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Antonio Ligabue

di: Davide Lajolo

Elio Germano interpreta il film di Giorgio Diritti “Volevo nascondermi” sul pittore naif Antonio Ligabue. Lo scrittore Davide Lajolo, amico di molti pittori lo ha incontrato con lo scrittore Cesare Zavattini e lo scultore Marino Mazzacurati nel paese di Gualtieri dove abitava e ne ha descritto i modi e i pensieri nel suo ultimo libro Gli uomini dell’arcobaleno.

 

Gianni Brera, scrittore, giornalista sportivo estroso come un artista (ama pittori e scultori perché sa capirli, criticarli, esaltarli), ha sempre sulla penna la parola “padania” e Milano ne è il centro, anche se il Po gli ha mandato soltanto i suoi affluenti. Milano, per il raccordo tra la sua provincia, quella di Pavia e quella di Piacenza, diventa nell'involucro della parola “padania” un polmone.

Basta uscire fuori dalla periferia per sentire il muggito delle mucche a fare da contraltare allo stridore degli ingranaggi sempre più perfetti delle fabbriche di Milano.

Così, ogni tanto era liberatorio, prima che inventassero l’autostrada del Sole per uscire fuori Milano, infilare la via Emilia che si snodava incurvandosi ad ogni paese, giù, giù oltre Lodi, oltre Piacenza, toccare Parma elegante e parigina e poi tutta campagna fino a Reggio, tutto verde, con i gelsi ancora a scorta delle strade e il granoturco giallo nelle pannocchie ammonticchiate come costruzioni simboliche iridescenti sotto il sole.

A Milano per andare in Emilia, in anni lontani, erano venuti a prendermi Mazzacurati e Zavattini, vecchi amici che s'erano lasciati incastrare da Roma, ma ad entrambi era rimasto a germinare nel sangue il sole della “padania”, l’arguzia, il gusto del pane e del salame, il sentimento della terra, il vento dei pioppeti, l'oro dei bozzoli dei bachi da seta, il dilagare delle acque infuriate del Po, il canto rauco delle rane e lo stridio scintillante dei grilli sulla distesa infinita dei prati.

Avevano scoperto un personaggio irripetibile: il pittore Ligabue e volevano che anch’io lo conoscessi. Zavattini sosteneva sempre che in ogni uomo c’è uno sprazzo di poesia - ognuno la esprime con un suo linguaggio, ma in ognuno, ogni tanto, scoppiano lampi di genio. Ligabue era questo e un po’ più di questo.

Mazzacurati raccontava, con il fervore sempre arguto delle sue espressioni rotte tra accento emiliano e inflessioni romanesche, di aver scovato Ligabue quando viveva nei boschi, fabbricava da solo i colori, dormiva in un capanno e dipingeva le bestie e gli uomini, anche gli animali che non vedeva, anche le persone con le quali non voleva né incontrare, né parlare. Lo aveva sfidato perché dipingesse, offrendogli colori veri anziché quelli che lui si costruiva con le foglie e con quanto trovava nel fiume adatto alla bisogna.

«Ora Ligabue viaggia su moto rosse, dipinge e gli comprano quadri», mi disse Mazzacurati, «persino la sua follia è diventata accetta, perché si incomincia ad intendere i suoi colori e i suoi disegni inimitabili».

Quel giorno, quando noi tre arrivammo a Gualtieri non trovammo Ligabue. Era andato chissà dove in cerca di una donna, che lo faceva dannare senza concedersi mai. Era condannato al ludibrio di chi lo definiva il tedesco matto, il pittore stravagante, il disperato delle seghe fino a rimanere stremato come un toro, quando è costretto a consumare tutte le sue energie.

Lo scovammo all'indomani. Ligabue guardò me, che non conosceva, con diffidenza e, se non avesse sentito la voce dura di Mazzacurati che mi presentava come suo amico, mi avrebbe sprangato la porta in faccia. Da ogni parte dello stanzone in cui lavorava, c'erano dispersi pennelli, fogli di carta, lamiere, tele rimaste a metà e tele dipinte. Anche sui muri erano dipinte figure, forse più vivaci e genuine di quelle che riprendeva sulla tela o sui cartoni. Le bestie feroci parevano scendere dalle pareti per azzannarci.

Gli occhi di Ligabue erano perversi, salvati nello sguardo da una malinconia desolata, spalancati come feritoie sul gran naso graffiato, la bocca un po' storta. Parlando, agitava quelle lunghe mani magre, intrise di colori.

«Mazza» mi aveva avvisato che davanti a Ligabue non dovevo né tossire, né soffiarmi il naso. Erano rumori per lui offensivi, insopportabili. «È un pazzo», mi aveva preavvertito “Mazza”, «per colpa di chi l'ha abbandonato da bambino e di chi l'ha sempre perseguitato. Una delle tante vittime dal destino infelice, sempre più crudelmente ferite. Qui lo chiamano il tedesco perché è nato in Svizzera ed è piovuto nella bassa come i rospi che cadono dal cielo durante i temporali, ma sa mugugnare soltanto qualche parola in tedesco».

Ligabue cambiò umore quando ci fece vedere le quattro moto rosse, che aveva schierate una accanto all'altra davanti alla casa dove abitava. Quelle erano la sua conquista, non i quadri. I quadri erano la sua pelle, il suo sangue, le sue mani. Al centro di tutta la sua pittura stanno i suoi autoritratti con i due occhi concentrati in uno solo come l'occhio odisseo di Polifemo. La pittura era la sua natura, le moto, invece, rappresentavano il salto che aveva fatto nella società degli uomini, che lo disprezzavano e lo irridevano.

Mazzacurati gli chiese d'improvviso: «Senti Ligabue, quando hai visto Ghizzardi? Sai se sta ancora a Boretto? Lo vorremmo andare a trovare. Anche lui ha tanto dipinto». Ligabue rispose duro fissando negli occhi «Mazza», come gli avesse minacciato una pugnalata: «Non lo vedo più Pietro. Da quando non si è voluto convincere che non può neanche starmi a fronte come pittore, non lo frequento più. Lui nella testa ha una musica che non è la mia. Io sono un signore, lui è rimasto un poveraccio, un contadino». Finito di parlare Ligabue ci salutò irritato, senza neppure voltarsi indietro al richiamo ripetuto di Mazzacurati e Zavattini.

A Ligabue la gloria e il successo vennero dopo la morte. Quella morte che descrive Zavattini nel poema tragico e amoroso che gli ha dedicato, intitolandolo appunto «Toni Ligabue››: «Ligabue spiegò che vicino alla morte ci vuole sempre qualche cosa di vivo, solo così non si muore mai. Colse la furtiva volpe rossa tra il terrore della morte e lo stupore del tramonto intramontabile».

La sua morte fu profitto per quelli che l'avevano sempre sfruttato, che avevano comprato i suoi quadri per quattro lire, quelli per cui lui era il tedesco, il pazzo, il segaiolo. Non fu gloria per lui.


Nella foto: Elio Germano interpreta Antonio Ligabue.

Tags: pittura, racconti, follia

 


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