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Rigoletto al Circo Massimo di Roma

di: Pier Giorgio Bricchi, musicologo

Giovedì 16 luglio, dopo le numerose produzioni registrate che ci hanno tenuto compagnia durante la pandemia, l’opera dal vivo è tornata in TV con la diretta del Rigoletto prodotto dal Teatro dell’Opera di Roma, nella desueta sede del Circo Massimo. La scelta è stata imposta da ragioni di sicurezza (ricordo che la stagione estiva del Teatro dell’Opera si tiene normalmente alle Terme di Caracalla).

Premetto che l’edizione sulla carta o, meglio, sul programma di sala, era ragguardevole. Eppure le polemiche non sono mancate. Non mi riferisco ai generici articoli delle testate giornalistiche sia cartacee che on line, ma ai contrastanti giudizi (spesso critici per diverse ragioni) comparsi sui vari “social” che raggruppano gli appassionati d’opera. Che ci sia ancora questa passione e questa voglia di dibattere non può che essere positivo e di buon auspicio per il futuro del teatro musicale. Ritengo quindi di aggiungere qualche considerazione alle molte che ho letto sulla nostra rivista “ADL Culture”.

Come avevo immaginato, ma sono stato facile profeta, il bersaglio principale delle critiche dei melòmani è stata la regia di Damiano Michieletto. Non entro in merito ai miei gusti personali; quello che mi stupisce è il fatto che ci sia ancora qualcuno che scopre l’acqua calda e cioè Michieletto e il suo staff. Il regista veneto, pur essendo ancora giovane, è sulla cresta dell’onda da parecchi anni ed è attualmente il regista italiano più richiesto in patria e (soprattutto) all’estero. L’Opera di Roma poteva benissimo spendere di meno e ricorrere a un allestimento che sciorinasse abiti rinascimentali, pantaloncini a sbuffo e gestualità collaudate che siamo abituati a vedere da quando andiamo all’opera. Ma nel momento in cui scritturi Michieletto devi aspettarti delle innovazioni che, ancora oggi, scandalizzano i passatisti (anche di giovane età). Insomma il regista, anche per rispettare le distanze sia tra gli artisti e sia tra il pubblico e il palcoscenico, ha ambientato la vicenda negli anni ’80 del Novecento con i protagonisti che fanno parte di una gang, che vive su macchine lussuose da cui scendono solo per interagire a debita distanza. Quindi il duca di Mantova è un boss, Rigoletto e i cortigiani i suoi scagnozzi, Gilda non è una madonnina infilzata, ma un ragazza che fa una scelta azzardata che cerca fino all’ultimo di evitare. I più “sfigati “sono ovviamente i due poveracci dell’opera:  Sparafucile e sua sorella Maddalena costretti a fare uno il killer e l’altra la prostituta accampati in una roulotte…

A film preregistrati e proiettati su un grande schermo, anche per la chilometrica distanza del pubblico, erano affidati i fatti che nell’opera non si vedono: i ricordi, i sogni, i turbamenti dei protagonisti, soprattutto di Rigoletto e di sua figlia Gilda. Idea non nuova, ma interessante no? Eppure, apriti cielo! Regia vergognosa…Verdi e Hugo violentati, e via di questo passo…Regia discutibile, a mio modo di vedere, ma certo da non buttare interamente via come l’acqua sporca perché, come tutti sappiamo, con l’acqua sporca corriamo il rischio di buttare via anche il bambino, cioè alcune interessanti intuizioni del regista e del suo staff cui sopra ho accennato.

Sassate anche al maestro Gatti che oggi è ritenuto un numero uno internazionale (ma questa è un’altra storia…), Tempi slentati, improvvise accelerazioni, insomma “tempi rubati” (che erano la prassi nell’Ottocento), orchestra sfilacciata, cantanti non sostenuti, insomma una débacle. Ma nessuno (o pochissimi) hanno notato l’esecuzione letterale della partitura verdiana, mondata di tutte le puntature aggiunte dalla tradizione (compresa quella della “donna è mobile”). Inoltre il maestro Gatti ha fatto cantare i protagonisti puntando, più che sulla voce spiegata, sul fraseggio, e di conseguenza i cantanti non hanno fatto esibizione del loro atletismo vocale, ma hanno cantato (soprattutto Rigoletto) in modo intimo,  sommesso, quasi dolente.

Ed ecco che il baritono Frontali, dalla gloriosa carriera, è di colpo diventato un vecchio arnese buono per essere riciclato. Non potendo infierire sul soprano Rosa Feola (c’è un limite alla decenza), le intemperanze degli appassionati si sono concentrate sul povero tenore peruviano Ivàn Ayòn Rivas, che non sarà Osborn o Florez, ma che non mi pare abbia demeritato. E poi è poco corretto dare giudizi drastici, quando le condizioni di ascolto sono veramente precarie (anche a detta di chi era presente allo spettacolo): uno spazio immenso umido e privo di acustica, amplificazione (il nuovo cancro dell’opera) sorda e distorta, spazi innaturali. Insomma la prudenza non né mai troppa nel valutare spettacoli allestiti in questo modo un po’ avventuroso.

Sta di fatto che piano piano, anche se ignorato durante la pandemia (ricordo solo un accenno del nostro premier che in una delle tante comparsate in TV, ha detto che dobbiamo ricordarci anche del teatro “dove andiamo a divertirci”, con buona pace di Verdi e Wagner che divertenti non lo erano, né volevano esserlo), dicevo che piano piano anche l’opera lirica pare che cerchi di rialzarsi. La fatica sarà tanta ma la passione con cui molti hanno seguito la risurrezione romana del Rigoletto, non può che farci ben sperare. Intanto a farci sperare è anche la presentazione del cartellone della stagione 2020-21 del Teatro Regio di Torino che, date le condizioni in cui versa la Fondazione, è un vero gesto di ottimismo del Sovrintendente e Direttore artistico Sebastian Schwarz.

Tags: opera lirica, teatro, Roma

 


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