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Ho intervistato Mao Tse Tung

di: Davide Lajolo

Nel 1956 Davide Lajolo, direttore de “l’Unità” di Milano, fa parte della delegazione del P.C.I. con Mauro Scoccimarro, capodelegazione, e Giuliano Pajetta che partecipa al Primo Congresso del Partito Comunista Cinese dopo la vittoria della rivoluzione, guidata da Mao Tse Tung. E’ una rivoluzione fatta dai contadini cinesi e in quel momento il regime cinese perseguiva la politica dei “Cento Fiori”.

Nel 70mo anniversario della rivoluzione cinese pubblichiamo il testo dell’intervista che Lajolo ha fatto a Pechino a Mao.

1956 16 settembre

Il respiro di Pechino, milioni di uomini. Donne, bambini dal soffio leggero come volo di farfalla, la sorpresa nell’aeroporto di quello schieramento di uomini leggendari. Mao viene verso di noi. Dietro di lui, in fila indiana, gli altri sommi dirigenti. Riconosco, per averli visti in fotografia Ciu En Lai e Ciu The. Davanti a Mao molta emozione. Mao è sorridente, massiccio, lo sguardo enigmatico. Ciu En lai ha un volto più aperto. Il suo sorriso sa già di amicizia. poi gli altri, ancora più misteriosi perché ignoti, con nomi incomprensibili.

21 settembre

Nel primo colloquio che avevo avuto con Ciu En Lai avevo chiesto, in qualità di direttore de “l’Unità”, di poter avere un’intervista con Mao. Scoccimarro, al solo accenno, mi aveva dissuaso, dicendo che era una richiesta presuntuosa. Mao aveva altro da fare. Invece al quarto giorno del Congresso, Ciu En Lai mi comunica che, nel pomeriggio, Mao avrebbe ricevuto la nostra delegazione e mi avrebbe concesso l’intervista. Ci accompagna al pomeriggio di quello stesso giorno l’interprete.

Scoccimarro mi fa le ultime severe raccomandazioni: “Stai attento, non fare domande indiscrete. Spetta a me tenere al corrente Mao sulla situazione italiana del partito. Solo dopo, se Mao lo concederà, potrai rivolgergli qualche breve domanda”. Scoccimarro è commovente per il rispetto che ha dei dirigenti e della disciplina di partito. Oltre diciotto anni di galera fascista non hanno scalfito la sua capacità di obbedienza.

Entriamo in una sala semibuia. Le tazze del tè sono pronte sul minuscolo tavolo attorno al quale l’interprete ci invita a sedere. Un cinese alto di statura tira le tende e la luce entra in sala. Nello stesso momento, da una porta ricoperta da tendine rosse, entra Mao. Dà la mano a Scoccimarro e a me. Una mano non dura, grassoccia, un sorriso accennato, dove puoi leggere tutto come in quello della Gioconda di Leonardo. Si lascia cadere pesantemente sulla sua poltrona.

Ci guarda: un istante di silenzio. Il liberatore della Cina mi sta davanti. La sua voce ha un timbro morbido.

Chiede subito a Scoccimarro se Togliatti è in buona salute. Mentre Scoccimarro risponde, io non allontano lo sguardo da Mao. Veste una divisa grigio verde chiusa fino al collo. Senza gradi né medaglie né alcun altro segno distintivo. Anziché bianchi, i denti sono neri e lucidissimi. Riflettono su tutto il volto un’altra ombra di mistero. Un particolare del suo abbigliamento mi riporta nella casa contadina di mio padre. Mao porta calze rosse di spesso cotone che gli ricadono sulle scarpe, proprio come mio padre. Evidentemente ha conservato qualcosa della fanciullezza nel villaggio di Shaoshan.Davide Lajolo con Ciu En Lai Pechino 1956

Mao parla lentamente, anche per dar tempo all’interprete di tradurre frase per frase. Si dimostra informato di quanto avviene in Europa, soprattutto in Italia, anche se non si è mai allontanato dalla Cina, salvo un viaggio in URSS. A conclusione del discorso ci tiene ad affermare che stima molto Togliatti perché è un comunista che agisce e che pensa. Così dicendo, si schiaccia il grosso indice sulla fronte. Aggiunge che si fa tradurre tutti i suoi interventi appena arrivano in Cina.

