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La guerra di Piero: Rimbaud e De Andrè

di: Roberto Vecchioni a Lezioni di volo e di atterraggio

Nel suo ultimo libro Lezioni di volo e di atterraggio (Einaudi) Vecchioni parla delle canzoni di Fabrizio De Andrè, o meglio ne fa parlare da un personaggio del libro il prof, Leonard Battaille, che l’autore incontra in un bar vicino al Liceo milanese dove insegna durante la sua “ora buca”.

“C’incontrammo una settimana dopo, stessa ora stesso tavolino.

- Devo scusarmi con lei, - esordì Bataille, - l’altra volta l’ho trattata proprio male, sa.

- Mi ha trattato male? – disse alzando i sopraccigli.

- Si ho detto che conosco le sue canzoni, ma le ho mosso qualche critica di troppo. Vede, io ho una così grande considerazione di Fabrizio De Andrè che gli altri mi sembrano sempre di mancare di qualcosa. Lei è un bravo cantautore, ma ho come l’impressione che il meglio debba ancora venire. Lei deve diventare uomo e non stare aggrappato al ragazzo. Conosce De Andrè?

- Ha mangiato a casa mia poche sere fa, ma per caso. Laori è amica di mia moglie.

- Glielo dico perché De Andrè ha compiuto un’operazione culturale che vista per intero è meravigliosa. Lei, professore, naturalmente conosce Rimbaud, so della sua canzone. Rimbaud ha composto una lirica che è un capolavoro di immobilità, pura tradizione del silenzio come in certo cinema dell’”Ecole de regard”. In italiano si intitola Il dormiente nella valle. La conosce?

- Certo che sì.

- Bene, allora le sarà più facile intendermi. Mi permetta di ricordarle i versi.

E’ una gola verdeggiante ove canta un fiume / aggrappando nelle sue erbe vorticoso / stracci d’argento; ove infierisce al monte il lume / del sole è un fossato di raggi schiumoso.

Bocca aperta, testa nuda, un giovane soldato, / nel crescione fresco e azzurro la nuca immersa, / dorme; sotto le nubi, è disteso nel prato, / bianco nel verde letto ove la luce versa.

Coi piedi nudi nell’iris, dorme. Come un bambino / malato che sorride, schiaccia un sonnellino, /

Ha freddo: cullalo, o Natura, caldamente.

Non ai profumi la sua narice è fremente; / la mano sul petto calmo, si è addormentato / nel sole. A destra, ha due buchi rossi a lato. Ottobre 1870”

E’ un universo immobile, una pace antica. Pare che il soldato dorma, niente farebbe supporre il contrario, ma il primo segnale arriva nella penultima strofa: il paragone con il bimbo malato. Poi all’improvviso la quiete deraglia; il silenzio naturale del cosmo si tramuta in quello innaturale del ragazzo, perché il soldato è giovane e questo conta… ma solo l’ultimo verso ci svela il perché: “A destra, ha due buchi rossi a lato”, nient’altro, non c’è bisogno di dire altro. Già prima Gustave Nadaud, poeta e chansonnier appena più tardo di Béranger, si era inventato dopo il ’61 una storia legata alla spedizione dei Mille in Sicilia, insomma una ballata come tante. La canzone in italiano s’intitola il soldato di Marsala: un garibaldino e un soldato borbone s’incontrano nella pianura e spianano i fucili. Uno mira male, l’altro non sbaglia, lo ferisce a morte e non sa darsi pace. Si china sul nemico moribondo, gli chiede perdono, gli versa in bocca l’acqua della sua borraccia, lo appoggia a un albero, gli asciuga la fronte, resta là disperato fino al suo ultimo respiro. C’è in questa canzone un senso di umanità e fratellanza che dà i brividi, non per niente Brassens la farà sua e la ricanterà.

Si fermò per un attimo. Rivolse lo sguardo alle mie spalle come sempre.

-La guerra di Piero, - dissi e rimani in attesa.

-Il genio, - riprese, - il genio chiude gli occhi, ricalca e ridisegna. Lui è là, ora, quella pianura diventa un campo di grano: rivede il soldato di Rimbaud a bocca aperta e a capo nudo con i piedi tra i gladioli e traslittera, tramuta il quadro: dorme il soldato, non c’è morte, solo sonno, e i due buchi rossi diventano papaveri. De Andrè trasforma l’idillio in senso tragico. L’orrore non è lì, deve essere nostro, non si bluffa, non si tergiversa, non basta addolcire la morte coi fiori. Il canto di Nadaud perde quel gesto umanitario. La guerra di Piero non è più una dichiarazione di pietà fraterna, perché la guerra non unisce, separa, scardina il senso dell’umano e non finisce a Marsala o altrove, la guerra è sempre, ovunque, tra sentimento del mondo e possesso del mondo, tra umanesimo e incultura e infine tra bene e male.”


Da R. Vecchioni, Lezioni di volo e di atterraggio Einaudi, 2020, in “Come un gatto con un topo in bocca”, pp. 114-116

Tags: Poesia, musica, artisti

 


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