente affrontato con serietà e rigore. Noi siamo chiamati, anche considerata la concomitante crisi dei 5 Stelle, ora più che mai a fare la nostra parte. Anzi, ora o mai più.

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Che fare a sinistra?

di: Laurana Lajolo

Gli scarsi risultati elettorali hanno aperto una discussione tra gli esponenti delle sinistre, sia di quella alleata elettoralmente con il PD sia di quella che ha presentato proprie liste. Non si tratta soltanto di una questione elettorale, ma di culture politiche non del tutto omogenee tra loro, che dovrebbero tendere a trovare riflessioni intrecciate. Il PD di Zingaretti ha realizzato una coalizione elettorale tra esperienze e forze di diversa ispirazione intorno alla proposta di contrastare il sovranismo ed è riuscito a recuperare qualche fiducia elettorale, ma ovviamente non basta.

E’ stato per me indicativo che, mentre Salvini riempiva le piazze, i candidati della sinistra facevano dibattiti con scarse presenze. E’ il segno evidente dello scollamento non solo del partito democratico, ma delle sinistre, dalla gente, il segno della difficoltà di rappresentare i giovani precari o disoccupati, i pensionati, i lavoratori e così via. I giovani sono stati i “grandi assenti” dalla campagna elettorale a sinistra.

I commenti postelettorali hanno messo in evidenza che è stato un voto dettato dalla paura e dal disagio, persino dall’odio, ed effettivamente nelle parole del leader della destra ci sono tanti riferimenti, ma il problema per le sinistre è prima di tutto conoscere direttamente la consistenza delle questioni, e non fermarsi alla comunicazione sui social e alle frasi gridate. Sulla conoscenza e sull’analisi vanno costruite proposte politiche, forse plurime e flessibili, articolate secondo i bisogni  e le aspettative della gente.

Ma bisogna anche fare un’altra, molto difficile, operazione culturale: quella di “smontare” l’informazione/disinformazione dell’avversario politico, dei media e dei social. Tempo fa, molto prima della campagna elettorale, su queste pagine abbiamo pubblicato una nota intitolata La Bestia, in cui lo staff di Salvini spiegava esplicitamente come “costruisce” in tempo reale la comunicazione del “capitano” con notizie reali e inventate (false), ma credibili.

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Riflessioni su elezioni europee e oltre

di: Michele Clemente

Avrei voluto scrivere già il 26 Maggio, subito dopo essermi 'tirato via il dente' (dopo aver votato), pensando ai risultati negativi che sarebbero derivati dalle elezioni. Lo faccio oggi.

Intanto – in base al solito principio del meno peggio - ringrazio i popoli degli altri paesi europei: almeno hanno fatto barriera rispetto allo sfondamento delle forze sovraniste e di destra in Europa. Quello che non è avvenuto in Italia, con la forte affermazione della Lega. Forse in termini percentuali questo risultato è meno alto di come sembra, perché ha votato molta meno gente che alle politiche...comunque è alto lo stesso! Certo, è il risultato di una politica della paura, paura dell'altro, paura del diverso. La Lega ha avuto la capacità di passare da partito regionale a partito nazionale, proprio facendo leva sulle paure. Servirebbe un grande lavoro di analisi e di approfondimento per capire bene tutti gli aspetti di questa loro affermazione.

Detto questo, e dopo l'ennesimo 'cartello elettorale' della sinistra radicale, e il flop dei verdi italiani (entrambi non hanno raggiunto il quorum), provo a concentrarmi sul futuro, anche prossimo.

Proposta per un movimento europeo

Secondo me ci sono quattro grandi temi su cui bisognerebbe spendersi, argomentando e facendo analisi e proposte: ● cambiamenti climatici e migrazioni; ● mondo del lavoro: com'è oggi e come sarà domani; ● vecchi e nuovi diritti; ● lotta alla ricchezza e distribuzione del reddito.

