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Il "mio" piano del traffico

di: Marco Castaldo

Da qualche settimana l’attenzione è puntata sul piano del traffico che l’Amministrazione comunale ha deciso di condividere con la cittadinanza per poter ottenere valutazioni e suggerimenti che, poi probabilmente, verranno discussi, e forse, presi in considerazione per eventuali future modifiche.

I vari soggetti, i cittadini in genere, che hanno preso visione del piano del traffico non sono certamente degli esperti in merito e non hanno, in genere, le competenze per poter esprimere un parere e una valutazione tecnica, ma, ognuno per le proprie sensibilità e conoscenze, è legittimato a dare un giudizio complessivo al progetto in generale. Per quanto mi concerne, pertanto, mi limiterò a esprimere considerazioni di massima sul concetto di “progetto” e di “visione” che traspare dal documento presentato.

Le premesse e i presupposti che l’estensore del piano del traffico si pone sono, a mio giudizio, corrette e rispecchiano le esigenze che si sono palesate, anche con maggiore evidenza a causa dell’epidemia del coronavirus. L’esigenza di passare da un traffico automobilistico ad uno pedonale, la necessità di privilegiare il mezzo pubblico nei confronti dell’utilizzo dell’auto privata, privilegiare l’uso della bicicletta e del monopattino elettrici piuttosto che i mezzi motorizzati. Tutte soluzioni auspicabili che, anche prima della pandemia, erano state da più parti e più volte suggerite e richieste perché considerate scelte di buon senso volte a migliorare la vita e la salute di tutti i cittadini.

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Asti: nuovo piano del traffico. Con gli occhi del pedone

di: Laurana Lajolo

Il nuovo piano del traffico per Asti, variato rispetto alla prima versione, è un appuntamento molto importante e qualificante o, almeno, dovrebbe esserlo.

Partendo dalla mobilità dovrebbe cambiare la fruizione della città da parte degli abitanti e dei turisti. Si prevede un’area pedonale più estesa dell’attuale (che è decisamente ristretta e condizionata) e anche della ZTL, piste ciclabili più collegate tra loro (poche le esistenti), si propone un miglioramento del servizio pubblico, essenziale per ridurre l’uso delle auto e l’inquinamento.

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Urbanistica tattica. Riflessioni sul centro storico di Alessandria

di: Luca Zanon, architetto

Sono troppi anni, ormai, che il centro storico di Alessandria è assediato dalle automobili. Il confronto con le altre città italiane, simili per conformazione urbanistica e per dimensione, è impietoso: praticamente tutte le città dell'Emilia Romagna, del Veneto, e diverse realtà lombarde, hanno centri storici ampiamente chiusi alle autoTrovo sinceramente assurdo che strade come via Milano o via Vochieri siano interessate dal passaggio veicolare: stiamo parlando di arterie che ricalcano la morfologia dell'antico tessuto medioevale cittadino, e quindi poco adatte al passaggio degli automezzi. Chi si trova a passeggiare lungo queste vie spesso deve camminare rasente ai muri dei palazzi per il continuo passaggio delle automobili, o zigzagare a causa della sosta selvaggia dei soliti maleducati.

Anche la tesi, sostenuta da alcuni, sul fatto che il centro storico di Alessandria non si possa chiudere al traffico veicolare perché mancano i parcheggi lascia il tempo che trova. I parcheggi a corona del centro esistono già, basterebbe semplicemente renderli più fruibili, potenziarli, organizzarli in modo che possano costituire un punto di interscambio comodo dove l'automobilista può lasciare la sua autovettura e prendere una navetta per raggiungere il centro o decidere di andare a piedi.

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Traiettorie di sviluppo locale, identità territoriale, Università

di: Enrico Ercole, Master in Sviluppo locale dell’Università del Piemonte Orientale, Polo Universitario di Asti

Tradizione è innovazione

Secondo un aforisma attribuito al commediografo inglese Oscar Wilde “la tradizione è un’innovazione ben riuscita”. Questa espressione è molto utilizzata dagli antropologi culturali, gli scienziati che si erano specializzati nello studio delle popolazioni primitive, e che poi hanno messo in luce come molti dei modelli elaborati per spiegare i comportamenti di quelle popolazioni fossero riscontrabili anche nelle società moderne. Gli antropologi culturali infatti ci ricordano che esiste un legame tra comunità, identità, tradizione. La tradizione è costituita dai saperi che hanno permesso alla comunità (un paese, un territorio) di sopravvivere nel tempo e che ne hanno costruito l’identità. Se pensiamo alle colline del Monferrato e delle Langhe, i saperi legati alla viticoltura e alla vinificazione hanno permesso alle comunità locali di trarre benefici economici e hanno costituito una parte importante della loro identità fatta di usanze e feste legate al ciclo della coltivazione della vite e della produzione del vino.

Qualcosa di non molto diverso è stato messo in evidenza dagli studiosi dello sviluppo locale, che studiano il modo in cui l’economia di un luogo cresce utilizzando i saperi lì presenti. L’industria automobilistica, ad esempio, nasce a Torino utilizzando i saperi organizzativi e tecnologici ereditati dall’essere stata la capitale di un regno che doveva la sua potenza, e sopravvivenza, a un esercito ben organizzato (sovente si è usato l’aggettivo “militaresco” per definire l’organizzazione delle grandi fabbriche fordiste) e ben armato e pertanto in possesso di competenze di metallurgia (per costruire i cannoni: nel grande cortile di quello che oggi è l’Arsenale della Pace, e che in passato era l’Arsenale militare, è ancora conservato il maglio che serviva per forgiare il metallo dei cannoni), e di meccanica (per costruire le armi leggere).

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Per una città solidale e più green. Intervista a Maurizio Rasero Sindaco di Asti

di: Maurizio Rasero, Sindaco di Asti

Intervista di Laurana Lajolo.

La pandemia ha provocato un ulteriore aggravamento della situazione economica e sociale della città. Quali sono i provvedimenti di intervento del Comune?

I primi provvedimenti assunti dall’Amministrazione Comunale hanno riguardato la gestione dell’emergenza alimentare con iniziative solidali come “Dona  la spesa” nata dalla collaborazione tra l’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Asti e l’Associazione Dono del Volo, la Caritas, la Croce Rossa, la Pastorale Giovanile, la San Vincenzo e il Banco Alimentare. Hanno prestato anche il loro prezioso contributo la Protezione Civile e l’Associazione Asso-Albania. Questo intervento immediato ha consentito da subito di sostenere le famiglie più bisognose prima ancora che venissero stanziati dal Governo i fondi destinati all’emergenza alimentare. La raccolta fondi ha consentito l’acquisto di pacchi spesa contenenti beni di prima necessità che, grazie al supporto del prof. Calabrese, hanno fornito, tra l’altro, il giusto apporto nutrizionale per aumentare le difese immunitarie e produrre più anticorpi per contrastare l’eventuale infezione da coronavirus.

