itenfrdeptrorues

Coso

di: Gianfranco Mirorglio

Pubblichiamo la prefazione del prossimo libro di Gianfranco Miroglio “Vie di fuga”, per gentile concessione dell’autore.

Primavera 2020

All’inizio mi sono costretto a sperare che fosse per noi una piccola storia con radici anche troppo lontane e con due cinesi per caso in un albergo di Roma. Poi l’illusione, via-via più fragile, che a rappresentare tristezza e sconcerto fosse, in fondo, soltanto la troupe affiatata di badanti dell’est condannate alla deriva nei parchi per vigilare come automi su tricicli, carrozzine e sedie a rotelle. Tutte vuote.

Ora invece resisto e mi perdo nelle anse di un tempo che sembra non dover smettere più proprio mentre i miei giorni, le mie settimane non durano niente. Scoprirmi scosso dentro, ma immobile, ansimare e tremare un poco di nervi nell’algida bellezza di notti letteralmente irripetibili, sciocco e solo, improvvisamente e totalmente ingabbiato da stupendi reticolati di stelle o dalle bave luminose di una grande luna chiara, quasi indecente, tradito da passaggi veloci e sospetti di nubi.  Buio e poi buio. Guardarmi intorno verso ogni forma e ogni sfumatura di scuro, verso gli ostacoli che mi invento per poterci spingere contro la gioia avvizzita degli occhi. O la supponenza immortale dei giovani, o la balbuzie di cuore dei vecchi. Prima di chiuderli.

Mentre nello strano silenzio che non aiuta ma impedisce il pensiero – e con lui il piacere -  mi lega nei gesti lo stupore per come si sia rarefatta e conservi l’arsura del vetro perfino l’aria che sto respirando.

Improvvisi  latrati di volpe o il sibilo e il fruscio di uccelli notturni. Non sono né richiami, né risposte. E non sembrano dei canti d’amore. Affatto. Ristagnano per minuti e ritornato come echi nella camera chiusa, sul letto, contro il cuscino. Sono solo segnali che mi piovono da oltre coscienza.

Questo libro doveva essere un’altra cosa, doveva nascere da un’altra parte, avrebbe dovuto accogliere, colpire, arrestare altre figure e altri oggetti, altri spazi, altre memorie e maniere. Doveva essere un libro “difficile”: la fine di un viaggio contorto e confuso tra  confronti e conflitti.

Ma poteva anche essere un libro facile-facile, fatto apposta per “semplicemente” raccontare: una farsa recente, una storia passata, una tragedia forse incombente, una grande paura. Alla fine magari suggerire speranza. Tenebre e luci, appunto. Avrebbe potuto.

Invece, proprio mentre le pagine si assestavano e le parole e le righe si cercavano un peso e uno scopo, tutto si è glassato, di colpo e senza senso, intorno a me, a noi, al di là del quaderno o del desktop. Sulla scena si sono fatti largo incongrui scorci di fiabe inattese.

La cerbiatta e i cuccioli che curiosano nelle vetrine dei saldi di fine stagione – giubbotti invernali e scarpe pesanti – in una via del centro, a Casale, oppure i delfini che danzano e tonfano contro le banchine del porto, a Varazze, oppure i due falchi che nutrono i piccoli tra le antenne di un grattacielo, nientemeno che in una Milano ammalata e isolata, oppure i gorghi trasparenti e d’argento, addirittura del Po. D’altri tempi.

Miracoli falsi, indotti da una pestilenza invisibile che ha spinto via e stravolto per sempre ogni norma. Qualcuno, incerto tra ragione e mondo dei sogni, ha gioito e si è eccitato, soggiogato dagli effetti speciali.

Ne ha parlato con me. Io con lui. La tenerezza immediata, la gioia per una riscatto e una rivolta di esseri, la provocazione bella nei fatti, la rabbia e il sollievo, i sensi di colpa sprecati nel constatare che la natura non muore come stanno invece crepando gli uomini, anzi lei piano-piano rinasce.

Ma perché siamo idioti a tal punto che per doverne rispettare le leggi, il diritto, i suoi spazi, le sue sorti, in cambio ci costringiamo a pagare un inconcepibile tributo di morti? E poi come, che morti.  Cadaveri poveri, sottratti agli sguardi, impiombati da anonimi sui cassoni di una fila di camion grigio verde, al tramonto.