Una premessa. In alcuni paesi europei dove, ad esempio, i Verdi hanno avuto dei buoni risultati, i temi suddetti sono già all'ordine del giorno. Non basta, deve venir fuori una proposta vera di trasformazione e di alternativa, dove le tematiche ambientali e sociali vedano un compenetrarsi a vicenda delle stesse. A partire da Greta Thunberg e "Friday for Future", dobbiamo costruire un forte movimento almeno europeo sia ambientale sia sociale. E con diramazioni – perché no? - internazionali, con uomini e donne di tutte le età, a partire dai territori, che sia esteso e abbia forza e continuità, che sappia essere rappresentativo anche quando non ha rappresentanza istituzionale. E tutto, rigorosamente, NON VIOLENTO. I nostri - eventuali - Stati Uniti d'Europa non hanno bisogno di eserciti, né dell'Esercito europeo né della Nato, ma di una aggregazione che sappia rispondere alle domande ambientali, sociali e dei diritti per il futuro.

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USA, Europa, Iran: guerra?

di: Stefano Stefanini

Uscendo dall’accordo nucleare con Teheran, l’amministrazione Trump piazzava un macigno sul crinale fra Stati Uniti e Europa. Per un anno è stato fermo. Adesso comincia a rotolare. La traiettoria, ad altissimo rischio per Medio Oriente e Golfo, stritola politicamente l’Europa, arroccata in difesa di un patto giusto ma che non esiste quasi più. Gli europei restano immobili mentre tutti gli altri (Stati Uniti, Iran, Arabia saudita, Israele, Russia ecc.) si muovono fulmineamente.

La crisi è voluta dall’amministrazione Trump per confluenza di motivazioni. Il braccio di ferro con l’Iran porta acqua al mulino elettorale del presidente: allieta l’amico Netanyahu a Gerusalemme. I falchi John Bolton e Mike Pompeo credono nella massima pressione e non disdegnano disegni ultimi di “regime change”. La tensione con Teheran unisce il fronte arabo anti Iran e lo rende meglio disposto verso il piano di pace americano Israele-Palestina, atteso post-Ramadan.

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Il sultano del Brunei a favore della lapidazione per gay e adulteri

di: redazione

Hassanal Bolkiah, sultano del Brunei, ha inoltrato una lettera al Parlamento europeo per difendere la decisione di introdurre la pena di morte per lapidazione per i colpevoli di adulterio e sesso omosessuale: “Rendere l’adulterio e la sodomia un reato serve a salvaguardare la sacralità della discendenza familiare e del matrimonio per i musulmani, e specialmente per le donne”.

L’omosessualità in Brunei è diventata illegale nel 1984, parallelamente alla rottura del sultanato con il dominio britannico. Sino alla promulgazione della nuova legge, l’omosessualità era punibile con la prigione ma, dopo questa svolta costituzionale, la punizione si è inasprita. 

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Il ritorno delle primavere arabe

di: David Kirkpatrick, The New York Times

Le speranze suscitate dalle primavere arabe del 2011 con il tempo si sono dissolte. Ma i loro effetti si stanno di nuovo facendo sentire in tutto il Nord Africa, mettendo in crisi i regimi autoritari e sollevando nuove questioni sul futuro di questi paesi. Passi indietro o delusioni sono all’ordine del giorno. I generali hanno spinto alle dimissioni Abdelaziz Boutefika per placare le folle, ma gli algerini ora devono fare i conti con un sistema difficile da smantellare. Il tentativo del maresciallo Khalifa Haftar in Libia di instaurare un nuovo regime autoritario conquistando tutto il paese ricorda gli infelici esiti delle rivolte in Egitto, BahereinSiria e Yemen.

