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Costruire un contenitore di idee

di: Marco Pesce

Le nostre città custodiscono molti luoghi di valore storico-architettonico che negli anni sono stati dimenticati per le cause più diverse, finendo poi per uscire dai circuiti della fruizione urbana pur restando ancora ricchi di storie da raccontare e di potenzialità inespresse. Tali dinamiche di abbandono tendono a generare fenomeni con caratteristiche simili a quelle dei buchi neri, i quali esercitano un’attrazione gravitazionale negativa sempre maggiore destinata a svuotare progressivamente, ma inesorabilmente, il proprio intorno.

È però possibile realizzare interventi, magari minimali e a costi ridotti, che sono invece in grado di trasmettere energia alle zone adiacenti: azioni di rigenerazione non dirette necessariamente a luoghi o edifici strategici per la città, ma capaci di compiere la propria mission anche operando su piccola scala, in spazi o edifici di secondaria importanza, in luoghi comuni (nell’accezione di luoghi “della comunità”).

Da palestra a spazio multifunzionale

L’operazione di recupero e rifunzionalizzazione della “ex palestra Muti”, mirata alla creazione di uno spazio per l’Associazione Culturale FUORILUOGO che fosse un po’ sede e un po’ contenitore per eventi culturali di vario genere, è una di quelle azioni che possiede le potenzialità per diventare motore energetico per una importante parte di città: energia culturale ma anche economica, quasi fosse un anticorpo al degrado capace di intervenire in maniera positiva su alcune restrizioni o interruzioni dei flussi vitali del malato-città.

Prima dell’intervento il fabbricato si trovava in stato di abbandono, ma era tutt’altro che un nonluogo: era identitario, relazionale e storico; semplicemente, dopo vari cambi di destinazione d’uso, varie vite, aveva perduto per strada la propria ultima funzione e nessuno per decenni era stato in grado di attribuirgliene una nuova.

Il contesto

L’area in cui sorge il fabbricato ha avuto la sua storia romana e il suo passato medievale; ha ospitato per lunghi anni ben tre conventi (Carmine, Sant’Anna e Santo Spirito, San Giuseppe); è quindi diventata presidio militare, poi in parte residenza ed infine grande spazio vuoto.

L’Amministrazione comunale ha da tempo elaborato un Piano di Recupero del comparto urbano denominato “Ex Casermone”, il cui focus è rappresentato dalla riconversione dell’area in luogo di produzione culturale; all’interno di tale area sono attualmente presenti realtà che hanno già trovato nuova vita grazie ad importanti lavori di restauro e rifunzionalizzazione: la sede dell’Archivio di Stato, il nuovo Palazzo di Giustizia, la scuola “Gatti” (che da qualche anno ospita la Casa del Teatro 3), l’ex Chiesa di San Giuseppe (divenuto dapprima Piccolo Teatro Giraudi ed ora Spazio KOR per produzioni teatrali, con attiguo e recente Museo della Scenotecnica). All’interno di tale previsione urbanistica la ex palestra Muti era stata individuata quale possibile centro di produzione culturale.

L’Amministrazione comunale, tenendo fede agli indirizzi del Piano di Recupero, nel dicembre 2015 ha ricercato mediante bando pubblico soggetti che si proponessero quali gestori dello spazio dell’ex palestra Muti con le finalità culturali auspicate. L’Associazione astigiana FUORILUOGO (Marco Ferrero, Luca Pozzi, Federico Sacchi, Riccardo Crisci, Marco Amico, Marco Boero) ha raccolto la sfida proponendo un progetto di recupero dell’immobile finalizzato alla nascita di un nuovo luogo urbano, uno spazio in grado di generare sia cultura che socialità, una vera e propria “casa della cultura” aperta ai contributi dell’intera città.

Il concept progettuale

La mission che mi è stata affidata ad inizio 2016 è stata quella di trasformare una grande scatola completamente vuota in un contenitore di idee.

L’idea portante del progetto è stata fin da subito quella di adattare lo spazio esistente alle esigenze della Committenza senza alterare l’involucro storico, peraltro vincolato dalla Soprintendenza, realizzando una sorta di macchina per la cultura ove ogni componente, tanto architettonica quanto tecnologica, sarebbe stata studiata per assolvere una o più funzioni: si sarebbe trattato quindi di un intervento nel quale la forma architettonica del nuovo non avrebbe avuto valore in sé, ma sarebbe stata conseguenza diretta della propria funzione. Il contenitore sarebbe diventato lo specchio del contenuto, la sua manifestazione fisica.