Abbiamo esagerato nelle ere,  nei secoli, negli anni, specie gli ultimi. Abbiamo peccato ciascuno a suo modo, e offeso, e umiliato, e aggredito. A parole, nei gesti e negli atti. Finché la congrega di qualche dio bislacco si deve essere rotta i coglioni di noi e ce l’ha fatta pagare. La mettiamo così, brutalmente e in sintesi estrema, per farci capire. Ma noi capiremo? Il dio è di quelli minuscoli e non è irripetibile affatto, ha molti nomi e cognomi, la sua ghenga è di fedeli e infedeli.  E’ nato e poi si è nascosto nelle grotte e nei templi, nelle agorà, nelle chiese, nei fumetti, a teatro, nei partiti, al governo. Di posti ne ha trovati, inventati e vissuti anche troppi. Non le nostre coscienze. Questo libro è anche, qua e là, una natura che prega e ricorda. Vani appelli lontani. Decenni buttati.

A giustificare la rivalsa globale di un dio così minimo e sparso si agita ora, primavera del ’20, l’immaginario più bieco a suggerire e narrare di guerra: il linguaggio, le comparse, i proclami, i costumi. Grancasse e pennacchi e paura. Tutto ciò affinché la attuale, tremenda mestizia dei giorni non si possa permettere mai e poi mai di smorzare e poi spegnere i tizzoni di cinismo e di istinti dentro cui, lentamente negli anni, si è mineralizzato il concetto di coscienza civile e sociale. Comunità martoriata da calci e da sputi. Su tutto si può speculare. Si deve. Mulinelli di accuse e di insulti. Volgarità e ignoranza. Nel libro c’è anche questo, ci sono una piazza e una notte dei fuochi.

Tanto poi  - si conviene – ogni cosa è destinata a finire.  Finire? E come? Perfino le commesse e gli addetti alla Conad, perfino gli anziani e la reclame degli urologi, perfino i cuochi Barilla e le suore nei chiostri, i prelati sui pulpiti e i conduttori in tv ci imboniscono di un futuro certamente migliore. Nel libro si incontra un bel bosco incantato, basta crederci.

Finirà tutto bene, si ripete alla noia sui muri … Ne usciremo migliori di prima. Come sempre.

Prima quando? Sempre quando?

E’ vero. Per noi attraversare emergenze è quasi un rito dovuto, è oramai un copione scontato: fatalismo e castighi scagliati dal cielo che trastulla quel dio di comodo, alto un soldo di cacio e da richiamare in servizio a comando. Pensare a strumenti e percorsi nel dopo, nel dopo a diverse e più robuste morali, è tutt’altra faccenda. Una cosa sono le bocche agitate a produrre proclami, un’altra sono i vizi che, al di là dei discorsi, resistono a tutto. Nel bene e soprattutto nel male. Finora è stato così, per ora è così, poi vedremo. 

Il libro ci porta proprio al cospetto del simulacro di un dio del genere, anzi più di un dio,… e dei ceffi che stanno con lui.

Alla fine questo libro è un’avventura a ritroso sui vagoni di un convoglio al contrario, assestato su un binario scassato. Uno solo per l’andata e il ritorno. E’ una via di fuga. Punto.  Lungo la quale bambine e bambini hanno giocato o stanno giocando l’altalena e il girotondo dei giorni intrecciando destini e stagioni.

Oggi mi fa tanta pena pensare che proprio alcuni di loro, poco fa, mi sono transitati davanti mantenendo la dovuta distanza. Con disordinati riccioli sciolti, bianchi, molto lunghi – i parrucchieri son chiusi -, con incredibili occhi arrossati e sospesi mi hanno osservato, ma a me sono sembrati distratti. Poi mi hanno quasi sfiorato con inutili guanti di gomma. Color seppia sbiadita. Oppure erano soltanto le loro oramai inutili mani.

Protetti fino all’ultimo soffio dagli schermi di plexiglas e avvolti in sudari di nylon per neutralizzare l’emozione e gli affetti, “sanificati” con cura, mi hanno fatto cenni nel linguaggio dei segni. Durati pochissimo. Giusto il tempo di interpretarli, quei segni, di decifrare un ricordo o la sensazione e il rintocco di una voce e di un canto in comune. Anni e anni fa. Momenti, e mi sono spariti, restituiti a se stessi come un mucchietto di cenere o polvere.

Così è a loro che vorrei dedicare questo libro difficile, questo libro facile-facile. A loro e a tutti quegli altri con cui, ridendoci e piangendoci addosso, ci potremmo scambiare perfino un’assurda speranza. Ma a me il tempo incomincia a mancare.

Tags: libri, coronavirus, pensieri

 


© 2018-2020 ADL culture On-line

Autorizzazione del Tribunale di Asti n. 4/2018

logoADL
Associazione Davide Lajolo onlus - via Alta Luparia, 5 - 14040 Vinchio (AT) - P.IVA. 91006490055


Contattaci: redazione@adlculture.it

 

adlculture.it rimane a disposizione dei titolari di copyright che non è riuscita a raggiungere.