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A riveder le stelle. A proposito della prima della Scala su Raiuno

di: Pier Giorgio Bricchi, musicologo

Che meraviglia le tre ore che Raiuno ci ha regalato il 7 dicembre, riprendendo dal Teatro alla Scala lo spettacolo “A riveder le stelle”, sostitutivo della Lucia di Lammermoor, l’opera che avrebbe dovuto inaugurare la stagione 2020-21, poi annullata per le ovvie questioni legate alla pandemia.

Che meraviglia, dicevo! Non solo per il programma, ma aver riportato il grande pubblico all’opera. Sì, perché il pubblico c’era, anche se non in sala, e numerosissimo (2.600.000 persone). Io ho seguito lo spettacolo con la mia compagna Emiliana, la quale si è tenuta in contatto WA con tante persone che come noi, da casa, seguivano il concerto. Eravamo in tantissimi a Milano, alla prima della Scala. Abbiamo ripreso contatti con persone che il Covid aveva allontanato. Appassionati e curiosi si sono ritrovati commentando i brani che venivano eseguiti. Che emozione, dopo questi mesi bui, trascorsi in solitudine, sentirsi uniti dalle cose più belle che lo spirito umano ha concepito e che, a me settantenne, hanno dato e danno ancora la gioia di vivere.

Lo spettacolo di Davide Livermore e l’orchestra della Scala diretta da un imbavagliato Riccardo Chailly, hanno consentito di ascoltare 24 tra i più prestigiosi cantanti d’opera. La più brava? Lisette Oropesa. La rivelazione? Il giovane tenore francese Benjamin Bernheim. Il miracolo? L’ottantenne Placido Domingo. Ma non è di questo che voglio parlare, e lascio il giudizio agli altri spettatori. L’importante è esserci riuniti intorno al focolare televisivo e, oltre alle arie d’opera, aver ascoltato poesie (sì, “poesie”, avete capito bene) di Montale, di Pavese, pagine di Racine, Hugo, Gramsci recitate da attrici e attori professionisti. Sono intervenuti Michela Murgia sulla figura femminile nell’opera e lo stesso regista Davide Livermore che, in clima di revisionismo, senza peli sulla lingua, “ha ripassato la testa e la coscienza” degli spettatori, rievocando le” imprese” della dittatura, e soprattutto il concerto che nel 1946 Toscanini, tornato in Italia dall’esilio americano, dopo essere stato schiaffeggiato da un gerarca, diresse  alla Scala, distrutta da un bombardamento e subito risorta. Concerto che avrebbe segnato l’inizio di una nuova era. Dio sa quanto ci sarebbe bisogno di un nuovo Toscanini, di un nuovo concerto e di una nuova era (va da sé che non mi riferisco soltanto al Covid).

E ancora, citazioni di maestri del cinema: dall’Hitchcock degli Uccelli al Fellini della Strada, esibizioni di balletto classico (Ciakovskij) e moderno (Satie) con la presenza del carismatico Roberto Bolle. Di grande impatto il finale del rossiniano Guglielmo Tell sullo sfondo di una Milano notturna vista da una prospettiva aerea.

Ma, subito dopo, il “triste vero” ci ha riportati crudamente alla realtà, come quando ti risvegli da un bellissimo sogno. Ed ecco, dopo aver “aver avuto la bellezza seduta sulle ginocchia”, la faccia di Mentana e dei suoi colleghi e colleghe, assisi sui loro troni direttoriali (a farsi chiamare “Direttore” pare che ci tengano molto) che sfornavano la litania quotidiana dei contagi meno frequenti, ma dei morti più numerosi, dei numeri che aumentano ma diminuiscono, delle zone rosse che diventano gialle, di quelle gialle che dovrebbero diventare rosse, però il governatore Pinco Pallo non  d’accordo… Subito dopo, in prima serata, il  duecentesimo virologo ci ha detto di mettere la mascherina e di lavarci le mani prima di andare a cena (cosa che prima non facevamo). Che depressione! E naturalmente non è mancata, dopo essere stati in paradiso con il maestro Chailly, i professori della Scala, e le voci di Florez, Alvarez e Tézier sentire quella ghiaiosa di “Giuseppi” e dei suoi amici e nemici. A seguire: l’ennesimo dibattito con le solite facce dei soliti personaggi che penso risiedano alla Rai con le loro famiglie e che, per carità di patria, non voglio nemmeno citare (tanto li conoscete tutti).

No, basta! Ho ripreso il cellulare e ho ancora commentato la magica serata con chi l’ha vista (se qualcuno l’ha persa, sono fatti suoi), e poi mi sono dedicato, come Machiavelli, ai miei veri amici che sono i libri, e ho silenziato gli opinionisti. Che cose meravigliose il telecomando e il silenzio! E ringrazio il Cielo che non mi ha fatto cadere nella tentazione di acquistare i vari social, risparmiandomi così le idiozie, le vignette e le battute che scorrono su di essi. Tanto, l’ho detto più volte, io non sono spiritoso e appartengo al secolo XIX.  

Per finire: grazie ancora alla diretta di Raiuno, e complimenti a Bruno Vespa (anche se non è il mio idolo) e Milly Carlucci che, invece di invadere il video alla Pippo Baudo, si sono limitati a un saluto iniziale e a un augurio finale, insomma a fare da discreti padroni di casa. E un plauso affettuoso a tutti coloro che si sono riuniti per godere insieme (per una volta) un saggio delle nobili arti che hanno fatto grande il nostro e altri Paesi.

Tags: opera lirica, Scala di Milano, televisione

 


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