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Vinchio che non c'è più

di: Domenico Bussi, giornalista

La notte della luna

Nell'eterno disordine sulla scrivania giaceva, tra le altre cose, un libro di mio figlio. Un testo di storia che chissà perché ho deciso di sfogliare, forse per scoprire se anche questa materia scolastica fosse per caso mutata, almeno nella maniera di esporla, dai tempi in cui l'avevo, diciamo, studiata anch'io. Così era infatti già successo per la geografia, ed i mutamenti riguardo a questa erano stati sostanziali, e per ben due volte. La prima quando, io ragazzo, mio papà studente degli anni 30, sfogliò i miei libri di scuola e giunto all'atlante pronunciò alcune parole che mi rimasero impresse: “Ricordo tutto, tranne la geografia politica dell'Africa che non riconosco più”. A me è successa la medesima cosa con mio figlio, ma in maniera speculare però, dato che “Carlo” non era più l'anziano bensì il giovane, ed il continente in questione era l'Europa, la vecchia Europa.

No la storia non era mutata, forse soltanto qualche marginale modo di presentarla, per il resto tutto uguale compresi gli schemi riassuntivi in cui da sempre si cerca di inquadrare le vicende umane, come se bastasse inserirle in un prospetto per comprendere l'animo dei protagonisti, e soprattutto le passioni che lo turbarono. In una colonna qualche data e in quella a fianco la descrizione di un evento significativo: la fine dell'Evo antico, la fine del Medioevo, la fine dell'Età moderna... il tutto catalogato lì con una precisione degna di un cronometro svizzero quasi che il servo della gleba svegliandosi il 12 ottobre del 1492, osservando il calendario, o il suo equivalente che pur doveva avere se non altro per conoscere i tempi per le semine e la cura della campagna, avesse esclamato con meraviglia: “Per Bacco stamattina siamo usciti dal Medioevo!”

Anche la generazione corrente ha avuto la fortuna, o il caso, di vivere uno di questi momenti epocali e l'aspettativa, bisogna riconoscere era stata davvero grande, specialmente per chi, come i più giovani, della vita aveva vissuto ancora poche esperienze. A cose fatte però quell'evento, l’esplorazione spaziale che era stato per anni protagonista della cronaca mondiale, sembrò passare più che alla storia direttamente all’oblio. Persino la delusione che ne derivò non fu poi neanche degna di nota. Insomma “Parturient montes” ma poi ciò che ci si aspettava fosse fin da subito una pietra miliare posta a segnale di un “piccolo passo per l'uomo ma balzo gigantesco per l'umanità”, si è insabbiato fino a non reclamare neanche più un marginalia su libri o giornali. Ai posteri il compito di stabilire come dovrà essere ricordato.

In quel luglio del 1969 ero a Vinchio e nonostante mi piacesse assai scorrazzare per la campagna, in quella settimana “fatidica” non mi sono allontanato da casa per non perdere neanche un telegiornale. La notte tra il 20 e il 21 fu poi un vero e proprio tour de force ora davanti al televisore di casa oppure quello del bar della piazza in quei tempi intitolata, almeno dalla voce popolare e chissà perché, ad una Lupa. Dei due locali pubblici presenti, allora, quello chiamato impropriamente ”albergo” (in piemontese ovviamente) andavano e venivano un po' tutti, e non soltanto coloro ancora privi di un televisore personale a casa, ma proprio tutti per il semplice fatto che ognuno sentiva vivo il desiderio di condividere emozioni e stati d'animo. Così successe anche in quella notte segnata dal destino quando in molti furono presenti ad ascoltare il battibecco tra Tito Stagno negli studi Rai in Italia e Ruggero Orlando in prima linea a Cape Canaveral, che si rubavano in continuazione il microfono per annunciare e poi smentire l'ingresso ufficiale del mondo nell'Evo spaziale sancito dal posarsi del modulo lunare sulla superficie del satellite.