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Il gioco di Haftar

di: Frederic Bobin, Le Monde

L’uomo forte della Cirenaica è stato riabilitato dalle cancellerie europee nell’autunno del 2016, dopo essere stato messo ai margini, preso in giro come “generale da operetta” e ritenuto un potenziale “golpista”. Da allora la scommessa diplomatica è stata quella di integrarlo negli equilibri politici della Libia per renderlo più docile e cancellarne il militarismo più incendiario. La svolta è avvenuta a dicembre 2016, quando le sue forze hanno occupato la mezzaluna petrolifera, i porti sul golfo della Sirte da cui viene esportato il greggio libico. Fino a quel momento i contatti con Haftar si erano limitati a una cooperazione discreta in materia di sicurezza guidata dai servizi segreti occidentali, soprattutto francesi, sul fronte di Bengasi, dove il maresciallo combatteva (tra gli altri avversari) i nuclei jidaisti. Con la conquista della mezzaluna petrolifera, il modo in cui Haftar era considerato nelle cancellerie è cambiato radicalmente. Alcuni hanno cominciato a sostenere la necessità di tendergli la mano, ricordando il suo coraggio nell’organizzare la resistenza a Bengasi tra il 2013 e il 2014 contro un’ondata di omicidi scatenata dai jidaisti di Ansar al sharia. Questa linea ha avuto la meglio degli scettici che lo sospettavano di voler attuare una restaurazione autoritaria simile a quella egiziana.

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Gli intellettuali "spettacolo"

di: Ivan Cotroneo

Mai come in questi ultimi anni il nostro Paese ha avuto un fiorire di iniziative, di festival, di feste, di saloni, alle volte in competizione uno con l’altro, e di rassegne che hanno a che fare con i libri, con gli autori, con la lettura e in generale con la comunicazione, la filosofia e quant’altro. Il pubblico risponde spesso con entusiasmo, qualche volta è disposto a pagare per ascoltare, e gli autori fanno a gara per esserci, per presentare i loro libri, per raccontarsi.

Mai come in questi anni abbiamo avuto e abbiamo per l’Italia quello che un tempo si sarebbe detto un fermento intellettuale e letterario che prima non esisteva, perlomeno in queste forme. Eppure, nonostante tutta questa attenzione culturale, il Paese mostra un arretramento preoccupante: in termini di copie di libri (e di giornali) vendute, in termini di chiusura mentale e intellettuale, di diffidenza, di banalizzazione dei problemi, di semplificazione in generale. E non solo per un’aria di destra che si respira in tutta Europa ma proprio per una sorta di semplificazione del ruolo degli intellettuali, visti come un riempitivo, un gioco di società, come una compagnia di giro che passa da un festival a un altro, da una rassegna a un salone, da una trasmissione televisiva a una pagina Facebook, a raccontare se stessa, il proprio mondo, i propri dolori, i propri libri e soprattutto il proprio privato. Così i letterati hanno spostato l’asse del loro lavoro da un piano letterario e politico a un piano egocentrico, autoreferenziale, effimero e psicoanalitico. (…)

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Nella caverna

di: Laurana Lajolo

Ho riletto in questi giorni il mito della caverna di Platone e l’ho trovato limpidamente esplicativo della condizione umana contemporanea.

Il filosofo greco del IV secolo a.C., nella sua opera “Repubblica”, volle spiegare come gli uomini che rimangono vincolati alle opinioni, vedano solo le ombre delle idee. Nel mito platonico gli uomini sono legati al fondo di una caverna su cui passano delle ombre come riflesso delle idee che sono alla luce, all’imbocco della caverna. Soltanto qualcuno riesce a liberarsi dai legami e a salire alla superficie e sono quelli, che diventando filosofi cioè saggi e conoscendo la verità, hanno il dovere di guidare lo stato.

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“Esageruma nen” con le nocciole

di: Carlo Petrini

Quando parliamo di turismo e di agricoltura ben sappiamo quanto importanza abbia la tutela del paesaggio e la produzione alimentare per l’economia del Paese. I sintomi più evidenti di questo disinteresse sono la cementificazione selvaggia  e l’erosione sistematica del terreno agricolo, che troppo spesso va a braccetto con l’estensione di monocolture estensive su ampie aree del territorio nazionale. Coltivazioni di un singolo prodotto che portano con sé grandi quantità di prodotti fitosanitari che spesso incidono in maniera negativa sulla salute degli stessi contadini coinvolti nella filiera. Più in generale siamo in presenza di un processo che sta trasformando un paesaggio storico caratterizzato da diverse colture e da una varietà che era parte integrante della sua bellezza in una distesa monocromatica e omogenea. (…)