Inoltre, a sostegno della liquidità delle famiglie, il Comune di Asti è stato il primo in Piemonte a sottoscrivere l’accordo per l’anticipo degli strumenti di sostegno al reddito per le lavoratrici ed i lavoratori della Provincia di Asti con le istituzioni del territorio, le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali, la Banca CRAsti. Tale accordo prevede un’anticipazione dei trattamenti di integrazione al reddito previsti dall’accordo ABI, come disciplinati dal decreto legge “Cura Italia” rispetto al momento di pagamento dell’INPS. La Cassa di Risparmio di Asti che ha concesso tale anticipo ai clienti del gruppo già titolari di conto corrente ordinario operativo, inoltre, in accordo con i sottoscrittori, vista la finalità e la valenza sociale dell’iniziativa, non ha addebitato costi per oneri o interessi ai beneficiari dell’anticipazione, fatti salvi eventuali oneri addebitati in qualità di sostituto d’imposta.

Sono state inoltre adottate le seguenti iniziative:

  • NOI CI SIAMO ..... (supporto psicologico) con l’Associazione Mani Colorate e il Consultorio Francesca Baggio del CIF (Centro Italiano Femminile)
  • Mantieni Tu le distanze con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti e l’APRI
  • PER UN BUON VICINATO (il Tuo vicino è in difficoltà????telefona....) con gli Amministratori di Condominio
  • AIUTA Medici, Infermieri e operatori sanitari (ospitalità in albergo) con Asl, Dono del volo, Alpini, Associazione Albergatori e Ristoratori
  • ATTENTA alle indicazioni sanitarie - Messaggio per gli stranieri nelle varie lingue con l’Associazione Migrantes
  • Per famiglie unite e connesse con la Consigliera di Parità e la Provincia di Asti
  • Contrasto all’usura con la Fondazione la Scialuppa della CRTO

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Una città all'aperto

di: Laurana Lajolo

Le recenti agevolazioni per l’ampliamento degli spazi all’aperto di bar e ristoranti cambieranno le strade e le piazze di Asti. I dehors, però, vengono necessariamente a limitare lo spazio pubblico per i pedoni compressi dalla morsa delle auto, che nelle vie medioevali del centro sembrano ancora più invadenti.

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Cambio di mentalità, intervista a Giorgio Galvagno, presidente Cassa di Risparmio di Asti

di: Giorgio Galvagno, presidente Cassa di Risparmio di Asti

Intervista di Laurana Lajolo.

In questa difficilissima situazione economica, forse ancora più grave per il nostro territorio, quali sono le direttrici di intervento della Banca?

Credo che in questa particolare situazione alla banche sia affidato un compito importante e delicato: quello di essere un volano finanziario capace di sostenere nel modo più celere e sburocratizzato possibile,  le iniziative e gli investimenti, nel pubblico e nel privato, che i cospicui stanziamenti nazionali ed europei renderanno possibili. 

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Risorse economiche, culturali e sociali. Intervista a Mario Sacco, Presidente Fondazione Cra e Uni-Astiss

di: Mario Sacco, Presidente Fondazione Cra e Uni-Astiss

Intervista di Laurana Lajolo.

La tragica esperienza della pandemia ha posto in primo piano il personale sanitario e il ruolo della medicina territoriale. Quale sviluppo possono avere i corsi universitari dell’Astiss del settore socio- sanitario?

Di certo il Coronavirus ha messo in grave evidenza la carenza di personale sanitario sia per il sistema ospedaliero che per la sanità territoriale e non è stata causata dall’emergenza epidemiologica visto che si è quasi fermato tutto il resto, esami, visite, interventi, ecc.
Ad Asti abbiamo puntato su corsi universitari legati al socio-sanitario proprio per soddisfare questa esigenza e non ultimo Astiss è diventata agenzia formativa svolgendo corsi di O.S.S.
Pensate che per l’emergenza con una deroga della Regione sono stati impiegati oltre 1500 operatori senza titoli che però dovranno essere regolarizzati con corsi specifici più che altro di didattica visto che
la pratica l’hanno fatta, eccome.
Astiss può diventare in questo settore un polo di riferimento regionale. Se ce ne fosse stato ancora bisogno questa pandemia ha dimostrato che Salute, Benessere ed Alimentazione sono centrali per la vita di tutti.

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Verde urbano: una proposta concreta

di: redazione

I Consiglieri Comunali di Asti Maria Ferlisi Angela Motta Angela Quaglia Martina Veneto Michele Anselmo Mauro Bosia Massimo Cerruti Giuseppe Dolce Davide Giargia Mario Malandrone Giorgio Spata Luciano Sutera hanno presentato il seguente ordine del giorno il 22 maggio 2020

 Premesso che:

  • Il tema che tratta la proposta dell’ordine del giorno è quello della sostenibilità ambientale, fissato come centrale negli obiettivi di sviluppo sostenibile 17 Sustainable Development Goals (SDGs) dall’ONU. E’ presente direttamente nell’obiettivo SDGs 11 (per brevità Goal 11): Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili. Nel SDGs 13: Adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze. Nel SDGs 15: Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, e fermare la perdita di diversità biologica.
  • C’è un intendimento comune sull’analisi e la visione che le città debbano essere sempre più verdi e sostenibili. La cura, il mantenimento, la regolamentazione e il potenziamento del verde sono direttamente connessi alla vivibilità della città, a un futuro sostenibile e fortemente connesso con il tema degli obiettivi sostenibili che l’Onu ha fissato.
  • Gli spazi verdi saranno nei prossimi mesi e nel futuro, sempre più utilizzati dai cittadini, dalle associazioni, dalle scuole.
  • Vi è nella cittadinanza una più grande sensibilità per le tematiche relative agli ecosistemi urbani.
  • Da più parti (la società civile, associazioni e volontariato, movimenti giovanili) i cittadini chiedono un cambiamento volto a migliorare la vivibilità delle città, contrastare l’inquinamento e i cambiamenti climatici.
  • In dichiarazioni di intenti, l’attuale Amministrazione ha annunciato una propria sensibilità sulle tematiche ambientali.