Ma al momento dell'avvenuto “allunaggio”, per usare un neologismo poi sconfessato da tutti, sul vecchio pianeta Terra ed in particolare nella tranquilla Vinchio, mi si conceda il vezzo di considerarla una signora forse non raffinata ed elegante come una città ma comunque signora, non mutò proprio nulla; tutto restò vergognosamente uguale ed indifferente di fonte all'epica impresa al par “dell’asin bigio” di carducciana memoria.

L’”albergo”

Eppure qualche cosa, se già non era mutato, stava mutando in modo irreversibile davvero; soltanto che al contrario di quanto ci si sarebbe potuti aspettare i cambiamenti non venivano imposti da eventi epocali di grande risonanza, calati dall'alto, ma dal variare in maniera pressoché impercettibile delle banali abitudini nella vita di tutti giorni. Cose che prese una ad una parevano quanto mai minime, così irrilevanti da non essere degne di attenzione: il rifacimento di una facciata, la modifica di un muro ed anche la ricostruzione di una casa secondo criteri stilistici e funzionali più moderni seguendo gli ultimi impulsi dell'onda lunga del boom edilizio degli anni sessanta. Ed allora proprio quella famosa “Notte della Luna”, vissuta da molti “all'albergo”, fu una delle ultime manifestazioni di vita sociale spontanea e non indotta come sarebbe accaduto in futuro da iniziative programmate per far rivivere tradizioni ed usanze ormai desuete.

Tra queste i tanti pranzi sociali, sagre e rievocazioni varie che sarebbero stati proposti in seguito per offrire la possibilità di stare ancora insieme secondo la consuetudine di un tempo. Tutte proposte sicuramente piacevoli che sarebbero però state caratterizzate da un non so ché di nostalgico dovuto forse al fatto di non essere spontanee ma indotte nel tentativo di riproporre per brevi ore qualcosa che non c'era più.

Anche l’ascolto delle musiche d’accompagnamento avrebbero sottolineato la mancanza di naturalezza richiamando, pur con ritmi allegri ed orecchiabili ma impostati con accordi quasi tutti “in minore”, trasmettevano un senso di latente tristezza come l’osservazione di un frutto turgido che per il fatto stesso di esser tale non può fare a meno di far pensare alla larva dell’insetto che indubbiamente deve contenere avendone fecondato il fiore da cui deriva. Così almeno accadeva una volta, prima dell’utilizzo massiccio degli antiparassitari, segno anche questo dei tempi in perpetua mutazione.

Ora nella piazza della Lupa, recentemente intitolata ad un grande vinchiese, Francesco Vercelli, affermato ricercatore a livello internazionale per i suoi studi in talassologia e meteorologia, non ci sono più i due edifici antichi, dove avevano sede dirimpetto entrambi i bar. Sono stati sostituiti da moderni e bei palazzi certamente più funzionali nello sfruttamento degli spazi con ambienti sicuramente più ergonomici privi però di quelle caratteristiche peculiari che rendevano unici i predecessori. Di lì a poco tempo dalla notte della Luna un potente trattore con un'enorme pala meccanica li demolì, prima uno e poi l'altro. Tali eventi sono stati documentati da un cineamatore di Mombercelli con una serie di filmati una volta anche proiettati in occasione della sagra d'Agosto. Ora sono difficilmente reperibili per non so bene quali ragioni di ordine amministrativo o burocratico che vincolano la loro proiezione facendo parte, i documentari, del patrimonio di una specifica fondazione che ne detiene i diritti. Attribuire però la scomparsa di una forma di socializzazione soltanto alla demolizione dei locali dove essa avveniva sarebbe forse troppo semplicistico, anche perché, se è vero che uno di essi non fu mai più riaperto, l'altro si limitò a passare di mano, e il riassetto urbanistico ne provocò soltanto trasferimento e cambiamento di orario di apertura.

