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La Straviata al Teatro Alfieri

di: Pier Giorgio Bricchi, musicologo

Nella mia lunga esperienza di spettatore di opere liriche, ho visto decine di edizioni della Traviata di Verdi, ma quella cui ho assistito lunedì 24 giugno al Teatro Alfieri, riveste tutti i crismi dell’eccezionalità.

Il titolo dell’operazione La straviata può far pensare a uno stravolgimento del testo verdiano, ma stravolgimento non c’è stato. Forse è più giusto parlare di adattamento. Ma procediamo con ordine.

La vicenda di Violetta e Alfredo è stata presentata partendo dal suo epilogo. Ma è in fin dei conti quello che avviene anche nel romanzo di Dumas (La signora delle camelie) che della Straviata (ormai la chiameremo così) è la fonte.  

All’alzarsi del sipario, Violetta giace sul suo letto di morte circondata dagli altri personaggi impietriti. Solo una gentile figurina nascosta da una maschera (la morte?) si aggira nel buio della scena con un fiore che deporrà sul corpo senza vita della protagonista.

Da questa scena iniziale, si risale alla vicenda partendo dal terzo atto: e dunque assistiamo al canto disperato di Violetta, sola e morente, e subito dopo al ritorno di Alfredo, il fidanzato da cui si era divisa e che attendeva disperatamente, al loro canto d’amore e alla riconciliazione con Giorgio Germont, il padre di Alfredo. Dunque Alfredo e Violetta erano amanti. Ma quale era stata la ragione per cui si erano lasciati?

Lo scopriamo risalendo al secondo atto, quando Alfredo, innamoratissimo di Violetta e convinto di essere da lei ricambiato, viene a sapere da una improvvisa comunicazione di essere stato da lei abbandonato perché ella ha deciso di rimettersi con un ricco e (presumibilmente) anziano barone. Strano davvero il comportamento di Violetta. E violenta è la reazione che Alfredo avrà nei suoi confronti.

La ragione del gesto impulsivo di Alfredo la comprendiamo risalendo ulteriormente nella nostra storia e assistendo all’incontro di Violetta con il padre di lui il quale, all’insaputa del figlio, le impone di troncare il legame con Alfredo perché questo rapporto disonora la famiglia. Disonora la famiglia? Ma chi è mai questa ragazza che ha il potere di mettere in crisi una famiglia ricca e “perbene” della Parigi dell’Ottocento?

Lo scopriamo assistendo finalmente al primo atto dell’opera. Violetta è una giovane donna “traviata” o, se volete, “straviata “, oggetto di divertimento per ricchi e annoiati parigini. Ma, durante una festa, incontra Alfredo che l’ama veramente da tempo; ella lo ricambia e finalmente conosce “un vero amore”. Il famoso brindisi fa da preludio a questa vicenda (e un bis, a lungo richiesto, poteva anche esserci  concesso…) e, in un certo senso, fa anche da suggello alla storia che abbiamo raccontata.

Certo, strano modo per eseguire un’opera lirica! Ma l’eccezionalità dell’avvenimento non consiste tanto in questa inversione del racconto, quanto nel fatto che gli interpreti della Straviata erano i ragazzi dell’Associazione Educativa “L’Altro Verso” presieduta dall’intraprendente e coraggiosa Claudia Tirone che, con l’assistenza di Simona Catalano, è stata anche la regista, la scenografa, la costumista e il trovarobe dello spettacolo.

Impossibile nominare tutti gli interpreti che hanno avuto il merito e la pazienza di studiare ed eseguire le più note arie e duetti dell’opera cimentandosi con la musica di Verdi (quindi non proprio una passeggiata), e che hanno recitato alcune parti del libretto di Francesco Maria Piave che usa costrutti e termini dell’italiano dell’Ottocento. Impresa da ritenersi quasi impossibile e che invece è riuscita benissimo.

Tutti gli artisti sono da elogiare, ma voglio fare qualche nome. Accompagnati dai musicisti Massimiliano Pinna (pianoforte), Andrea Bertino (violino) e Giorgio Boffa (contrabbasso) e supportati dai soprani Elena Canale e Ryoko Yamashita, nonché dalla corale di San Lorenzo di Asti e Tigliole, è con vero stupore che voglio sottolineare l’interpretazione intensa della Violetta di Natalia Pascolati, che ha avuto come degno partner Stefano Vevey nella parte di Alfredo. I due interpreti, oltre ad avere una buona intonazione, erano credibili anche fisicamente. Così come credibile, nella sua parte autoritaria, è stato il papà Germont di Massimo Biolcati, certamente più convincente come attore che come baritono verdiano. Ma vorrei menzionare anche la energica Annina di Valentina Airone, la disinvolta Flora di Stefania Ambroggio, l’elegante Gastone di Simone Gresta, e ancora Andrea Gabutti (dottor Grenville), Francesca Cerruti (barone Douphol), Aldo Goria (marchese D’Obigny) nonché la biancovestita Alessia Ghi in un breve intervento che invitava il pubblico, numeroso e plaudente, a una riflessione sul destino della protagonista. Complimenti anche alle ragazze e ai ragazzi, che, istruiti dalla maestra di ballo Purita Castellanos, hanno eseguito le danze delle zingarelle e dei toreri.

Per me vecchio appassionato, è stata la Traviata (opps…  Straviata) più tenera e coinvolgente che ho visto. Mi auguro quindi che l’Associazione “L’Altro Verso”,  che ha promosso e realizzato questa iniziativa, ci riservi, nei prossimi anni, altre sorprese come queste.


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Tags: opera lirica, teatro Alfieri, La Traviata

 


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