Considerato che

  • La Legislazione nazionale pone obiettivi chiari alle Amministrazioni Comunali
  • Nel 2013 è entrata in vigore la legge nazionale 10/2013: Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani, affinché il prossimo sviluppo dei contesti urbani avvenga in accordo con i princìpi del protocollo di Kyoto, in modo sostenibile, rispettoso dell’ambiente e dei cittadini e nella piena consapevolezza e conoscenza del proprio patrimonio verde. L’importante ruolo che gli alberi, in particolar modo, rivestono nel controllo delle emissioni, nella protezione del suolo, nel miglioramento della qualità dell’aria, del microclima e della vivibilità delle città, rende strategica per qualsiasi amministrazione comunale la conoscenza dettagliata del proprio patrimonio arboreo.

Impegnano il Sindaco e la Giunta nell’ intraprendere le seguenti azioni concrete:

  • Giornata dell’albero:

Istituire e celebrare concretamente la Giornata nazionale degli alberi al fine di perseguire, attraverso la valorizzazione dell'ambiente e del patrimonio arboreo e boschivo, l'attuazione del protocollo di Kyoto, ratificato ai sensi della legge 1º giugno 2002, n. 120, e le politiche di riduzione delle emissioni, la prevenzione del dissesto idrogeologico e la protezione del suolo, il miglioramento della qualità dell'aria, la valorizzazione delle tradizioni legate all'albero nella cultura italiana e la vivibilità degli insediamenti urbani.” Legge 14 gennaio 2013, n. 10

  1. “realizzare nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle università e negli istituti di istruzione superiore, di concerto con il Ministero dell'istruzione, dell'Università e della ricerca e con il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, iniziative per promuovere la conoscenza dell'ecosistema boschivo, il rispetto delle specie arboree ai fini dell'equilibrio tra comunità umana e ambiente naturale, l'educazione civica ed ambientale sulla legislazione vigente, nonché per stimolare un comportamento quotidiano sostenibile al fine della conservazione delle biodiversità, avvalendosi delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Nell'ambito di tali iniziative, ogni anno la Giornata di cui al comma 1 è intitolata ad uno specifico tema di rilevante valore etico, culturale e sociale. In occasione della celebrazione della Giornata le istituzioni scolastiche curano, in collaborazione con i comuni e le regioni e con il Corpo forestale dello Stato, la messa a dimora in aree pubbliche, individuate d'intesa con ciascun comune, di piantine di specie autoctone, anche messe a disposizione dai vivai forestali regionali, preferibilmente di provenienza locale, con particolare riferimento alle varietà tradizionali dell'ambiente italiano, con modalità definite con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, d'intesa con il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali e con il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, nell'ambito delle risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente.” Legge 14 gennaio 2013, n. 10
  • Abbattiamo le emissioni: Predisporre un piano di messa a dimora di alberi, verde verticale, siepi, orti al fine di compensare le emissioni atmosferiche di polveri sottili e CO2. Il comune fissi una quota minima da piantare ogni anno, oltre ovviamente a rispettare la Legge 10 del 2013 e la sostituzione degli alberi abbattuti.
  • Una pianta ogni nato: Adempiere alla Legge 14 gennaio 2013, n. 10, per ogni bambino nato o adottato nei comuni sopra ai 15.000 abitanti venga piantato un nuovo albero dedicato e i dati dell’albero dedicato vengano comunicati ai genitori del bambino
  • I punti verdi: Sensibilizzare i cittadini, i privati, a piantare alberi autoctoni. Istituendo, nell’ambito delle risorse disponibili dall’Amministrazione, un apposito fondo per piantumare (e incentivare i cittadini a farlo) anche alberi di una certa dimensione in modo da creare dei punti verdi in pochi anni.
  • Valorizzazione dei giardini: valorizzare i giardini privati che hanno e conservano alberi di pregio, attraverso una mappatura o un sostegno e riconoscimento non economico ma sotto altre forme.
  • Realizzare una politica condivisa con gli organi professionali e le associazioni ambientaliste di tutela, cura e potatura, che rispetti prioritariamente la vita, la salute , la conservazione e lo sviluppo dell’albero.
  • Il catasto degli alberi: Creare un Catasto degli Alberi cittadino aggiornato e consultabile online dai cittadini e dalle associazioni, di cui sia garantito l'aggiornamento in tempo reale.
    1. Ad ogni albero abbattuto deve corrispondere una scheda che ne abbia determinato lo stato fitostatico e fitopatologico.
    2. Ricordiamo che tutti i comuni sopra i 15.000 abitanti si devono dotare di un catasto degli alberi e che gli amministratori del Comune dovrebbero produrre un bilancio del verde a fine mandato, che dimostri l’impatto dell’amministrazione sul verde pubblico (numero di alberi piantumati e abbattuti, consistenza e stato delle aree verdi, ecc.).
  • Gli alberi monumentali: Una particolare attenzione agli alberi monumentali, andando quindi ad inserire alberate, alberi di valore paesaggistico, pregio naturalistico al fine di tutelarne la conservazione. Sostenere nuove pratiche di riconoscimento e portare avanti quelle già avviate, come ad esempio quella della Way-Assauto, per il riconoscimento e la tutela degli alberi monumentali come beni comuni per il valore naturalistico, storico - culturale e paesaggistico

Ricordiamo che nella legge 10 del 2013 per «albero monumentale» si intendono:

  1. l'albero ad alto fusto isolato o facente parte di formazioni boschive naturali o artificiali ovunque ubicate ovvero l'albero secolare tipico, che possono essere considerati come rari esempi di maestosità e longevità, per età o dimensioni, o di particolare pregio naturalistico, per rarità botanica e peculiarità della specie, ovvero che recano un preciso riferimento ad eventi o memorie rilevanti dal punto di vista storico, culturale, documentario o delle tradizioni locali;
  2. i filari e le alberate di particolare pregio paesaggistico, monumentale, storico e culturale, ivi compresi quelli inseriti nei centri urbani;
  • gli alberi ad alto fusto inseriti in particolari complessi architettonici di importanza storica e culturale, quali ad esempio ville, monasteri, chiese, orti botanici e residenze storiche private.
  • Il regolamento del verde pubblico e privato.