Questi adeguamenti, specialmente il secondo, di fatto obbligò ai frequentatori a cambiar abitudine. Non consentì più loro nelle lunghe serate estive di ritrovarsi per attendere chiacchierando il fresco della notte ed andare quindi a riposare e nelle repentine notti invernali di trascorre qualche ora insieme al caldo, trovando nel bar una qualche modernizzazione delle veglie nella stalla a cui accenneremo più innanzi. Potrebbe però anche essere stato che il cambiamento di orario deciso dal nuovo gestore sia stato conseguenza della constatazione che non fosse più conveniente tenere aperto il locale fino a tarda sera a causa di una sostanziale flessione del numero di clienti. Due le possibili cause del nuovo stato di cose. Innanzi tutto l’entrare a far parte dell’arredamento domestico della televisione che permetteva di avere a domicilio quello svago, od un suo surrogato, che un tempo si andava a cercare “all'albergo”. Poi la diffusione dell'automobile che, una volta deciso di uscire di casa, garantiva un margine di autonomia molto più ampio permettendo di raggiungere centri maggiori con più possibilità di svago e di scelta. Pur contrapposte queste due cause invitavano i potenziali avventori o a rimanere a casa oppure ad allontanarsi dal paese ma in ogni caso a disertare il locale pubblico del paese.

Insomma sia che si voglia considerare la minor frequentazione del locale, causa della sua chiusura anticipata oppure questa causa della minore affluenza di clienti, la demolizione di quei caseggiati non dovrà certamente  essere considerata l'evento discriminate che ha cambiato la vita sociale del paese, ma il suo emblema sicuramente. Vinchio era entrata in una nuova era.

I narratori

Così trovata una data, tanto per far contenti gli storici più pignoli, possiamo suddividere in fasi successive il fenomeno evolutivo già in atto da decenni in ogni piccolo centro di campagna. Dagli albori della memoria ricordo le sere d'estate quando, dopo la cena la gente si radunava sul portone di casa formando dei capannelli che comunque si rinnovavano di sera in sera e poi, via via, di anno in anno al punto da essere diventati un fatto cosi abituale e ricorrente che a fianco di ogni portone venivano sistemati grossi tronchi d'albero a mo’ di panche per rendere più piacevole e comodo il fermarsi a chiacchierare. Giù, quasi al fondo di via Fontemagna, la via il cui nome in lingua locale meglio dichiara la sua origine latina, e che se mai Vinchio fosse stata accampamento romano sarebbe assurta alla dignità di decumano, qualcuno aveva persino fatto costruire una panca in cemento, che fu poi demolita nella prima metà anni sessanta, sacrificata ad un terribile mostro meccanico utilizzato per scavare il fosso in cui inserire il tubo del primo acquedotto. Un atto casuale che potrebbe essere peso a dimostrazione che l'usanza del ritrovarsi ogni sera d’estate quasi fosse un’irrinunciabile ritualità stava tramontando. Poi pian piano scomparirono anche i vari travi ed altri oggetti destinati a quella funzione. Il traffico automobilistico, non ancora congestionato ma in costante aumento, provocato da chi cominciava a preferire andare a trascorrere le serate lontano da casa lo aveva richiesto poiché gli spazi di piazze e strade in un antico paese fondato da una civiltà che si riconosceva nel carro trainato dal bue, per quanto grandi possano essere si dimostrano sempre angusti quando siano posti al servizio di una civiltà che valuta il progresso proporzionalmente alla dimensione, potenza e velocità dei propri mezzi di trasporto.

