itenfrdeptrorues

L'amico di Cesare Pavese

di: Laurana Lajolo

Pinolo Scaglione è stato l’amico fraterno di Cesare Pavese fin dall’infanzia a S. Stefano Belbo ed è stato ritratto fedelmente dallo scrittore nel personaggio di Nuto de La luna e i falò, il suo ultimo libro prima del suicidio compiuto il 26 agosto di settant’anni fa.

Sul suo calendario di schede di cartone Pinolo non ha più cambiato quella data, che si può ancora leggere in una stanza del Museo a lui dedicato “La Casa di Nuto” alla piana del Salto di S. Stefano Belbo. In quella stanza, annessa al suo laboratorio di falegnameria, Pinolo Scaglione ha ricevuto molti studiosi e appassionati dei libri di Cesare Pavese e ha raccontato il suo legame con l’amico. La sua famiglia era in relazione con la famiglia Pavese quando questa abitava a S. Stefano e anche quando si era trasferita a Torino.

Ogni volta che Cesare tornava al paese andava nella falegnameria di Pinolo, che, come si legge nel romanzo, “faceva le bigonce per tutta la Valle Belbo”. Gli piaceva parlare con l’amico che gli raccontava le storie del paese e le tradizioni, che lui poi interpretava letterariamente, portando nella grande letteratura del ‘900 la cultura popolare langarola.

Anche la storia di Santina, la tragica figura femminile di La luna e i falò, fu raccontata a Pavese da Pinolo, il quale gli aveva chiesto di leggere in anteprima il racconto per evitare riferimenti troppo espliciti a fatti realmente accaduti. Ma Pavese fece uscire il libro, che inviò con una dedica quasi di scuse a “Nuto”, recandosi poco dopo nella camera dell’albergo Roma di Torino a compiere il suo gesto irrimediabile.

Ho conosciuto Pinolo Scaglione quando mio padre lo andò a intervistare nel 1959 per preparare la biografia di Cesare Pavese, uscita nel 1960 e rieditata oggi da Minimufax, Il vizio assurdo. Era estate e Pinolo ci ricevette sotto il pergolato di vite, che faceva un po’ di ombra davanti alla falegnameria.

Inizialmente era sospettoso di quel giornalista che si dichiarava amico di Cesare, ma quando Lajolo gli fece leggere l’ultima lettera a lui indirizzata dall’amico comune, gli spiegò il suo intendimento di presentare lo scrittore non come un suicida sconfitto, ma come un intellettuale che aveva combattuto con dignità e coraggio la sua battaglia per la vita, Pinolo diventò un testimone fondamentale perché Lajolo potesse ricostruire la storia della famiglia Pavese, l’infanzia di Cesare e il suo attaccamento a S. Stefano Belbo. E fu importante, insieme ad altri amici e professori del periodo del liceo a Torino, per delineare l’adolescenza e la giovinezza dello scrittore.

Io sono tornata altre volte a raccogliere le memorie di Pinolo, che mi ha raccontato come è nata la trama dell’ultimo romanzo di Pavese, ma anche i ricordi della sua vita e del suo amore per la musica. Pinolo era un suonatore di clarino sui balli a palchetto delle Langhe, così come è descritto ne La luna e i falò, organizzava la banda di S. Stefano e del suo paese era stato anche sindaco subito dopo la Liberazione, dovendo anche gestire con misura e senso di responsabilità l’insurrezione partigiana di S. Libera, il cui presidio era nel suo territorio comunale.

Quando non furono più utilizzate per la vendemmia le bigonce di legno, ma in plastica, Scaglione chiuse il laboratorio e si dedicò a ricevere persone che volevano sentirlo parlare di Pavese o a rispondere a interviste radiofoniche e televisive, a raccontare le memorie contadine ai giovani ricercatori Piercarlo e Renato Grimaldi, a dare suggerimenti a Franco Vaccaneo, il bibliotecario che fondò il Centro studi Cesare Pavese e poi diresse la Fondazione. Pinolo era il nume tutelare del suo amico Cesare sul territorio e Vaccaneo gli dedicò il suo libro Fumatori di carta riprendendo una poesia pavesiana dedicata a Pinolo.

Quando ho avuto l’incarico con Luciano Rosso dal Comune di S. Stefano Belbo, di allestire “La Casa di Nuto”, il museo gestito dalla Fondazione Cesare Pavese, con l’aiuto della figlia Gabriella ho ricostruito la falegnameria con gli strumenti di lavoro perfettamente conservati e catalogati da Pinolo stesso e anche con citazioni tratte da libri di Pavese e da scritti autobiografici del falegname musicista per ricostruire l’ambiente del suo lavoro e della sua esperienza di vita. E una parte del laboratorio ricorda anche la figura del fratello Candido, che si dilettava, tra una bigoncia e l’altra, di costruire violini e tavolini intarsiati. Nella stanza del calendario, insieme ai ricordi conservati, ho voluto anche collocare un ballo a palchetto per ricordare il periodo piò festaiolo di Scaglione.

E’ stato il mio ringraziamento postumo a Pinolo per quello che ho imparato da lui, in particolare sul valore dell’amicizia, che gli ha fatto evitare speculazioni mondane sul personaggio famoso, proteggendolo dai pettegolezzi. Ricordo in particolare una frase che Pinolo ripeteva spesso: “Se Cesare fosse venuto a S. Stefano quel giorno non avrebbe messo fine alla sua vita”.

Così la data di quel giorno è rimasta sul calendario della falegnameria, in mezzo ad altri cimeli che Pinolo Scaglione aveva raccolto nei suoi colloqui con personalità del mondo della cultura, con giovani, con visitatori, dimostrando una grande dedizione per il suo amico e continuando a farlo vivere nei suoi racconti. Anche Pinolo Scaglione era un narratore affascinante.

Tags: tradizioni popolari, Cesare Pavese, letteratura

 


© 2018-2020 ADL culture On-line

Autorizzazione del Tribunale di Asti n. 4/2018

logoADL
Associazione Davide Lajolo onlus - via Alta Luparia, 5 - 14040 Vinchio (AT) - P.IVA. 91006490055


Contattaci: redazione@adlculture.it

 

adlculture.it rimane a disposizione dei titolari di copyright che non è riuscita a raggiungere.