Un regolamento del verde pubblico e privato e un piano comunale sul verde urbano che ne

  1. permetterebbe una gestione corretta, scientifica e un miglioramento anche in termine di cura.
  2. Sono ormai molte le città che si sono dotate di un piano ed un regolamento del verde cittadino in armonia con gli altri strumenti urbanistici, come d’altronde previsto dalla legge 10 del 2013, “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”.
  3. Il piano relativo non solo al verde pubblico, ma anche a quello privato deve essere visibile, consultabile e permetterne ai cittadini la consultazione anche al fine di tutelarlo e salvaguardarlo
  4. La comunicazione a mezzo stampa e alla cittadinanza dell'abbattimento di alberi a alto fusto e la ripiantumazione di dieci alberi al posto di quello abbattuto
  • Investire in competenze. L’individuazione di figure professionali interne all’ente che abbiano professionalità dal punto di vista scientifico per gestire al meglio il verde pubblico
  • Partecipazione. Il coinvolgimento degli organi professionali, delle associazioni ambientaliste, dei cittadini residenti nelle scelte di gestione, mantenimento, salvaguardia e potenziamento del patrimonio arboreo.
  • L’affidamento a ditte specializzate del lavoro di potatura degli alberi, al fine di mantenerne la salute e l’integrità.
  • Bilancio di fine mandato: Ricordiamo la legge 10 del 2013 che recita “Due mesi prima della scadenza naturale del mandato, il sindaco rende noto il bilancio arboreo del Comune, indicando il rapporto fra il numero degli alberi piantati in aree urbane di proprietà pubblica rispettivamente al principio e al termine del mandato stesso, dando conto dello stato di consistenza e manutenzione delle aree verdi urbane di propria competenza. Nei casi di cui agli articoli 52 e 53 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e in ogni ulteriore ipotesi di cessazione anticipata del mandato del sindaco, l'autorità subentrata provvede alla pubblicazione delle informazioni di cui al presente comma”.
  • Strumenti per gli spazi verdi urbani. Sempre citando la legge 10 del 2013 il Comune si impegna nell'ambito delle proprie competenze e delle risorse disponibili, a promuovere l'incremento degli spazi verdi urbani, di «cinture verdi» intorno alle conurbazioni per delimitare gli spazi urbani, adottando misure per la formazione del personale e l'elaborazione di capitolati finalizzati alla migliore utilizzazione e manutenzione delle aree, e adottando misure volte a favorire il risparmio e l'efficienza energetica, l'assorbimento delle polveri sottili e a ridurre l'effetto «isola di calore estiva», favorendo al contempo una regolare raccolta delle acque piovane, con particolare riferimento:
  1. alle nuove edificazioni, tramite la riduzione dell'impatto edilizio e il rinverdimento dell'area oggetto di nuova edificazione o di una significativa ristrutturazione edilizia;
    • agli edifici esistenti, tramite l'incremento, la conservazione e la tutela del patrimonio arboreo esistente nelle aree scoperte di pertinenza di tali edifici;
    • alle coperture a verde, di cui all'articolo 2, comma 5, del regolamento di cui al d.P.R. 2 aprile 2009, 59, quali strutture dell'involucro edilizio atte a produrre risparmio energetico, al fine di favorire, per quanto possibile, la trasformazione dei lastrici solari in giardini pensili;
    • al rinverdimento delle pareti degli edifici, sia tramite il rinverdimento verticale che tramite tecniche di verde pensile verticale;
    • alla previsione e alla realizzazione di grandi aree verdi pubbliche nell'ambito della pianificazione urbanistica, con particolare riferimento alle zone a maggior densità edilizia;
    • alla previsione di capitolati per le opere a verde che prevedano l'obbligo delle necessarie infrastrutture di servizio di irrigazione e drenaggio e specifiche schede tecniche sulle essenze vegetali;
    • alla creazione di percorsi formativi per il personale addetto alla manutenzione del verde, anche in collaborazione con le università, e alla sensibilizzazione della cittadinanza alla cultura del verde attraverso i canali di comunicazione e di informazione.
  • Al fine di valorizzare, tutelare il patrimonio arboreo pubblico, si istituisca un ufficio apposito dotato di competenze specifiche (botanico, agronomo forestale). La globalizzazione e gli scambi sempre più espongono il patrimonio arboreo a nuovi patogeni: l’azione di tutela, salvaguardia e valorizzazione hanno bisogno delle giuste competenze.

Ricordiamo inoltre che il tema del verde non può essere visto solo in chiave statica e di sicurezza, serve un piano, una visione, un regolamento, trasparenza su un bene comune (catasto consultabile), serve un saldo verde positivo adeguato alle sfide ambientali del futuro.

Intervista a Paolo Lanfranco, presidente Provincia di Asti

di: Paolo Lanfranco, presidente Provincia di Asti

Lei è un sostenitore del ruolo dell’ente Provincia, quali settori di intervento ritiene che dovrebbero essere riabilitati?

La Provincia, soprattutto in un territorio caratterizzato da piccoli e piccolissimi paesi, è l’istituzione che può portare avanti politiche strategiche di area vasta; la tutela del territorio, il suo sviluppo, l’erogazione dei servizi ai cittadini non possono più essere garantiti dai Comuni che, nonostante il grande impegno messo in campo da amministratori, volontari e dipendenti tuttofare, non riescono a fare fronte alle esigenze del XXI secolo: abbiamo necessità di idee, di capacità di realizzarle e metterle a sistema, di fare squadra, di portare avanti sia l’attività ordinaria sia i progetti più lungimiranti, con personale qualificato e specializzato. Questo è il compito che spetterebbe all’Ente Provincia, compito che la rende oggi ancor più necessaria che in passato; l’assetto istituzionale dello Stato non può prescindere dall’individuazione di un soggetto territoriale forte che, oltre a garantire una manutenzione di strade e scuole quantomeno accettabile, sia vocato al coordinamento ed al supporto dello sviluppo territoriale, con particolare attenzione alle materie più delicate e complesse, quali l’ambiente, la pianificazione territoriale, l’organizzazione dei trasporti. Al cittadino potrebbe essere sfuggita la proliferazione di enti, consorzi, agenzie, associazioni e società costituite per gestire materie che potrebbero benissimo ritornare alla Provincia. Un’ultima considerazione: dovrebbe essere riabilitata la democrazia diretta e la dignità di chi dedica tempo e passione all’amministrazione locale; cavalcando argomenti demagogici è stata sottratta ai cittadini la possibilità di votare; va riaffermato come l’espressione dell’orientamento politico e la valutazione sull’operato degli Amministratori non costituiscano uno spreco di risorse, bensì un fondamento della democrazia.

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La scuola: spazio educativo

di: Laurana Lajolo

Dal movimento studentesco agli anni ’80 la scuola ha avuto un grande spazio nel dibattito pubblico e culturale con riforme e sperimentazioni fino a che i provvedimenti più recenti hanno riportato indietro l’organizzazione dei contenuti della scuola con qualche inserimento di informatica e molta semplificazione nei processi di istruzione e di formazione.

Urbanisti e architetti avevano progettato spazi educativi in comunicazione con il quartiere e edifici flessibili, che  superavano i limiti dell’aula con i banchi in fila degli studenti che vedono non i visi dei compagni, ma le loro schiene, orientati soltanto verso la cattedra del docente con un’impostazione gerarchicamente rigida. Sono state costruite scuole materne e elementari (come si chiamavano allora) improntate a una didattica sperimentale, dove trovavano posto biblioteca, mensa, luoghi ludici, giardini e anche spazi aperti agli abitanti del quartiere. Una scuola educante, insomma, per tutta la comunità.