La domanda di nocciole da parte di grandi aziende dolciarie e multinazionali conquista migliaia di ettari agricoli in zone dove per tradizione trovavano dimora altre coltivazioni. Un’area tra Lazio, Umbria e Toscana ha recentemente cambiato drasticamente il paesaggio oggi dominato proprio da una distesa di noccioleti. (…)

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L’esempio di Ramy

di: Laurana Lajolo

“Se mi daranno davvero la cittadinanza italiana sarò felice. Per essere schietti è il mio sogno. Ma allora dovrebbero darla anche a mio fratello e ai miei compagni di classe di origini straniere che vivono in Italia da molto tempo e magari sono nati qui”. Ramy, il ragazzo che ha lanciato l’allarme ai carabinieri sul bus incendiato, ci dà una grande lezione: la sua destrezza e il suo coraggio, la sua lucida calma nel descrivere ai carabinieri la drammatica situazione della classe a rischio di strage. Oggi richiede il suo diritto di “essere italiano”. Ramy è figlio di egiziani in Italia da molti anni, lui parla con inflessioni lombarde, ma per lo Stato italiano è uno straniero.

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Caporetto del sistema sanitario

di: Fabio Tamburini

La classe dirigente del Paese sta assistendo a quella che si profila come la Caporetto del sistema sanitario pubblico senza dimostrare alcuna capacità di reazione.

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Banalità / originalità: due gemelle

di: Stefano Bartezzaghi, linguista

La parola “banalità”, nel senso in cui la usiamo oggi, ha la stessa provenienza francese e la stessa età della speculare “originalità”, due gemelle che giocano a scambiarsi di posto per confonderci le idee. Nascono entrambe con la società borghese, crescono assieme a romanticismo, giornalismo, surrealismo e avanguardie varie, rispondono al motto di Arthur Rimbaud su Il faut étre absolument moderne puntualizzando da parte loro, che “moderno” e moda hanno lo stesso timo (da modo, in latino “or ora”). Non si può essere moderni senza aneliti di originalità.

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I miti di oggi

di: Peppino Ortoleva, massmediologo

Il mito, soprattutto nel Novecento, ha cambiato “intensità”. Ora vive in mezzo agli umani, si mescola alla nostra vita, appartiene al nostro mondo, pur conservando una continua tensione verso l’”alta intensità”, in direzione dei modelli del mito classico.

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I mostri al Carnevale di Viareggio

di: redazione

I maestri viareggini del Carnevale per quest’anno hanno voluto allestire non i soliti gioiosi carri con le caricature dei politici, che pure non mancano ma carri mostruosi per proporre la durezza della vita quotidiana.

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Ci sarà ancora uno stato?

di: Michele Anais

“Fin qui c’è stato uno Stato, domani chi lo sa. E’ questo il rischio cui si espone l’autonomia indifferenziata: un processo di disgregazione, una faida tra territori armati gli uni contro gli altri, e in ultimo la rinuncia alla nostra comune identità. Oltretutto per colpa della Costituzione, la carta che in teoria dovrebbe unirci. O meglio per effetto d’una norma aggiunta nel 2001 (Modifica al Titolo V), che permette il tira e molla delle competenze tra Stato e Regioni.

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Il consenso dei social

di: Glauco Giostra

La democrazia, che pure è il migliore dei sistemi di governo sinora sperimentati, è un “organismo” politico affetto da una severa “Malattia autoimmune”: affida le sue funzioni vitali a chi ottiene più consensi; ma coloro che sanno procacciarsi il consenso spesso non sono i migliori e i migliori spesso non sanno procacciarsi il consenso. le doti congeniali per convincere non sono le stesse necessarie per governare la cosa pubblica: raramente coabitano nella stessa persona.