Oggi, alla sera, sulla soglia dei portoni, anche quando la stagione è migliore non vi è più nessuno. Allora non era così. I capannelli si formavano in ogni dove e ad ogni crocicchio e la gente parlava, discuteva, si scambiava esperienze fino a quando qualcuno che aveva qualcosa di originale da raccontare, o era dotato di un carattere più esuberante, prendeva il sopravvento ed incominciava a narrare. L’argomento della narrazione non aveva grande importanza: storie vecchie, nuove o rinnovate; tutti gli altri, che in fondo in fondo aspettavano altro che quel momento, gli prestavano attenzione interrompendolo anche, ma con garbo, per chiedergli spiegazioni, approfondimenti, particolari. Tutti segni comunque che il racconto interessava, o per il tema trattato o forse soltanto per la capacità innata del “dicitore” non necessariamente “fine”, che sapeva però catturare l'attenzione senza aver per questo seguito scuole di teatro, mimica, dizione, espressione corporea e tante altre discipline in cui dovrebbero aver fatto esperienza molti dei personaggi che gli hanno usurpato lo scranno assisi dall’altra parte di quella finestra elettronica che è la televisione.

Il problema principale da risolvere per poter dar corso a questi incontri era quello di gestire i più piccoli non sempre interessati al “discorrere dei grandi”. Perché non si allontanassero troppo erano stati arruolati, direttamente dal mondo della fantasia, una serie di personaggi più o meno spaventosi: una serie di mostri e mostricciattoli inventati per tenere a bada i bambini più irrequieti senza, però terrorizzarli, poiché con sapiente equilibrio si inseriva sempre nella descrizione del terribile castigamatti almeno un elemento in grado di sdrammatizzare con una nota comica se non proprio grottesca.

Ricordo che da quelle parti, allora, imperversava una non meglio identificata “Sisùla” terribile fin che si vuole, sebbene come potesse esserlo rimaneva e rimane tutt’ora un mistero poiché la sua arma più terribile erano i denti guarda caso formati da formaggio Gorgonzola. La sua ultima apparizione, almeno per quanto mi riguarda, avvenne una sera quando, minacciato di cadere delle sue grinfie se mi fossi allontanato, con determinazione andai a cerarla. Riacciuffato dai parenti che mi avevano in custodia, mi giustificai dicendo che, essendomi venuto un certo appetito, speravo di placarlo mangiandole i denti fatti di quel saporito formaggio.

In questo modo i discendenti di trovatori diventati ormai stanziali, nipoti degli antichi aedi, tenevano banco, uno per ogni angolo o slargo di strada e raccontando a tutti le loro storie facevano trascorrere  piacevolmente la serata sempre uguale ed al tempo stesso diversa a chiunque avesse la pazienza di prestar loro attenzione. Ma lo spirito errabondo dei loro antenati medioevali non era andato completamente perduto, bensì trasmesso agli ascoltatori. Non era raro infatti che qualcuno, una sera, non avesse voglia di fermarsi ed allora eccolo spingersi per le strade del paese, lungo l'anello stradale realizzato al posto dell'antico fossato di fortificazione o lungo una delle tre direttrici in cui di dipana il paese; nel suo girovagare era prassi obbligata di fare tappa ad ogni gruppo incontrato per fare un po' di conversazione dopo i convenevoli del caso. Non si faceva tempo ad incominciare questa processione laica che già era tempo di tornare. L’ora fuggiva rapida ed appena incominciato, almeno così sembrava, giungeva il momento di ritirarsi a casa perché si era fatta tarda sera ed al giungere del precoce mattino estivo il gallo non avrebbe concesso dilazioni.

La sfogliatura del mais

Questa consuetudine iniziava in tarda primavera, appena le condizioni climatiche lo permettevano ed aveva termine ovviamente in tarda estate – inizio autunno; se per il suo incominciare non vi era canone fisso da rispettare, contrariamente il suo termine era di fatto segnato da una consuetudine ben precisa quando la campagna offriva due dei suoi frutti migliori: l’uva ed il granoturco maturi. Se la vendemmia e successiva vinificazione seguiva un suo percorso che, esclusa forse la raccolta, ogni famiglia curava per conto proprio, così non era per la prima lavorazione del mais le cui pannocchie, dopo essere state lasciate ad essiccare ancora qualche giorno nel cortile di casa, venivano ripulite da quella guaina vegetale di protezione che la natura aveva loro fornito. Per compiere questa incombenza si davano appuntamento tutti i vicini ed ogni sera, spostandosi di aia in aia si provvedeva al lavoro che si trasformava in un’occasione d’incontro, quasi una festa corale che poteva preludere a tante cose, almeno nei tempi più antichi.