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Cultura e creatività

di: Laurana Lajolo

I beni culturali e paesaggistici di Asti e della sua provincia sono senza un’adeguata valorizzazione, anche se nel tempo sono stati condotti censimenti e studi e si sono sviluppate molte proposte. Dobbiamo considerarli invece, dopo la fase di buio calato su teatro, cinema, musica, arte, libri, paesaggio, tutto diventato virtuale, una preziosa mappa del tesoro da dissotterrare con una creatività propria della produzione culturale.

Qualche esempio. Il Museo Paleontologico è la vetrina dei giacimenti fossili diffusi nell’ambiente, unici per gli studi paleontologici; i parchi e le riserve naturali; l’itinerario delle chiese romaniche nel Nord Astigiano e quelli degli scrittori, tutti luoghi visitabili individualmente o da piccoli gruppi, predisponendo una app come guida, ma anche con scenari multimediali ospitati su piattaforme Web.

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Città e territorio dopo il coronavirus

di: Guido Montanari, docente Politecnico di Torino ed ex assessore

In questi giorni di ripresa dopo la pausa da epidemia di Corona virus, molti si interrogano sulla città del futuro. La riflessione è necessaria e urgente, ma deve essere svolta con i piedi per terra.
È curioso notare che alcuni sostenitori della città dei grattacieli, ora propongano la città giardino, dispersa nel territorio, come soluzione all’inquinamento e alla insalubrità delle città.

La città dei grattacieli e la città giardino sono due facce della stessa medaglia: espressione dell’incapacità di guardare all’urbanizzazione come fenomeno complesso che mette in gioco salute, ambiente, lavoro, trasporto, residenza, servizi, beni culturali, spazio pubblico e privato.
La città dei grattacieli è affascinante per sfida tecnologica ed estetica, ma è una città disumana, basata sulla difficoltà di relazioni sociali, della mancanza di rapporto con la natura e con i contesti storici. La città giardino è molto bella sulla carta: tante casette nel verde, disposte intorno alla città, ma nei fatti, quando applicata diffusamente, si trasforma nell’incubo delle città americane dove sono necessarie ore e ore di trasporto giornaliero in auto su impressionanti autostrade urbane per raggiungere i luoghi di lavoro (ricordate il film “Un giorno di straordinaria follia”, con Michael Douglas?).

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La domotica sociale, le smart-cities e la nuova Asti

di: Marco Castaldo

Nell’ambito della progettazione o meglio, della ri-progettazione delle nostre vite e conseguentemente dell’ambiente in cui viviamo, a seguito della pandemia coronavirus, mi collego all’interessante contributo di Laurana Lajolo (leggi l'articolo) che propone un progetto articolato, interconnesso, ma fortemente radicato alle peculiarità della nostra città, Asti.

La necessità evidente di progettare nuove modalità di convivenza per tutti, ma soprattutto con particolare attenzione alle categorie fragili quali anziani, disabili e bambini, ci obbliga necessariamente a rivedere il modello attuale delle RSA dove, occorre ricordarlo, non risiedono solo persone anziane, bensì anche molti soggetti portatori di disabilità di varia natura e che hanno esigenze decisamente differenti dagli anziani, ma che, purtroppo, trovano molto raramente la soddisfazione dei loro bisogni in strutture diverse e più specializzate delle RSA stesse.

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Possibilità di ripresa

di: Laurana Lajolo

Ipotizzando possibilità di ripresa per il territorio astigiano “ricomincio” da due comparti di grande importanza economica e sociale: l’edilizia e i servizi socio-sanitari, partendo dalla storia e dall’esistente.

L’edilizia è stato sempre un volano economico e ci sono ditte edili qualificate in grado di riconvertirsi rapidamente, come hanno dimostrato negli anni ’70 con investimenti mirati non più alle nuove costruzioni ma alle ristrutturazioni nel centro storico. Utilizzando con intelligenza i finanziamenti statali, regionali e europei si può incentivare la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente pubblico e privato in senso ecologico, creare lavoro e far ripartire un considerevole indotto.

L’altro indicatore è quello dei servizi alla persona rispondendo alle esigenze della comunità nel suo complesso nel campo dell’istruzione, della  formazione, della sanità e dei beni comuni.

I corsi universitari presenti in città: infermieristica, settore sociosanitario, educazione motoria offrono una qualificazione professionale per servizi diversi: l’attività di bambini e giovani, la salute della persona e del  benessere psicofisico, le esigenze dei disabili e degli anziani.

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Ricominciamo

di: Laurana Lajolo

Stiamo entrando nella Fase 2 e moltissimi vogliono tornare alla normalità, ma quale normalità dopo un’esperienza così pesante e profonda? Bisognerebbe non tornare indietro, ma “ricominciare” a produrre e a progettare correggendo gli errori compiuti, cioè iniziare qualcosa di nuovo.

Nel periodo della chiusura alcune attività sono rimaste aperte, alcune fabbriche hanno continuato a lavorare. I furbastri, i soliti che speculano sulle disgrazie e si arricchiscono, hanno prodotto le mascherine taroccate, griffes di alta moda hanno fatto cucire dalle lavoranti tute per i medici anziché abiti da sfilata e intanto disegnavano le collezioni della prossima stagione.

Vogliamo vivere come prima o, con la ripartenza, abbiamo la possibilità di apportare modifiche a scelte nocive all’ecosistema? All’inizio della pandemia, quando spuntavano ovunque gli arcobaleni dell’”Andrà tutto bene”, si facevano buoni propositi. Ora il ceto imprenditoriale grida le sue ragioni economiche di ritornare alla produzione di prima.

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Asti da ricostruire

di: Ottavio Coffano

La provincia di Asti è 97° in Italia per presenze turistiche e 103° su 107 province per numero di giovani laureati in percentuale della popolazione. Sconta, come anche il giornalismo, una scarsa autonomia dal mondo della politica e delle istituzioni. Finora in questi settori Asti ha perso tante battaglie e continuerà la discesa se tutti insieme, maggioranza e opposizioni, cittadini, tecnici, politici, imprenditori e personaggi della cultura non riusciranno a ricucire le varie Asti in un unico grande progetto a lungo termine.

Ciò presuppone che in questa crisi spaventosa nasca l’esigenza di un cambiamento nei cittadini, nelle classi dirigenti, nella politica, nelle piccole e grandi lobbies che finora hanno saputo solo gestire il declino.