Gli attuali strumenti della comunicazione, in particolare i social media, sembrano fatti apposta per esaltare quelle capacità e svalutare quelle competenze. Sono veicoli angusti di rapidissima e capillare diffusività, particolarmente adatti a trasmettere slogan, invettive, dileggi, mirabolanti promesse, affermazioni stentoree, ma del tutto inidonei a ospitare un ragionamento. Tali strumenti tendono ad essere oggi irresistibilmente efficaci, vecchissime strategie retoriche, studiate per ottenere ragione quando non la si ha.

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Roma contro Parigi e il premier Conte

di: Sergio Romano

Vogliono usare l’Europa contro l’Europa e fanno una politica che sembra consistere principalmente nel tentativo di creare al parlamento di Strasburgo un gruppo parlamentare sovranista.

Il presidente del Consiglio è un galantuomo, ma è davvero Premier una persona che permette al suo ministro della Difesa di annunciare il ritiro delle forze armate dall’Afghanistan senza informare il ministro degli esteri? E’ Premier chi permette al suo vice.-presidente del Consiglio di avere un amichevole incontro con gli esponenti di una forza politica che ha cercato di rovesciare il governo di un Paese alleato con violente manifestazioni di piazza? Può essere leader dell’esecutivo di un Paese stimabile e affidabile chi è costretto a impiegare una buona parte del suo tempo a dirimere dissidi provocati dalle divergenze dei suoi vice-presidenti? E’ italiano un governo che permette alla Francia di darci una meritata lezione di diplomazia e di democrazia?

(da “L’armonia perduta tra Parigi e Roma”, Il Corriere della sera, 10/02/19)

L’élite e il pastore sardo

di: Gustavo Zagrebelsky

“La democrazia (come del resto tutte le forme di governo) si logora con l’uso. Non solo aumenta l’apatia (l’astensionismo), l’ignoranza pericolosa, l’egoismo. Per questo, in questo autunno della democrazia, le proposte che circolano sono piuttosto a favore del restringimento del diritto di voto o limitandone il più possibile l’esercizio.  (…) Il diffuso pessimismo è fronteggiato, in maniera mi pare crescente, da un desiderio di comprendere che si manifesta nelle aule scolastiche, perfino nelle piazze e in ogni occasione d’incontro su temi di cultura politica”.

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La "bacchetta" magica da premier

di: Giuseppe Conte

Con il debutto a “Porta a Porta”, intervistato da Bruno Vespa il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha fatto il suo debutto nell’alta società della TV volendo il riconoscimento del salotto politico come premier.

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I populisti omologati

di: Stefano Folli

Stefano Folli, l’editorialista di “la Repubblica”, che ha seguito sempre con spirito critico la politica dei Cinque Stelle, sottolinea che “quello che sta accadendo negli ultimi giorni sembra preludere a una svolta nella storia del movimento che sembra infatti preludere su premesse che non hanno retto alla prova dei fatti. La vicenda di Carige è emblematica, ma non è la sola”. E fa l’esempio di altre scelte spinose per il movimento: il gasdotto Tap, l’Alta Velocità, il Terzo Valico, la legge di bilancio, che dimostrano, a suo dire, “l’incapacità dei Cinque Stelle di proporsi come convincente alternativa al parziale fallimento delle classi dirigenti che c’erano prima, le fatidiche élite”.

Il movimento sta scoprendo, dunque, come sia difficile governare in modo diverso da prima le dinamiche sociali ed economiche, che impongono adeguamenti a tutti i tipi di governo di centrodestra o di centrosinistra. “Ora vediamo, continua Folli, che anche i populisti vengono risucchiati e in un certo senso omologati”. Sottolinea inoltre la mancanza di cultura politica e di esperienza di governo dei 5 stelle.

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A proposito dei social

di: Robert Habeck, Andrea Costa

Robert Habeck, il leader dei Verdi tedeschi, dopo l’hacheraggio dei dati in Germania da parte di un ventenne solitario, ha fatto un ultimo post sui social “Bye bye Twitter e Facebook. Il filosofo ecologista ha così giustificato la sua scelta: “Twitter mi disorienta e mi rende poco concentrato. Nessun media digitale è così aggressivo come Twitter, in nessuno c’è tanto odio, cattiveria e diffamazione. Mi fa scattare qualcosa: sono più aggressivo, polemico, stridulo, estremo, il tutto con una velocità che non lascia spazio alla riflessione”.

