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La danza delle libellule

di: Pier Giorgio Bricchi, musicologo

A Piero Farò, l’ultimo astigiano che amava le operette.

La mattina del giorno di Natale, penso di essere stato uno dei pochissimi italiani ad aver assistito su RAI5 alla Danza delle libellule. Sapevo che esisteva un’operetta con questo titolo, ma le mie conoscenze non andavano, appunto, oltre il titolo. Spinto dalla curiosità e dal fatto di far parte dell’esiguo numero di italiani che ancora apprezzano la “piccola lirica”, mi collegai col benemerito canale 23.  

Verso le 10, sullo schermo presero a comparire sfocate immagini che risalivano, credo, agli anni ’70 del secolo scorso. L’operetta non era ripresa integralmente, probabilmente l’operatore che l’aveva registrata non aveva i mezzi adeguati oppure, cosa possibilissima, chi decise di mandare in onda questo documento, ritenne di operare alcuni tagli.  Se è così, che allora ci taglino un po’ anche Amadeus, Barbara D’Urso, Mario Giordano perché ci sono persone che li apprezzano, ma anche tantissimi che ne hanno davvero le scatole piene.

Non avevo dunque intenzione di passare la santa mattinata a guardare la Danza delle libellule, urgevano le ultime notizie sul Covid, sui vaccini e i messaggi natalizi di papa Francesco. Eppure non riuscivo a staccare gli occhi da quelle immagini che venivano da lontano e che mi riportavano a un mondo passato per sempre. Il testo parlato era spiritoso, ma la trama insulsa, tuttavia l’onda melodica era trascinante… Sentendomi sempre più in colpa col Covid (che è vanitoso e ama essere sempre al centro dell’attenzione) e con papa Francesco (una delle poche persone, a mio modo di vedere, sana di mente in un mondo di matti), cominciai a informarmi su quello che stavo vedendo. Così scoprii che la Danza delle libellule era un’operazione di quel geniaccio di Carlo Lombardo che, non eccelso musicista, ma grande organizzatore di eventi, si era accordato con Franz Lehàr per riciclare le musiche delle sue operette che non avevano avuto successo a Vienna e adattarle a nuovi libretti in lingua italiana (non bisogna mai buttar via nulla). Fu appunto il caso dello Sterngucker che nel 1916 non piacque ai viennesi e le cui musiche, adattate da Lombardo alla Danza delle libellule, trionfarono a Milano nel 1922. Lo stesso era avvenuto con la Duchessa del Bal Tabarin e con Madama di Tebe.

Dunque l’operetta cui stavo assistendo, sebbene rivista, utilizzava musiche di Lehàr, e questo spiegava la bellezza delle melodie, e a un anziano come me, che ama il teatro e si commuove agli slanci melodici, mentre si annoia alle perfezioni simmetriche sei -settecentesche, come pure agli sperimentalismi del Novecento, Gesù Bambino non poteva fare regalo più bello.

Intanto dalle ombre della fortunosa ripresa emergevano volti che avevo dimenticato, e la commozione senile aumentò quando, nella parte del buffo (o brillante) riconobbi Sandro Massimini (qualcuno lo ricorda?) che, nella sua breve vita (morì a 54 anni nel 1996), fu l’ultimo appassionato difensore della tradizione dell’operetta in Italia. Alla sua scomparsa, la “piccola lirica” fu definitivamente sconfitta. Massimini era un attore comico, un bravo ballerino, cantava benino, era dotato di grande empatia e, per fare il “brillante” da operetta fu, secondo me, secondo solo al sommo Elio Pandolfi.

Le libellule di cui parla il titolo, altro non sono che tre belle signore (due infelicemente sposate) che ronzano intorno a un affascinante nobile francese che, tornato in patria dopo una lunga assenza, riprende il suo castello e le sue ricchezze scacciandone chi l’usurpava, non a suon di botte (non ne possiamo più!) ma di carte bollate (metodo meno cruento, ma egualmente efficace e anche foriero di battute divertenti). Alla fine, dopo essere stato corteggiato dalle tre libellule, il protagonista opterà, ovviamente (siamo negli anni Venti), per l’unica signora libera da legami sentimentali. Ho detto più volte che gli interpreti della “piccola lirica” erano artisti di prima grandezza, e quindi potete immaginare il piacere che mi fece ritrovare, giovanissimi, un soprano e un tenore di prim’ordine che sono stati gli ultimi specialisti di questi ruoli in parte cantati e in parte recitati. Subito riconobbi Daniela Mazzucato, bellissima allora e bella ancora oggi, oltreché bravissima e, sapendo che era suo compagno in arte e nella vita, dedussi che il bel giovane dalla folta chioma che impersonava il corteggiatissimo protagonista dell’operetta, amante della caccia e della belle donne, era Max René Cosotti, anch’egli tuttora attivo, anche se la chioma oggi non è più folta, lo charme d’antan è un po’ scemato e non so se le libellule gli girerebbero ancora intorno.

La regia era improntata a quel delizioso Kitsch allora connesso con questo tipo di spettacolo; balli, brindisi, champagne, battute simpatiche, magari a doppio senso ma sempre fini, ballerini e ballerine, gran finale con finti fuochi artificiali e con i protagonisti che salutano il pubblico sulla passerella a suon di musica (la rivista era alle porte), costumi che ci portavano ai tempi di Guido Gozzano…In compenso  nessun turpiloquio, nessun personaggio pestato a sangue, nessun lato B al vento per non dir di peggio.

Lo spettacolo era stato registrato, come pensavo, a Trieste, la nostra città asburgica dove, dagli anni ’50, si teneva un Festival dell’operetta che, a quanto ne so, dovette sospendere la programmazione per la solita litania della mancanza di fondi, ecc…, ecc… Non oso pensare cosa avverrà di questa iniziativa dopo la pandemia. Mi resta la consolazione di esserci stato, però, a Trieste, almeno una volta nella vita, per assistere al teatro Verdi a un’edizione del delizioso Al cavallino bianco.  Mi ci portò, con un pullmino e un gruppetto di nostalgici, un vecchio signore, ovviamente non di Asti. ma di una città a noi vicina (a che serve dire quale…).

Finito lo spettacolo televisivo e prima di unirmi alla famiglia per il pranzo natalizio, cercai su Youtube traccia di questo spettacolo: nulla! Quel mondo è ormai dimenticato, profumava d’antico, e oggi è demandato a “spedizioni punitive”, spesso straniere, che lo hanno declassato ad avanspettacolo o poco più. Alcuni di questi gruppi non potevano non essere reclutati ad Asti, e sono stati ospitati nel teatro dove hanno cantato Schipa e Pèrtile e, più recentemente, Gregory Kunde. John Osborn e Francesco Meli.  Al pubblico di Asti, intanto, la “fantasia al potere” del Teatro Alfieri propinerà, per chi potrà andare di presenza, la sesta edizione di Traviata dalla riapertura del teatro stesso. In attesa della settima, dell’ottava, della nona Traviata (e dell’ennesimo Elisir d’amore che contende alla Traviata il primato di prevedibilità) vi saluto cordialmente!

Tags: opera lirica, televisione, operette

 


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