Ho successivamente coinvolto nel team di progetto dapprima le colleghe Elisabetta Gonella e Alexandra Scotto e in seguito, per le rispettive competenze specialistiche, il geologo Marco Bosetti (indagini geologiche e relazione geotecnica), l’ing. Matteo Bosia (progettazione acustica), i p.i. Flavio Doglione ed Andrea Rossi (progettazione esecutiva impianti), nonché Andrea Barbano ed Elena Bianco (studio luci).

L‘immobile si presentava tutt’altro che semplice: internamente molto alto, con due pareti completamente cieche e due quasi completamente vetrate. Tutti i vincoli (edilizi, normativi, di tutela, spaziali, temporali) sono però diventati input che hanno guidato la progettazione e portato alla soluzione infine realizzata.

Lo spazio interno dell’originaria scatola in mattoni e vetro è stato suddiviso, scomposto, in modo da poter assolvere le molteplici funzioni richieste, ma è stato allo stesso tempo mantenuto visivamente unitario. Si sono creati un dentro ed un fuori, un sotto ed un sopra, conservando tuttavia il volume sostanzialmente indiviso ed interamente leggibile; si sono inoltre creati dei quando, poiché la struttura è stata pensata come mutevole, pronta ad assumere varie configurazioni a seconda dei diversi eventi.

Le linee guida del progetto

Rispetto delle preesistenze, per cui nessuna ricerca della mimesi bensì esplicito dialogo del nuovo con l’esistente, magari anche in aperto contrasto; denuncia della natura tecnica e tecnologica dell’intervento, per un fabbricato destinato ad essere una machine culturelle;

Reversibilità dell’intervento, ovvero transitorietà della soluzione progettuale, per cui utilizzo di strutture il più possibile leggere, smontabili, con tecnologie a secco, in modo che una sua eventuale futura trasformazione in qualcos’altro non generi extra oneri di riconversione alla collettività (l’immobile è e resterà pubblico); nuove strutture portanti in acciaio separate e staticamente indipendenti dalle pareti e dal soffitto dell’involucro storico, e realizzate in massima parte con elementi imbullonati tra loro e non saldati;

Progetto modificabile nello spazio e nel tempo, sufficientemente flessibile per poter accompagnare negli anni le mutevoli esigenze della Committenza; a soluzioni più definite ma forse eccessivamente rigide sono state preferite soluzioni aperte al cambiamento; un gioco ad incastri, con elementi che possono essere spostati, modificati, sostituiti; un progetto resiliente ai cambiamenti, ovvero in grado di adattarvisi con facilità;

Contenimento dei costi, non dei contenuti, ovvero ricerca di soluzioni polivalenti, rielaborazione in versione low cost di tecnologie più costose; scelte impiantistiche e di arredo implementabili nel tempo per ridurre l’impegno economico necessario in prima istanza per l’apertura del locale;

Tempi di realizzazione minimi, che si sono tradotti in 13 mesi complessivi tra la data della concessione temporanea dell’immobile all’Associazione (2 febbraio 2016) e l’evento di apertura del locale (2 marzo 2017), dei quali 5 mesi effettivi di cantiere.

Creatività a low cost

Tenuto conto delle dimensioni dello spazio e del fatto che si tratta di un locale aperto al pubblico, l’operazione è dichiaratamente low cost in quanto a materiali utilizzati e soluzioni tecniche adottate: il massimo risultato possibile con il minimo sforzo economico. Tuttavia realizzare interventi con risorse limitate non significa necessariamente elaborare progetti a bassa risoluzione. Negli ultimi anni in tutto il mondo molti architetti stanno costruendo o ristrutturando edifici con budget fortemente limitati, e stanno trasformando questa mancanza di denaro in un’opportunità creativa. La crisi economica globale, ma forse anche una presa di coscienza collettiva circa i temi della sostenibilità, della resilienza, del riuso più o meno temporaneo degli immobili, dell’impermanenza, stanno generando cambiamenti anche nell’approccio progettuale, stanno creando nuovi paradigmi che a loro volta favoriscono interventi più delicati, più sottili, meno invasivi, meno autoreferenziali. «C’è vero progetto solo in presenza di risorse scarse» si studiava nei primi anni di università: forse questa riduzione di risorse può essere di incentivo per il diffondersi di un’architettura migliore, più attenta.

Il compito del progettista

Sono convinto che il compito del progettista oggi non si esaurisca nel mero studio dell’oggetto architettonico, ma debba necessariamente estendersi alla ricerca di relazioni (con i luoghi, i committenti, i colleghi progettisti, le maestranze, i futuri fruitori), allo studio di nuovi spazi, nuove tecniche, nuove soluzioni: ripulendo, semplificando e, se possibile, progettando a bassa voce.

Tags: riqualificazione edifici

 


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