Gli è stato subito rimproverato che uno come lui, che rinuncia ai social, non potrà mai governare, poiché la politica sta ormai in pochi caratteri scritti e letti freneticamente, dove la comunicazione è diventata una battuta da bar e non una discussione argomentata e ragionata, un confronto serrato e concreto con l’avversario politico, una spiegazione esauriente ai propri sostenitori.

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L'Africa senza migrazione

di: Domenico Quirico

Il giornalista esamina la situazione interrotta dell’emigrazione dall’Africa (“La Stampa”, 5 gennaio), descrivendo la condizione dei giovani che nei villaggi, tra le capanne strette, dai sordidi caffè, dove la povertà sembra più cruda per la mancanza di elettricità, pane, acqua e soldi, e che sanno che le vie per l’Europa sono ormai chiuse.

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Un Ministro sceriffo e i problemi dei sindaci

di: Enzo Mauro

Commentando le parole del Ministro Salvini, che definisce “sceriffo” nei confronti dei sindaci che si oppongono all’applicazione di parti del decreto sicurezza Ezio Mauro (Repubblica 5/01/) afferma che la politica governativa non ha superato la prova della realtà dei sindaci che devono affrontare la contraddizione drammatica tra garantire la domanda di accoglienza e di solidarietà verso i migranti con la richiesta di sicurezza dei cittadini, che sembrano inconciliabili nell’opinione pubblica e che sono alimentate da certa politica.

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Una legge incostituzionale

di: Lorenzo Trucco

L’avv. Lorenzo Trucco (Studi giuridici sulle migrazioni) definisce la legge Sicurezza e emigrazione una pericolosa retrocessione dei diritti umani. Inoltre sottolinea che quella legge è stata fatta per decreto, che il Parlamento non ha discusso e solo approvato e anzi al Senato la legge è stata ancora peggiorata con l’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, riconosciuto dalla Convenzione di Ginevra oltre dall’art.10 della Costituzione italiana e vigente in altri 20 Paesi.

Così come sono chiusi gli SPRAR, in base ai quali i Comuni potevano procedere all’accoglienza diffusa e i richiedenti asilo saranno tutti rinchiusi nei CAS in attesa di rimpatrio. Gli SPRAR potranno solo accogliere migranti con protezione internazionale e minori.

La legge, secondo Trucco, è incostituzionale ed è un attacco alla democrazia. (NoiAltri, CPIA 7/12/18)

La scelta radicale del razzismo

di: Domenico Quirico

All’incontro NoiAltri al CPIA di Asti (7/12/18) Domenico Quirico ha dato la sua definizione di razzismo come contrapposizione tra noi e loro, un meccanismo perfetto per semplificare la società tra un sì e un no ai migranti, come scelta radicale per costruire attraverso i migranti una SOCIETA’ ILLIBERALE, una società solo di doveri e di diritti, solo quelli concessi dal potere.

In questa dimensione storica in cui il razzismo è sempre quello dai tempi dello schiavismo non è sufficiente la reazione dei non razzisti cattolici e dei buonisti di sinistra. Lo scopo di Salvini è quello di mettere il migrante fuori dalla nostra soceità e costretto a delinquere.

Invece bisogna affermare il passaggio dalla bontà al diritto di ogni essere umano, indipendentemente da qualsiasi specificazione.

Due violazioni in un colpo solo

di: Emanuele Bruzzone

Il governo italiano quanto a politica delle migrazioni e di collocazione internazionale evidenzia marcate e spiacevoli caratteristiche negative.  Tra voci, smentite e conferme, dapprima a colpi di tweet e poi ufficialmente, ha scelto di non essere presente alla conferenza ONU, svoltasi a Marrakech in Marocco  il 10 e 11 dicembre scorso dove sono stati  approvati gli obiettivi dell’accordo mondiale sui migranti Global compact for migration. La data dell’incontro è stata decisa in coincidenza con il settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti degli esseri umani dell’ONU (10 dicembre 1948).