Poi, rivolto a me: “ Tu, jeunesse, (è l’unica parola che pronuncia in francese) che fai il giornalista, non mi hai ancora detto come dobbiamo organizzare l’intervista”. Non ho scritto domande, ma ho ben chiaro in testa quanto desidero chiedergli.

Comincio subito con il XX Congresso del PCUS, la condanna di Stalin e le conseguenze che tutti i partiti comunista hanno dovuto trarre dopo la svolta clamorosa, che ha impressionato il mondo. Mao risponde senza esitazioni. Concorda totalmente con le decisioni del XX Congresso. “Il comunismo in URSS, negli ultimi anni, era giunto ad una situazione insopportabile. Come una pentola ermeticamente chiusa, sotto nun fuoco continuo, da anni in ebollizione. La pentola minacciava di scoppiare”.

Rivolgendosi direttamente a me: “Secondo te, jeunesse, chi, davanti al rischio dello scoppio, corre per primo a togliere il coperchio? Il più prudente o il più coraggioso?”. “Il più coraggioso”, rispondo. “Bene è così. Allora vale tenerne conto. Il compagno Krusciov e gli altri protagonisti del XX Congresso hanno avuto il coraggio di alzare il coperchio rovente della pentola e di impedirne lo scoppio. Non solo; si sono messi subito all’opera per riparare gli errori e i delitti del passato, onde rinnovare e rinvigorire la forza del partito e dell’URSS. Se loro hanno avuto tanto coraggio e decisione, non c’è motivo che Mao o Togliatti o chiunque altro responsabile di altri partiti si lamentino perché qualche goccia di quell’acqua bollente ci è caduta sulla testa e ci ha scottato.

Stalin, nei suoi ultimi anni e nelle sue ultime decisioni, aveva trasferito nel marxismo un clima feudale. Stalin era diventato il Gengis Khan del comunismo. Gli errori ideologici più gravi consistevano nell’instaurazione di un metodo politico, basato non sulla partecipazione del partito, ma sul sospetto, avvalendosi dello spionaggio nei confronti degli stessi compagni dirigenti del partito. Un metodo che portava come conseguenza ad una catena di ricatti, alla piaggeria, al servilismo tale da spingere alcuni compagni a gesti di viltà e di delazione fino a sacrificare la vita fisica di altri compagni. La condanna di quel metodo, di quei crimini era tanto urgente e necessaria da far passare in seconda linea il metodo, forse troppo dirompente, scelto da Krusciov”.

Intuendo dove Mao voleva arrivare con la sua osservazione sul metodo usato da Krusciov, gli chiedo: “Togliatti, dopo essere stato tanti anni in Unione sovietica, ha esaltato il XX Congresso, soprattutto per la fine decretata allo Stato guida e al partito guida, per potere avere finalmente l'autonomia indispensabile ad ogni partito e ad ogni paese. Le sue osservazioni critiche non sono tanto sul metodo quanto rivolte ad una ricerca più profonda della motivazione, oltre a quella ufficiale del culto della personalità”.

Mao ribatte risoluto: “Nessuna critica, anche se dettata da condizioni particolari dei singoli paesi, può giustificare il fatto di mettere in difficoltà i compagni sovietici che hanno voluto il XX Congresso. La stessa proposta avanzata da Togliatti di creare più centri organizzativi tra paesi socialisti e tra partiti comunisti, mi trova dissenziente. Non vi può essere policentrismo senza intaccare l’unità del movimento operaio. L’unico centro deve rimanere Mosca, cioè il partito comunista dell’URSS, perché non va mai dimenticato che è il partito della Rivoluzione d’Ottobre”.

Resto perplesso per queste dichiarazioni. Mi pare che Mao non abbia capito le proposte e le critiche di Togliatti. Rimango, invece, convinto che ha ragione Togliatti. Quell’atteggiamento di Mao, che conferma in sostanza il valore del partito guida dell’URSS, dopo aver appreso come Mao avesse più volte disobbedito allo stesso Stalin per portare a compimento la rivoluzione in Cina, mi sorprende e mi rende incomprensibile il personaggio.