Sfogliato il granoturco nell’ultima aia della contrada, cominciava ufficialmente la brutta stagione ed ognuno limitava nuovamente il proprio orizzonte di attività alla propria casa con sporadici passaggi, soltanto per gli uomini però, al bar che si chiamava allora osteria. Ognuno era in attesa di una nuova primavera.

La veglia

Ma la vita nella cascina non segnava il passo; almeno fino ai tempi del secondo conflitto mondiale si rinnovellava l’usanza di ritrovarsi a vegliare nella stalla. Dalle testimonianze di chi questo periodo se lo ricorda per averlo vissuto almeno parzialmente in prima persona, si apprende di occasioni abbastanza varie per stare insieme come se la stalla di ogni cascina avesse una sua specializzazione. Vi sarebbe stata quella “general purpose” come diremmo oggi che andava bene per tutti; quella per i giovani che appena riuscivano a racimolare due soldi organizzano cene e feste, poiché nonostante si fosse al nord il problema del “mezzogiorno”, inteso come “pranzo” ovvero soddisfacimento della necessità alimentare e la susseguente: “cena” era vivamente percepito sebbene non maniera drammatica. Un’altra poi era dedicata ai giocatori di carte e via discorrendo. Ma la figura che maggiormente è viva nell’immaginario collettivo è quella del narratore, dell’affabulatore che certamente in quell’ambiente chiuso otteneva maggiori consensi che non durante l’estate sulla soglia del portone. Gli argomenti di cui raccontare erano tanti ed il maggior consenso lo ottenevano quelli di vita militare che in quei tempi quasi sempre non trattavano soltanto di “naja” ma proprio di guerra. Sarà per questo motivo che il servizio militare per il mondo contadino ha sempre rappresentato una sorta iniziazione alla maggiore età. Fino alla chiamata di leva tutti bambini, sebbene già avvezzi ai duri lavori di campagna, e poi, affrontate le prime difficoltà della vita in prima persona ed aver visto la morte talvolta sul campo di battaglia, tutti promossi al rango di uomini maturi se non già anziani in partenza.   

Altro argomento assai gettonato riguardava tutto ciò che era inerente al paranormale: dai benevoli settimini che elargivano consigli tra sapienza popolare, fede un po’ credulona e magia, ma soltanto a fin di bene, alle “masche”, personaggi più permalosi, da trattare con il dovuto rispetto perché non si sa mai; di natura femminile erano considerate volubili come la Luna che le rappresentava. Non venivano per altro dimenticati in questo narrare episodi inquietanti che conservavano un loro fascino orrido sebbene non fossero mai circostanziati con le dovute precisioni in maniera tale per poterli esaminare con il rigore necessario per conferire alla ricerca la patente di scientificità. Pressoché tutti erano in grado di portare una loro testimonianza in materia; si trattava sempre di avvenimenti accaduti per lo più tra il tramonto e l’alba, quasi mai in pieno giorno: voci nella camera da letto nel cuore della notte, rumori dal solaio, spifferi d’aria improvvisi in una stanza chiusa, ombre misteriose ed altro ancora. Nessuno però sapeva portare una testimonianza di prima mano, questi fatti erano accaduti sempre a persone non presenti, sulla cui buona fede ci si potava anche giurare, ma guarda caso sempre impossibili da raggiungere per ascoltare il racconto esposto in prima persona da suo protagonista. D’altronde era questo il mondo della “fisica”, intesa non come l’odierna scienza che affonda le sue radici nella matematica, ma l’insieme di credenze su un mondo per capire il quale era necessario conoscere certe precise regole descritte nel “Libro”. A detta di molti, a Vinchio pare ne possedesse uno il prevosto, ma questa informazione, nonostante fosse sulla bocca di tutti era inspiegabilmente considerate cosa molto “segreta”.

