Sabato 27 aprile 2019 - ore 18

Palazzo Crova, Nizza Monferrato

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A proposito dell’Agnese di Ferdinando Paer al Regio di Torino

di: Pier Giorgio Bricchi, musicologo

Destini di musicisti

E’ destino di alcuni compositori geniali morire in giovane età. Gli dèi fanno pagare cari i loro doni, diceva Heine. Limitandoci all’opera, ricordo i casi di Mozart, morto nel 1791 a 35 anni, di Bizet, morto nel 1875 a 37 anni probabilmente senza che lo sfiorasse il sospetto della fortuna immensa che avrebbe arriso al suo capolavoro, la Carmen, andata in scena con scarso successo tre mesi prima.

E, sopra tutti, è il caso di Vincenzo Bellini il cui destino mi perseguita operisticamente da sessant’anni. Si può morire a 34 anni di una banale infezione intestinale dopo aver scritto un capolavoro come i Puritani? Siccome amo fare la storia con i se e con i ma, mi chiedo: che cosa ne sarebbe stato di Verdi se Bellini fosse sopravvissuto? Avremmo avuto un duello a base di capolavori o il genio del Catanese avrebbe soffocato sul nascere quello del Bussetano? Per non parlare di Nicola Manfroce, morto a Napoli nel 1813 a 22 anni dopo aver scritto tre opere una della quali, l’Ecuba, pare sia un capolavoro  (lo verificheremo  quest’estate, posto che l’opera sarà ripresa nel prestigioso Festival della Valle d’Itria che si tiene a Martina Franca). Un giovane e promettente musicista stroncato all’inizio della carriera!

In altri casi compositori geniali interruppero la carriera ancora in giovane età. Sopravvissero, ma non produssero più nulla di operistico. Gioacchino Rossini smise di comporre per il teatro nel 1829, a 37 anni, dopo aver scritto un’opera monumentale come il Guglielmo Tell, mentre la carriera di Gaetano Donizetti fu interrotta da una terribile malattia nel 1843, a 45 anni. Rossini sopravvisse a se stesso, Donizetti fece la devastante esperienza degli ospedali psichiatrici del primo Ottocento.

Per fortuna, tra tanti sventurati, almeno Verdi e Wagner godettero di ottima salute fin quasi a novant’anni il primo, fino a settanta il secondo. Puccini fa un po’ parte per se stesso. Morto relativamente giovane, a 66 anni, più che il destino, per i suoi malanni, l’incauto compositore fu vittima del suo uso e abuso di sigari e sigarette.

Ferdinando Paer

Moltissimi altri operisti, non geniali come quelli citati, godettero invece di una vita lunga e, per quanto ci possa consentire il nostro stato di uomini e donne, felice. Sì, perché penso che felice si possa senz’altro definire l’esistenza di un Maestro quale fu Ferdinando Paer, oggi quasi dimenticato ma che trascorse una lunga esistenza, dal  1771 al 1839, soprattutto in Francia riuscendo a stare a galla sempre ammirato e pieno di rispetto e onorificenze sia al tempo della Rivoluzione (debuttò nel 1789!), che nell’impero di Napoleone (che lo nominò Compositore di Corte) e infine durante la Restaurazione (quando fu nominato Direttore della Cappella del re). Insomma, quello che una volta si chiamava un grande camaleonte. Scrisse 55 opere, si sposò due volte con due avvenenti cantanti (Francesca Riccardi e Angelica Catalani)  e, pur avendo 30 anni  più di lui, tenne, nel 1835, l’orazione funebre per Vincenzo Bellini.

Una delle sue opere è l’Agnese, che fu rappresentata a Parma (dove il compositore era nato) nel 1809, ed ebbe nel primo Ottocento grande popolarità al punto da restare in cartellone alla Scala per 50 sere (nel 1814) e da essere interpretata da alcuni grandi artisti del tempo tra cui la somma Giuditta Pasta. Poi l’oblio scese sull’opera come sul suo compositore.

Ma il teatro è fatto non solo di titoli collaudati e, per fortuna, anche di novità e di riproposte e così, dopo un secolo, previa un’esecuzione sotto forma di concerto eseguita a Lugano nel 2008, l’Agnese di Paer è approdata al Teatro Regio di Torino (prima esecuzione in forma scenica in tempi moderni). Merito del recupero sono stati gli studi di un musicologo svizzero, Giuliano Castellani, mentre a Torino l’opera è stata voluta dal sovrintendente William Graziosi e diretta dal maestro Diego Fasolis con la regia di Leo Muscato.

Agnese

L’Agnese è un’opera “semiseria” (una tipologia di melodramma propria del Settecento e del primo Ottocento); la trama (seria) dei due lunghi atti si può riassumere nella follia in cui piomba il padre di Agnese (Uberto) quando la figlia fugge da casa per seguire l’amato Ernesto. Vi risparmio le peripezie attraverso le quali i tre personaggi si riconcilieranno e Uberto recupererà la ragione, mentre la parte buffa dell’opera è riservata ai personaggi di don Pasquale, il Direttore del manicomio, di don Girolamo, protomedico del manicomio stesso, nonché della servetta Vespina (una delle tante Colombine del teatro recitato e cantato).

Paer opera nel ventennio interlocutorio che va dalla morte di Mozart (1791) all’affermazione definitiva di Rossini (1813) col Tancredi e L’italiana in Algeri), ci troviamo dinanzi alla piacevole musica di un esperto artigiano. Si colgono echi mozartiani, ma soprattutto, a mio modo di vedere (anzi, di sentire) anticipi rossiniani (per esempio nell’utilizzo della cosiddetta “aria doppia”), anche se non mancano lungaggini e banalità sia nella musica che nel libretto di Luigi Buonavoglia.

Chi ha assistito all’opera è statoi piacevolmente sorpreso dalla musica di Paer e dall’interpretazione dei tre cantanti protagonisti (il baritono Markus Werba, il soprano Marina Rey-Joly e il tenore Edgardo Rocha), e ma le presenze del pubblico torinese non sono state entusiasmanti. Personalmente, durante tutta l’opera (tre ore e venti minuti) ho pensato ad alcune battute del letterato Trigorin nel Gabbiano di Cechov, il quale riferiva in modo disincantato il giudizio che pubblico e critica davano di lui e dei suoi libri e che si adatterebbe anche a Paer e alla sua Agnese: “E’ piacevole, dimostra del talento… ma è ben lontano da Tolstòi…E’ un ottimo romanzo, ma è ben lontano da Padri e figli… E’ un bravo scrittore, ma non scrive certo come Turghèniev”.


Nella foto la messa in scena di Agnese di Paer al Regio di Torino.

Tags: opera lirica

 


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