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Ricominciamo

di: Laurana Lajolo

Stiamo entrando nella Fase 2 e moltissimi vogliono tornare alla normalità, ma quale normalità dopo un’esperienza così pesante e profonda? Bisognerebbe non tornare indietro, ma “ricominciare” a produrre e a progettare correggendo gli errori compiuti, cioè iniziare qualcosa di nuovo.

Nel periodo della chiusura alcune attività sono rimaste aperte, alcune fabbriche hanno continuato a lavorare. I furbastri, i soliti che speculano sulle disgrazie e si arricchiscono, hanno prodotto le mascherine taroccate, griffes di alta moda hanno fatto cucire dalle lavoranti tute per i medici anziché abiti da sfilata e intanto disegnavano le collezioni della prossima stagione.

Vogliamo vivere come prima o, con la ripartenza, abbiamo la possibilità di apportare modifiche a scelte nocive all’ecosistema? All’inizio della pandemia, quando spuntavano ovunque gli arcobaleni dell’”Andrà tutto bene”, si facevano buoni propositi. Ora il ceto imprenditoriale grida le sue ragioni economiche di ritornare alla produzione di prima.

Dopo l’“azzeramento forzato” potremmo ripensare gli orientamenti dell’economia, i trasporti (aerei compresi come ci ha dimostrato Greta), il tempo di lavoro e il tempo di riposo, lo svago, dove fare le vacanze, ecc. In che città, in che società, in che case vorremmo vivere dopo essere stati rinchiusi nei nostri appartamenti?

Se riconoscessimo i diritti essenziali per tutti? Se pensassimo a una città più verde con meno auto in circolazione e più spazio per quelle passeggiate che ci sono tante mancate? Se riprogettassimo spazi collettivi non delle merci ma delle persone? Il commercio di vicinato è ridiventato utile nei tempi di isolamento, può dare ora prospettive di lavoro? Se pensassimo ad acquisti utili anziché allo shopping compulsivo? Come fare cinema, teatro e concerti? La città può diventare più intelligente nel senso di più umana, più sociale? Possiamo potenziare le energie rinnovabili? L’edilizia e l’agricoltura possono diventare sostenibili?

Bisogna pensare a qualcosa di nuovo, ovvero di antico: ricostruire la città come luogo per la vita collettiva (quella che ci è mancata per due mesi) e non per il transito veloce chiusi nelle auto. Abbiamo bisogno di giardini, di riqualificazione delle abitazioni, di ospedali, di dare destinazione a edifici abbandonati per evitare altra cementificazione.

Abbiamo bisogno di non rinchiudere i vecchi nelle case di riposo, ma progettare e attuare una diversa modalità di rispettare i pensionati, i disabili, le persone in difficoltà.

Sarebbe utile attivare la relazione tra le generazioni, tra quelle più anziane che nella loro vita hanno vissuto direttamente le grandi trasformazioni dalla società agricola a quella industriale e le successive che sono cresciute nella società economicista e tecnologica. Già, sarebbe utile capire cosa vuole dire trasformazione e saperla gestire.

E’ un grande lavoro intellettuale, progettuale, operativo per ricominciare, per cercare prospettive nuove di sviluppo e non solo finanziamenti a pioggia a fondo perduto per “ritornare” all’esistente, che si rivelerà impossibile nei fatti, perché molte cose sono cambiate dentro e fuori di noi e la trasformazione è in atto, anche se non ce ne rendiamo conto e non la conosciamo ancora.

Tags: città, Laboratorio città, urbanizzazione, riqualificazione edifici, coronavirus

 


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