Il vecchio e il nuovo

Nel giro di qualche lustro questo modo di vivere, forse vecchio di secoli, è scomparso. La stalla come luogo di ritrovo venne abbandonata a cavallo della seconda guerra mondiale, dapprima perché quel calamitoso evento stravolse anche il concetto stesso di guerra: non più combattuta lontano da casa ma nel proprio stesso cortile, con tutti i gravi problemi contingenti connessi, e poi per la diffusione sempre più capillare dell’elettricità e tutte le innovazioni che essa si portò appresso. Dapprima la radio che, monopolizzando l’attenzione, privò tutti del diritto di parola e di conseguenza la possibilità del dialogo tra le persone. Unica a detenere tale facoltà impose il silenzio nella comunità. Impossibile interrompere ed attenzione a non distrarsi! Come il celebre musicista neanche la radio ripete, a meno che non si tratti di un messaggio che “qualcuno” vuole assicurarsi a tutti i costi che venga recepito. Negli anni successivi televisione ed automobile completarono l’opera disperdendo anche tutti quei gruppi spontanei che durante l’estate si formavano sugli slarghi delle strade, vicino ai portoni.

La fine di un’epoca? Può darsi, se così fosse davvero quella data del 21 luglio del 1969 potrebbe proprio essere presa come pietra miliare dell’avvenuto mutamento. Infatti soltanto più la Luna, anche se non più illibata cacciatrice, nonostante alcuni sostengano, senza prove determinanti che lo sbarco del luglio ‘69 non sia mai avvenuto, continua a essere metodicamente presente su quei crocicchi dove non si ferma più nessuno a raccontare tante storie e spiegare fatti misteriosi o strani. Tra questi anche il perché delle ombre sulla sua superficie, quando compare tutta tonda e luminosa una volta al mese.

Di questo fenomeno ne parlai tanti anni fa con un’anziana persona, una gradevole signora che ricordo con molto affetto, cercando di spiegare: io ricco di recenti nozioni astronomiche apprese dal telegiornale a lei ricca di cultura derivante da tradizioni plurimillenarie, come l’aspetto butterato del suo bel faccione fosse causato da catene di montagne, pianure, depressioni, picchi ed altri elementi di natura geologica che intercettando i raggi del Sole in opposizione disegnassero sulla sua superficie strane ombre e niente più. Mi stette ad ascoltare con pazienza, senza interrompermi in segno di rispetto ma al termine di quello che le era sembrato soltanto uno sproloquio non poté fare a meno di scuotere la testa cinta da un foulard da cui sporgeva qualche ciocca di capelli candidi spiegandomi che se avessi guardato bene sul suo disco mi sarei accorto che non erano ombre disordinate bensì il profilo di una figura umana: “Giovannino con la gerla” per l’esattezza. Costui era un giovanotto con poca voglia di lavorare e molta di ben magiare che pensò di risolvere questo suo problema andando a rubare negli orti dei vicini, ma non di giorno quando tutti l’avrebbero visto, bensì di notte. Gerla in spalla si aggirava dunque nottetempo tra i campi prendendo da ognuno i frutti migliori per poi tornare a casa con il bottino. Una notte attardandosi troppo fu sorpreso dal plenilunio levatosi improvvisamente sull’orizzonte; tutti i compaesani scesi in strada per trascorrere la serata, poterono vederlo e, scopertene le intenzioni lo inseguirono per recuperare il maltolto. Il profilo della sua immagine è rimasto lì, stagliato sul bel disco rubizzo della luna piena, come in una fotografia mentre se la dava a gambe, e a ben guardare è ancora possibile vederlo, se si vuole… e forse ascoltarlo a narrare tante di quelle antiche storie di Vinchio che non c’è più come non c’è più il fiume che abbiano visto scorrere ieri.

Tags: storia, tradizioni, società moderna

 


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