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Cari ragazze e ragazzi, lettera del prof. Paolo Maccario IPSIA Castigliano Asti

di: prof. Paolo Maccario IPSIA Castigliano Asti

Cari ragazze e ragazzi,

in questi giorni “strani”, in cui l’emergenza sanitaria legata al nuovo coronavirus ha comportato la chiusura delle scuole, penso che anche voi iniziate a sentire la mancanza dei ritmi e della socializzazione che quotidianamente viviamo tra i banchi. In un certo senso, la situazione che stiamo affrontando sta tracciando nuovi confini tra le persone. Alcuni sono dettati da criteri di ragionevole prudenza (distanze di sicurezza, niente abbracci e strette di mano, evitare luoghi sovraffollati), altri invece sono disegnati dalla mano della paura che spinge molte persone a temere il prossimo e a considerare l’“altro” come un possibile “untore”.

All’inizio di questa vicenda il confine divideva “noi” italiani dai cinesi e ha assunto la forma della discriminazione più becera, in alcuni casi violenta. Poi il virus, incurante delle nostre frontiere, ha deciso di manifestarsi anche tra “noi” italiani che siamo così diventati, agli occhi di molti paesi del mondo, l’“altro” da additare e tenere a debita distanza… A breve saranno forse i francesi, i tedeschi o gli spagnoli a trovarsi in un’analoga posizione, ma in questo caso l’antico adagio “mal comune, mezzo gaudio” non ci sarà di consolazione, poiché i confini che si trasformano in muri rappresentano sempre una sconfitta della ragione e del cuore

Questi giorni convulsi – ha scritto Pietro Pietrini su “Avvenire” – ci lasceranno un insegnamento, con le indimenticabili parole di Camilleri: che l’altro, per l’Altro, siamo Noi”. Ci insegneranno anche che in questa reciproca alterità, su questa linea di demarcazione condivisa, si radica il principio della fratellanza umana? E’ quello che mi auguro e vi auguro.

Personalmente, preferisco pensare il confine non come un luogo di chiusura bensì come “un laboratorio dell’arrivo, di ciò che per forza deve giungere per dare un senso al frammento che noi siamo” (José Tolentino Mendonça).

Se non possiamo stringerci la mano, possiamo “sconfinare” con un sorriso; se conosciamo qualcuno in quarantena, possiamo renderci presenti con una chiamata e qualche parola di affetto; se accanto a noi vivono delle persone anziane e sole, possiamo offrirgli il nostro sostegno nella gestione del quotidiano, più complicata per loro in questo frangente; se non possiamo andare a scuola, possiamo comunque studiare, ripassare, leggere un buon libro, coltivare le nostre passioni e soprattutto approfittare del tempo a disposizione per riflettere sull’importanza delle nostre relazioni, sul valore dell’altro, sulla bellezza semplice di quella che, spesso in tono annoiato, chiamiamo “vita di tutti i giorni, routine, normalità”. E magari scopriremo che proprio nella fragilità si cela la forza del cuore

Presto ci rivedremo sui banchi di scuola e il nostro Istituto tornerà ad essere quel laboratorio di cultura, incontro, socialità e crescita personale che, in fondo, rappresenta un po’, per tutti noi, la nostra seconda casa… La vita riprenderà il suo ritmo consueto e rassicurante e forse, ripensando a questi “strani” giorni, ci accorgeremo di avere imparato qualcosa di importante. A patto che, come dovrebbe essere nello studio, sia vivo in noi il desiderio di scoprire cosa c’è oltre il confine…

Con affetto

Il vostro prof. Paolo Maccario

Tags: paura, scuola, coronavirus

 


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