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Come immagini il mondo dell’architettura dopo l’attuale crisi virale? Occasione [oc-ca-ṣió-ne]

di: Marco Pesce, architetto

Circostanza o concorso di circostanze che rendono possibile l’avverarsi di un fatto, o che danno opportunità di fare qualche cosa; momento adatto, opportunità.

Ci ha colti tutti di sorpresa. Nessuno era preparato ad uno scenario distopico come quello che stiamo vivendo in queste settimane: miliardi di individui improvvisamente catapultati in una condizione che media (e governi) per settimane non sono riusciti a focalizzare bene, rappresentandola come qualcosa tra un reality globale sempre più drammatico e un episodio di Black Mirror dall’esito incerto. Ora (forse) ci siamo svegliati come da una trance collettiva. Ma di fronte al dramma in corso, che senso ha parlare di architettura? Ne ha molto.

[Flashback] Nel 2013, in previsione della prima edizione della rassegna A.S.T.I. FEST, ci eravamo interrogati sulla percezione che gli abitanti avevano della propria città. Il risultato era stato talmente significativo che alcuni pensieri dei cittadini erano stati stampati su grandi post-it ed appesi per le vie, dove sono rimasti per mesi: argomenti di discussione per passanti con il naso all’insù, tutti in (pigra) attesa di qualcosa di non ben definito in grado di cambiare le cose, tra nostalgici ricordi di una città che non c’era più e sfocate speranze per una città che non c’era ancora. Più o meno gli stessi discorsi che sentiamo oggi, affacciati dai balconi o mascherati ed ordinatamente in coda al supermercato.

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Una politica culturale per lo sviluppo di Asti

di: Appunti di Laurana Lajolo

Asti attraversa un periodo di stagnazione economica e sociale e, se si vuole rivitalizzare, non può fare a meno di valorizzare le sue risorse, che sono molte e stratificate nei diversi periodi di storia, il patrimonio di conoscenze e di competenze di esperti, studiosi, operatori culturali e ambientalisti, che operano in città e producono progetti e azioni virtuose.

La città ha perso molte delle sue funzioni amministrative, statali e organizzative di capoluogo con il depotenziamento della Provincia, ma rimane centrale per il territorio provinciale e per tutto il sito seriale dell’Unesco “Paesaggi vitivinicoli Langhe-Roero e Monferrato” per l’incrocio di strade, ferrovie da riattivare, di vettori commerciali e industriali (vedi ad esempio il ruolo del retroporto di Genova).

Con il suo territorio e con il sito Unesco ha potenzialità notevoli di promozione turistica e culturale secondo gli stessi parametri del MiBAC per il riconoscimento di città italiana della cultura.  (vd. più avanti)

  • MUSEI, MONUMENTI, CHIESE, PATRIMONIO NATURALISTICO: Palazzo Mazzetti, Battistero, Museo Lapidario, Reperti Egizi – La signora delle Ninfee, Reperti di epoca romana, Chiesa di S. Secondo, Duomo, S. Martino, S. Paolo, S. Caterina, Viatosto, Museo diocesano, Archivio storico del Comune di Asti, Archivio del Seminario, Casa romana di via Varrone, Torre di S. Secondo,Torre Troyana, contesto del centro storico con palazzi d’epoca come Palazzo Gazzelli, torri e il “sistema” delle piazze, Teatro Alfieri, Palazzo Ottolenghi, Itinerario nel ghetto ebraico, Museo ebraico, Sinagoga e cimitero ebraico, Museo della deportazione ebraica, Palazzo Alfieri e Centro Studi Alfieriani, Fondazione Biblioteca G. Faletti, Fondazione Eugenio Guglielminetti, Museo Paleontologico
  • Patrimonio naturalistico: Valle Andona, Parco e Museo Paleontologico Astigiano, Parchi della città.

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Ripresa attività del tavolo tecnico sui temi della mobilità sostenibile

di: redazione

GIOVEDÌ 19 DICEMBRE 2019 si è tenuta la trentasettesima riunione operativa del Tavolo tecnico per la mobilità sostenibile per fare il punto sulla situazione del trasporto nella realtà territoriale del sud Piemonte e per programmare future iniziative nel corso del 2020. Alla riunione hanno partecipato FRANCESCO BORDINO (Vice Sindaco del Comune di Neive), GIOVANNI CURRADO (Presidente del Tavolo tecnico per la mobilità sostenibile), MARCO DEVECCHI (Osservatorio del paesaggio), VITTORIO FIORE (Ordine degli Architetti di Asti), SILVIO GARLASCO (Giornalista ed esperto in campo trasportistico), GIANCARLO DAPAVO (Circolo Legambiente Gaia di Asti), MARIO DIDIER, CLAUDIO LANO, GUIDO ENRICO NEBIOLO, EGIDIO PARACCHINO, ALDO PAVANELLO (Esperti in campo di trasporto ferroviario), ALESSANDRO MORTARINO (Stop al consumo di territorio e giornalista), FABIO MUSSO (Presidente dell’Ordine degli Architetti della provincia di Asti), FLAVIO PORRICOLO e GIUSEPPE SAMMATRICE (Interessati ai temi della mobilità sostenibile).

Il Presidente FABIO MUSSO dell’Ordine degli Architetti della provincia di Asti ha aperto i lavori della riunione, sottolineando l’importanza dei temi della mobilità sostenibile attraverso una attenta pianificazione del territorio. Al riguardo, è stato ribadito come l’Ordine degli Architetti di Asti sia da sempre particolarmente attento ed interessato a questi temi, anche attraverso una serie di eventi di coinvolgimento del territorio portati avanti nel tempo. L’Ordine parteciperà con interesse alle attività del Tavolo tecnico per la mobilità sostenibile, anche grazie alla presidenza dello stesso da parte dell’Arch. Giovanni Currado, membro dell’Ordine stesso.

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Sintesi dell'incontro del 18 dicembre 2019

di: Laurana Lajolo

Mercoledì 18 dicembre presso il Centro Culturale FuoriLuogo si è tenuto un primo incontro aperto, promosso dalla rivista www.adlculture.it in collaborazione con il Laboratorio della città, per discutere di riqualificazione urbana. Il Laboratorio si propone come luogo di incontro, piattaforma e contenitore di idee aperto a tutti quei cittadini, professionisti, rappresentanti di categoria ed amministratori che hanno a cuore la rinascita di Asti, e che desiderano presentare proposte per una città che da troppo tempo soffre di una manifesta fase di decadenza.

L’apertura dei lavori è stata affidata agli interventi degli architetti Marco Pesce e Domenico Catrambone i quali, partendo dalle proposte emerse dalle varie edizioni di A.S.T.I. FEST – Festival dell’Architettura Astigiano, hanno introdotto il tema dei numerosi immobili inutilizzati presenti in città.

