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Il riuso dei beni comuni per i valori civici

di: Carlo Sottile

Cara Laurana,

sono venuto all’appuntamento della tua rivista carico di appunti sul tema del riuso e prevedevo di argomentare pacatamente un approccio a quel tema, che dal tempo dei lavori della Commissione Rodotà (2007) sui beni comuni, si è arricchito su tutto il territorio nazionale, Asti compresa, di progetti autogestiti, di appuntamenti referendari (2011, per l’acqua pubblica) e ultimamente, dal 2017, dell’impegno di amministratori e costituzionalisti, nella rete delle “Città per l’attuazione della Costituzione”.

Non ho potuto dar voce a questa intenzione, e come me, hanno dovuto trattenere la parola, sodali ed amici, esponenti della cittadinanza attiva e attivisti da tempo impegnati nella lotta per i beni comuni (l’acqua, la salute pubblica, ma anche il paesaggio, gli ecosistemi, la conoscenza), che erano lì presenti e che ad uno ad uno se ne sono andati. Cosa è accaduto ?

Dopo un buon inizio, tutti seduti in circolo, tutti riconoscibili, a rappresentare un confronto/dialogo a molte voci, il seguito è andato all’incontrario, in una serie di lezioni, alcune fuori tempo e fuori luogo, come quella dell’amico Cesare, altre con spunti anche interessanti, gli architetti, e poi le solite voci del “partito del mattone”, che ogni volta che si manifesta la necessità di un cambio di paradigma o di visione, ripropongono le loro tirate mercantili e oppongono i valori immobiliari ai valori civici.

Non è così? Io ho appreso ieri che l’assessore all’urbanistica e le corporazioni professionali degli architetti e degli ingegneri hanno messo mano alle norme di attuazione del PRG, rimodulando oneri di urbanizzazione e standard urbanistici, “per favorire il recupero e scoraggiare le nuove costruzioni”. Chi ha discusso quell’intesa? I cittadini? Le organizzazioni della cittadinanza attiva? Serve per mettere un freno ai fenomeni di apartheid e di gentrificazione che ormai caratterizzano tutte le città, compresa la nostra, che sono attraversate dai flussi di merci e capitali che la deterritorializzano? Basta seguire quei flussi, a piedi e fare qualche sosta nel cortile dell’antico welfare abitativo della fabbrica vetreria in C.F. Cavallotti, oppure ai “Tetti blu” dove una edilizia residenziale pubblica in dismissione non garantisce neppure la manutenzione degli edifici, per accorgersi che interventi come quelli, per non parlare di nuovi progetti di parcheggi, favoriscono quei flussi.

Vogliamo considerare uno dei riusi in corso? Quello della ex Mutua, edificio da cui è stata sgombrata, con una imponente esibizione di violenza di Stato, una comunità in divenire, costruita su bisogni di vita e diritti di cittadinanza? Io e i miei sodali semplifichiamo dicendo “sarà una RSA per ricchi”. Un esempio da manuale, su come si riattiva il circuito della rendita urbana nell’epoca dell’apartheid e della gentrificazione, facendo finta di non vedere le difficoltà in cui versa la RSA storica della città, il Maina, ricca di architetture, storie e memorie di nostre generazioni. Cara Laurana,

considero la serata di ieri una occasione persa, ma che si può recuperare, Anzi sono sicuro che sarà così, ancora una volta grazie al tuo impegno. Ma, saputo che posso avere uno spazio sulla tua rivista, non rinuncio a dar voce ai miei argomenti, che di seguito riassumo.

Un esempio di approccio al riuso, che passa attraverso la categoria dei beni comuni, stà nell’esperienza dell’Amministrazione comunale di Napoli, che ha ripubblicizzato i servizi idrici ed ha riconosciuto ad uso civico urbano nove grandi complessi immobiliari. Oppure l’esperienza di un paesino delle Marche, Terre Roveresche, dove è stato approvato un regolamento che permette al Comune di acquisire coattivamente beni di proprietà privata abbandonati all’incuria, ai quali non sia stata attribuita una funzione sociale (condizione che l’art. 42 della Costituzione pone in capo alla proprietà privata e che il Comune sollecita, nei modi e nei tempi) per destinarli alla riqualificazione e al riuso, come beni comuni e dunque in disponibilità delle organizzazioni della cittadinanza attiva. Ma vanno ricordati anche i 200 comuni che hanno approvato regolamenti e patti di collaborazione sul modello della “amministrazione condivisa” tra comuni e organizzazioni della cittadinanza attiva, in attuazione del principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale (art. 117 e 118 della Costituzione . S’Tutti questi regolamenti, costituzionalmente orientati, affermano la categoria dei beni comuni, dunque sono in primo luogo strumenti delle organizzazioni della cittadinanza attiva. Vivono di partecipazione, dunque non possono essere agiti nella dimensione ristretta, autoritaria e corruttiva, della “urbanistica contrattata”. Esprimono la richiesta di sottrarre alla mercificazione proprietà pubbliche e private, quando queste possono essere destinate ad usi civici, di tutela dei diritti costituzionali e delle attività conformi a quelli. Esprimono l’esigenza di fermare un consumo di suolo che nella sua furia mercantile (costruire per vendere o per fare da sottostante a titoli di credito) ha provocato dissesti idrogeologici, interrotto cicli naturali e concorso a produrre situazioni di apartheid in tutte le periferie cittadine.

Con cordialità e affetto.

Tags: riqualificazione edifici

 


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