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La prigione

di: Domenico Quirico

Il giornalista Domenico Quirico, anche lui vittima di un drammatico sequestro, descrive i luoghi della prigionia di Silvia Romano

Amnyar l’ha rapita con un raid di un gruppo di guerriglieri-pirati creato nel 2012 per mettere a segno operazioni nel Paese vicino. Lo schema è quello classico del terrorismo militare: creare nuovi fronti di instabilità, trascinare nel baratro il Kenya con attacchi suicidi, imboscare mine sulle strade. Il sequestro.

Bisognerà ripercorrere gli spostamenti dal novembre del 2018 di Silvia, trovare conferma delle sue prigioni, attraverso lo Shebel, il  Jubland, una distesa di solitudine, da una acacia all’altra, da un villaggio all’altro, orizzonti appena ondulati, immani estasi di piani dove si levano calici di mulinelli di polvere solenni e immoti: la prigione di Jilib in una casa vicino a una grande moschea, a Janale a un passo dalle dune d’oro di Merka. In fuga per sfuggire ai droni americani.

Nella foresta degli elefanti. Prima di Afgoi l’ultima prigione è stata, quasi certamente la foresta degli elefanti, una grande area selvaggia nel Sud Ovest dove gli Shabab nascondono le loro più invisibili prigioni. Qui il sole si incendia e gli alberi in una atmosfera arroventata spiccano neri, giganteschi, deformi. La notte scende dura pesante come un coperchio.

Nella foresta passa un vento stanco dalle ali fredde come quelle di un uccello morto. I somali dicono che quella è l’ora degli spiriti maligni.


(brano da D. Quirico, “La prigionia e quel tempo rubato nelle foreste dei talebani d’Africa”, La Stampa, 10.05.20)

Tags: Silvia Romano, Africa, talebani

 


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