Tra gli interventi anche quello dell’Assessore all’Urbanistica Coppo. La partecipazione all’incontro è stata numerosa, a testimonianza del grande interesse per l’iniziativa.

La prima riunione ha affrontato un ventaglio di temi che dovranno necessariamente essere declinati ed approfonditi nei prossimi incontri, al fine di individuare possibili temi specifici di studio, progettualità ed intervento.

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Obiettivi primari

di: Alessandro Mortarino

Quaranta/cinquanta persone presenti a un incontro convocato per discutere di rigenerazione urbana, a una settimana dal giorno di Natale, rappresentano un ottimo viatico per l'avvio di un percorso virtuoso collettivo potenzialmente in grado di produrre idee concrete da trasformare in proposte e azioni. Urgenti e necessarie.
Molti i temi già suggeriti e molti gli altri "semi" latenti che nel primo incontro non si sono potuti accennare per mancanza di tempo e che sicuramente avrebbero favorito la definizione di un "contesto" a più ampio raggio (forse sarebbe utile "contingentare" gli interventi in 3/4 minuti per consentire a chiunque di esprimersi...). Ma già la prima sessione del dibattito ha fornito un quadro chiaro della situazione e tracciato alcuni "paletti" di delimitazione opportuni.
Dagli interventi, personalmente ho tratto alcune considerazioni che mi fanno pensare che per il corretto prosieguo occorrano sviscerare innanzitutto due aspetti.
Il primo riguarda il fatto che nelle prime analisi si è ragionato di città e di contenitori vuoti secondo una visione che mi è parsa fortemente basata sulla tecnica e sull'orientamento "antropocentrico". Temo non sia sufficiente: tutto il nostro pianeta è scosso dai tremori di un modello sociale che mostra i suoi limiti fisici e indica i rischi che l'intero ecosistema corre. L'emergenza climatica ci obbliga a ripensare il ruolo delle città, a immaginare azioni di grande portata e non solo "agopunture urbane", certamente utili ma insufficienti se a monte non vi è una visione a 360° che tocchi contemporaneamente urbanistica, mobilità, spazi verdi, rapporto tra impianti produttivi e natura, bisogni dei cittadini, risposte all'emergenza - appunto - planetaria.
Il secondo elemento è di carattere metodologico: negli ultimi anni (molti anni...) ciascuno di noi e tutti assieme abbiamo offerto alla città centinaia di momenti di studio e di analisi. Convegni, conferenze, seminari, tavole rotonde, interi festival che hanno contribuito alla disseminazione culturale e alla crescita di una coscienza collettiva, ma hanno tristemente fallito nel coinvolgere operativamente le classi politiche, gli amministratori pubblici, i decisori che hanno mostrato attenzione ma, all'atto pratico, non hanno modificato le loro scelte e decretato ancora una volta il decesso imperituro della pianificazione, relegata al ruolo di passivo contabile di un'urbanistica contrattata basata sulle volontà dei singoli e non degli interessi della collettività.
Occorre quindi, a mio avviso, che questo nostro "tavolo" si ponga da subito un obiettivo, onde evitare di ripetere l'errore di credere che buone idee e buone proposte siano accolte a braccia aperte da decisori politici troppo preoccupati a non scalfire lo status quo del "si è sempre fatto così"...
Io di obiettivi primari ne intravvedo sostanzialmente due (non nominati nel primo incontro, ma già ben presenti nelle analisi di tutti):
1) a livello generale, cioè nel contesto nazionale, la necessità di avere una norma/legge di riferimento a contrasto del consumo di suolo, che favorisca nel contempo il pieno ed esclusivo riuso dei suoli urbanizzati. Come Forum Salviamo il Paesaggio, una Proposta di Legge l'abbiamo elaborata grazie al lavoro di un Gruppo multidisciplinare formato da 75 massimi esperti (http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/la-nostra-proposta-di-legge/). Questa proposta normativa è in discussione al Senato da più di un anno, ma l'iter si è "misteriosamente" arenato e ora occorrerebbe che tutta la società civile ne sollecitasse la ripresa: c'è bisogno, quindi, anche della voce degli Ordini Professionali e dei Consigli comunali, al fianco di quella dell'Ispra, della Corte dei Conti e delle oltre 1.000 organizzazioni e decine di migliaia di singole persone che compongono il Forum nazionale (http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/12/legge-consumo-di-suolo-sollecitiamo-una-mozione-a-tutti-i-consigli-comunali/). Possiamo contare su una presa di posizione in tal senso anche a livello locale?
2) a livello cittadino, credo che non occorrano grandi voli pindarici per riconoscere che il Piano Regolatore vigente, nato già "vecchio" nel 2000, risulta non attuato nelle sue previsioni e enormemente sovradimensionato: andrebbe sostituito. I Sindaci che si sono avvicendati dal 2000 in avanti mi hanno sempre detto che adottare un nuovo PRGC costa fatica, tempo, denari e che quindi "non si può fare". Non commento l'assurdità proferita (bipartisan, non è una questione ideologica...), ma sostengo che almeno l'avvio di un tavolo partecipato per un nuovo Piano Strategico sarebbe azione necessaria e improcrastinabile. Questo nostro tavolo ritiene di produrre una richiesta collettiva (cioè sottoscritta da tutti gli Ordini professionali, dalle associazioni culturali, del volontariato, ambientaliste ecc.) all'amministrazione comunale e finalmente "costringerla" ad imboccare la strada della definizione (ripeto: partecipata) di una visione per il futuro cittadino?
Se non stabiliamo precisi obiettivi da subito (e obiettivi "alti") temo che faremo un avvicente percorso culturale, ma foriero di limitati effetti pratici.
E sarebbe un vero peccato...

Il riuso dei beni comuni per i valori civici

di: Carlo Sottile

Cara Laurana,

sono venuto all’appuntamento della tua rivista carico di appunti sul tema del riuso e prevedevo di argomentare pacatamente un approccio a quel tema, che dal tempo dei lavori della Commissione Rodotà (2007) sui beni comuni, si è arricchito su tutto il territorio nazionale, Asti compresa, di progetti autogestiti, di appuntamenti referendari (2011, per l’acqua pubblica) e ultimamente, dal 2017, dell’impegno di amministratori e costituzionalisti, nella rete delle “Città per l’attuazione della Costituzione”.

