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Grazie Davide

di: Bruno Gambarotta

Un sabato di fine maggio a Vinchio, per apprezzare un paesaggio mozzafiato e percorrere i commoventi itinerari letterari di Davide Lajolo. Sono tre: i bricchi del barbera, i boschi dei Saraceni, il mare verde.

Quando ho incontrato di persona lo scrittore per la prima volta, avevo più di 40 anni. Avrei voluto dirgli grazie ma, per una forma di timidezza, mi sono trattenuto. Per spiegarmi devo andare indietro nel tempo e tirare in ballo un altro grande scrittore di queste parti, Cesare Pavese. Nella mia adolescenza, la lettura delle sue opere narrative, delle poesie e dei saggi, sovrapponendosi alla cronaca del suicidio del 26/27 agosto del 1950, quando avevo appena compiuto 13 anni, aveva radicato in me l'idea che la malattia e la solitudine fossero lo stigma di chi sente la vocazione di fare da grande lo scrittore. Per contro la salute era la dimostrazione dell'insensibilità se non dell'ottusità degli altri, era quella che permetteva ai miei compagni di giocare a pallone, di sfidarsi nelle prove di coraggio, primeggiare nelle feste, corteggiare con successo le ragazze.

Io mi crogiolavo nell'infelicità, se per onore di firma azzardavo qualche avance a una coetanea, lo facevo in modo da provocare in lei un “no, grazie” che mi rafforzasse nell'idea di essere escluso dalla vita vera. C'è un piacere perverso nel crogiolarsi nell'infelicità indotta.

Il culmine l'ho toccato nell'estate dei 18 anni, 1955, trascorsa a leggere e rileggere Il mestiere di scrivere, il diario che Pavese aveva lasciato pronto per la stampa, nella stanza dell'hotel Roma, di piazza Carlo Felice, dove si era rifugiato per suicidarsi, cinque anni prima. Era un Saggio Einaudi, costava 3500 lire, pagato a rate mensili di 500 lire. A quell'età e in quelle condizioni di spirito, era un perfetto scivolo verso il nulla.

Poi è arrivato Davide Lajolo con Il vizio assurdo, biografia dell'amico chiamato a collaborare alle pagine torinesi dell'Unità da lui dirette. Con grande pietà ma con mano ferma Lajolo dimostrava falsa l'idea che esistesse una correlazione necessaria fra la vocazione artistica e la malattia. Si poteva praticare l'esercizio dell'arte e combattere a piede fermo le battaglie della vita. Senza arrendersi.

Grazie Davide.


Bruno Gambarotta il 25 maggio ha ricevuto il “Premio Davie Lajolo – Il ramarro” con Ottavio Coffano e Giorgio Conte, assegnato dall’Associazione cultura Davide Lajolo

Tags: Davide Lajolo, Cesare Pavese, scrittori

 


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