Il sottoscritto è diventato settantenne proprio in quel giorno e, dunque, ho avvertito una specie di affronto come cittadino del mondo e me personalmente. Nel mio caso poi c’è una ragione per così dire cabalistica: il numero 13 mi ha quasi sempre portato fortuna ed esso contrassegna l’articolo della suddetta Dichiarazione: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza nei confini di ogni Stato. E ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese”.  Questo principio è stato ripreso da specifiche Convenzioni ratificate.    

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Musica come trasfigurazione

di: redazione

Ezio Bosso, uno dei compositori e concertisti più amati, nel presentare con grande successo l’ultimo suo cd Roots in un concerto a Torino, ha affermato  che, data la sua infermità, è venuto per lui il momento di abbandonare il pianoforte per fare esclusivamente il direttore d’orchestra. In un’intervista (Avvenire, 14/11) ha detto: La musica ha potere di purificare tutti, è trascendenza. Trascende anche il dolore: ne abbiamo bisogno, non è un nostro nemico, ma un amico, un po’ antipatico, che va consolato. La musica è trasfigurazione come insegna il Cristo, la trasfigurazione è andare oltre se stessi, non è diventare altro.

A proposito del suo cd intitolato Radici aggiunge: Le radici cristiane? In qualche modo sono inevitabili, per l’uomo italiano è anche sciocco sostenere di non averle.

Plastica in fiamme

di: Giancarlo Dapavo, Legambiente

La causa principe degli incendi nei depositi di plastiche riciclate è dovuta al fatto che la Cina dal 31 dicembre 2017 non riceve una parte consistente delle plastiche e di altri materiali di scarto come i RAE (elettrodomestici, prodotti informatici, televisori). Ancora nel 2016, la Cina ha importato più di sette milioni di tonnellate (7,35 milioni) di plastica usata, che si sono aggiunte alle 61 milioni di tonnellate prodotte internamente.

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Retorica nazionalista e verità storica nel centenario della prima guerra mondiale

di: Piero Purich

Lo storico Piero Purich, in L’Italia e la grande guerra senza la retorica nazionalista, parte dalla considerazione che la prima guerra mondiale sia stata e rimanga uno dei miti fondativi dello stato-nazione, soprattutto nei paesi vincitori, ma, sottolinea che: “Per anni il conflitto è stato sottratto ad analisi obiettive ed è stato letto solo attraverso la lente deformante dell’eroismo, dell’onore, della patria, della propaganda bellica. In Italia la letteratura ne ha affrontato i tabù, spesso con fastidiose conseguenze per gli autori: Emilio Lussu fu accusato di disfattismo e antipatriottismo per Un anno sull’Altipiano, mentre La rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte incappò nella censura e fu sequestrato. Negli anni settanta sono stati pubblicati saggi critici e analisi storiche rigorose e obiettive, come quelli di Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, Enzo Forcella, Alberto Monticone e Piero Melograni”.

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La ragnatela del sindaco

di: Laurana Lajolo

La foto del sindaco di Asti che spolvera il davanzale della finestra del municipio mi ha messa di buon umore e del resto lui stesso ha postato l’immagine per dimostrare che si prende cura della città e ha scritto che ha fatto quei lavori di pulizia che dipendenti del Comune non hanno voluto fare, perché non nelle loro mansioni.

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L'attenzione

di: Paola Mastrocola

La scrittrice Paola Mastrocola alla domanda di una ragazza come s’impara a scrivere un romanzo, ha risposto (“Il Sole 24 ore” 28.10.18) che per imparare a scrivere bisogna osservare con attenzione: “Tutti i gesti delle persone, le scarpe, i colori dell’autunno, le scatole dei pelati, i topi di fogna che passano lungo il fiume, la piega dei pantaloni di un manager, le briciole che ti cadono sul maglione. E ovviamente i sentimenti tuoi e degli altri”.

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