Per andare sull’onda dei miei pensieri e capire meglio quanto mi sta spiegando Mao, tenendo conto che in Cina tutto si sintetizza in un voto, chiedo un po’ maliziosamente a Mao che voto avrebbe scritto sulla pagella di Stalin. Mao aggrotta le ciglia leggere e, dopo un attimo di silenzio, riprende: “Non c’è dubbio che, per un esame storico, quando sarà possibile farlo oggettivamente, gli errori commessi da Stalin, il suo comportamento antimarxista in troppe occasioni, specie negli ultimi anni, non potranno far dimenticare i suoi grandi meriti. Se dovessi seguire il proverbio cinese e affiancarlo al giudizio che mi chiedi in questo momento, potrei dire che in Stalin vi erano tre parti cattive e sette buone. Sulla pagella segnerei sette”.

Scrollo la testa, visibilmente contrariato. Scoccimarro mi fulmina con lo sguardo per la mia improntitudine, ma, in quel momento, sono giornalista intervistatore dalla testa ai piedi e insisto con Mao: “Sette non è un voto troppo alto per chi ha commesso delitti, assassinii anche dei suoi diretti collaboratori?”

E Mao: “Ho riflettuto meglio. Sulla pagella di Stalin segnerei otto. Perché il giudizio deve basarsi su tutta la vita e le opere dell’uomo, ciononostante concordo con Togliatti che per gli errori di Stalin, oltre a denunciarli perché non si possano più ripetere, bisogna risalire alle cause lontane. La verità è questa: quando uno si fida soltanto di se stesso, spregiando l’esame della realtà e la partecipazione del partito, non ha più nulla a che fare con il marxismo e cade in due errori: quello dell’opportunismo e quello del settarismo. Ritengo che sul terreno del socialismo non vi debba essere posto né per il sospetto né per la vendetta. Ma occorre ricordare che gli uomini non hanno mai un lato solo. Anche quando commettono errori, bisogna riuscire a scoprire il lato positivo e quello negativo. Se il danno che l’errore ha procurato è fatto conoscere nelle sue cause e nelle conseguenze che ha arrecato, la lezione che ne deriva può servire all’educazione dell’individuo e del popolo. In tal caso è utile servirsi anche degli errori”.

“Nella vita di tutti i popoli e nello sviluppo di tutti i partiti”, dice a questo punto Mao, assumendo un tono ieratico come Confucio quando dettava i suoi insegnamenti, “c’è l’eterno contrasto tra il bene e il male, tra momenti di luce e momenti d’ombra. Spesso il luminoso e il fosco si intersecano. Gli uomini non sono tutti uguali, anche quelli che militano nello stesso partito e vivono nello stesso paese. Ecco il perché, per giudicare Stalin, bisogna esaminare quanto ha fatto di buono e di cattivo”.

Mao sorseggia qualche goccia di tè, chiede se siamo stanchi, poi, al nostro diniego, rivolto a Scoccimarro riprende: “Riferite a Togliatti le mie considerazioni. Ditegli che le avanzo nel quadro della necessità di unire e rafforzare il nostro fronte contro quello sempre agguerrito dei nostri nemici. Unità tra noi e sguardo fisso a Mosca, anche se possiamo avere delle divergenze. Queste le esamineremo in un secondo tempo”.

Mao ci indica le tazze di tè. Scoccimarro è cortese. Io no, il tè è una bevanda che aborro. Mao mi minaccia scherzoso con il grosso dito: “Il tè è una bevanda celeste”.

Ci accompagna fin sulla porta, scusandosi se è costretto a salutarci perché deve ricevere altre delegazioni. Sulla porta oso fargli l’ultima domanda, mentre Scoccimarro si allontana di qualche passo con il dirigente che è venuto ad accompagnarci. Chiedo a Mao: “Come potevi guidare le armate, realizzare la riforma agraria e, nello stesso tempo, scrivere poesie, poesie d’amore e non solo di guerra?”. Mao sorridendo: “Jeunesse, la guerra si concilia con la morte, ma anche con la vita quando è una guerra come è stata la nostra per liberarci dal sopruso e conquistare la pace volta alla felicità. L’amore è poesia come il canto degli uccelli. Se un uomo ama la vita, non può vivere solo di azioni e di lavoro. Bisogna essere  aperti a tutto, soprattutto all’amore”. 


Nella foto in alto a sinistra "Davide Lajolo con Mao Tse Tung"; nella foto in basso a destra "Davide Lajolo con Ciu En Lai". Pechino 1956.

Il brano è tratto da D. Lajolo Ventiquattro anni. Diario di un uomo fortunato” (Rizzoli, 1981). Tutto il libro è pubblicato in pdf su www.davidelajolo.it in Libri on line.

 

Tags: storia, giornalismo, partito comunista cinese

 


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