Non ho potuto dar voce a questa intenzione, e come me, hanno dovuto trattenere la parola, sodali ed amici, esponenti della cittadinanza attiva e attivisti da tempo impegnati nella lotta per i beni comuni (l’acqua, la salute pubblica, ma anche il paesaggio, gli ecosistemi, la conoscenza), che erano lì presenti e che ad uno ad uno se ne sono andati. Cosa è accaduto ?

Dopo un buon inizio, tutti seduti in circolo, tutti riconoscibili, a rappresentare un confronto/dialogo a molte voci, il seguito è andato all’incontrario, in una serie di lezioni, alcune fuori tempo e fuori luogo, come quella dell’amico Cesare, altre con spunti anche interessanti, gli architetti, e poi le solite voci del “partito del mattone”, che ogni volta che si manifesta la necessità di un cambio di paradigma o di visione, ripropongono le loro tirate mercantili e oppongono i valori immobiliari ai valori civici.

Non è così? Io ho appreso ieri che l’assessore all’urbanistica e le corporazioni professionali degli architetti e degli ingegneri hanno messo mano alle norme di attuazione del PRG, rimodulando oneri di urbanizzazione e standard urbanistici, “per favorire il recupero e scoraggiare le nuove costruzioni”. Chi ha discusso quell’intesa? I cittadini? Le organizzazioni della cittadinanza attiva? Serve per mettere un freno ai fenomeni di apartheid e di gentrificazione che ormai caratterizzano tutte le città, compresa la nostra, che sono attraversate dai flussi di merci e capitali che la deterritorializzano? Basta seguire quei flussi, a piedi e fare qualche sosta nel cortile dell’antico welfare abitativo della fabbrica vetreria in C.F. Cavallotti, oppure ai “Tetti blu” dove una edilizia residenziale pubblica in dismissione non garantisce neppure la manutenzione degli edifici, per accorgersi che interventi come quelli, per non parlare di nuovi progetti di parcheggi, favoriscono quei flussi.

Vogliamo considerare uno dei riusi in corso? Quello della ex Mutua, edificio da cui è stata sgombrata, con una imponente esibizione di violenza di Stato, una comunità in divenire, costruita su bisogni di vita e diritti di cittadinanza? Io e i miei sodali semplifichiamo dicendo “sarà una RSA per ricchi”. Un esempio da manuale, su come si riattiva il circuito della rendita urbana nell’epoca dell’apartheid e della gentrificazione, facendo finta di non vedere le difficoltà in cui versa la RSA storica della città, il Maina, ricca di architetture, storie e memorie di nostre generazioni. Cara Laurana,

considero la serata di ieri una occasione persa, ma che si può recuperare, Anzi sono sicuro che sarà così, ancora una volta grazie al tuo impegno. Ma, saputo che posso avere uno spazio sulla tua rivista, non rinuncio a dar voce ai miei argomenti, che di seguito riassumo.

Un esempio di approccio al riuso, che passa attraverso la categoria dei beni comuni, stà nell’esperienza dell’Amministrazione comunale di Napoli, che ha ripubblicizzato i servizi idrici ed ha riconosciuto ad uso civico urbano nove grandi complessi immobiliari. Oppure l’esperienza di un paesino delle Marche, Terre Roveresche, dove è stato approvato un regolamento che permette al Comune di acquisire coattivamente beni di proprietà privata abbandonati all’incuria, ai quali non sia stata attribuita una funzione sociale (condizione che l’art. 42 della Costituzione pone in capo alla proprietà privata e che il Comune sollecita, nei modi e nei tempi) per destinarli alla riqualificazione e al riuso, come beni comuni e dunque in disponibilità delle organizzazioni della cittadinanza attiva. Ma vanno ricordati anche i 200 comuni che hanno approvato regolamenti e patti di collaborazione sul modello della “amministrazione condivisa” tra comuni e organizzazioni della cittadinanza attiva, in attuazione del principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale (art. 117 e 118 della Costituzione . S’Tutti questi regolamenti, costituzionalmente orientati, affermano la categoria dei beni comuni, dunque sono in primo luogo strumenti delle organizzazioni della cittadinanza attiva. Vivono di partecipazione, dunque non possono essere agiti nella dimensione ristretta, autoritaria e corruttiva, della “urbanistica contrattata”. Esprimono la richiesta di sottrarre alla mercificazione proprietà pubbliche e private, quando queste possono essere destinate ad usi civici, di tutela dei diritti costituzionali e delle attività conformi a quelli. Esprimono l’esigenza di fermare un consumo di suolo che nella sua furia mercantile (costruire per vendere o per fare da sottostante a titoli di credito) ha provocato dissesti idrogeologici, interrotto cicli naturali e concorso a produrre situazioni di apartheid in tutte le periferie cittadine.

Con cordialità e affetto.

Matera un anno dopo

di: redazione

Paolo Verri, organizzatore del programma Matera 2019 capitale europea ella cultura, ha tracciato su Il Corriere della sera (17/12/19) il bilancio molto positivo del progetto Matera 2019 capitale europea della cultura:

i numeri: 940 eventi, 312.000 spettatori, 325 location, 72.000 passaporti acquistati per Matera 2019, forte incremento della ricettività con un brand della ristorazione lucana; superstrada Bari (aeroporto) – Matera; girato il film di 007; riapertura del Teatro progettato da Ludovico Quaroni per il centro di danza e teatro contemporanei, allestimento della Cava del sole (nella foto) (700 posti al coperto, 5 mila all’aperto) per concerti.

● L’obiettivo del programma: cambiamento dell’immagine di Matera a livello nazionale e internazionale

Partner: Enel, Intesa San Paolo, Leonardo Finmeccanica

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Stati Generali della città

di: Mario Malandrone

AI consiglieri di minoranza e di maggioranza
Al Sindaco

Convochiamo un consiglio comunale aperto che sia l'inizio di un processo partecipativo per la città per il recupero degli spazi abbandonati!

Spazi abbandonati

Ho partecipato all'iniziativa del 18 dicembre della rivista www.adlculture.it  a Fuoriluogo sulla rigenerazione degli spazi inutilizzati. Ho sentito suggestioni, idee, riflessioni sul riuso di spazi, sulle problematiche nel poter attuare tali obiettivi. E' stata richiamata la visione di città.
Mi sembra di essere fermo da anni nello stesso tempo, si moltiplicano riflessioni, il tema degli spazi vuoti continua a essere dibattuto, in città in passato è stato il tema centrale delle campagne elettorali, eppure l'agire rimane cristallizzato e a fare un breve conto non molto è cambiato.

Nel 2009 comparvero sulle facciate di diverse strutture pubbliche striscioni che ne denunciavano l'abbandono. Su quegli stabili comparve la scritta "spazio occupabile" erano l'ex Enel, gli immobili ASL, la palazzina di comando della ex Colli di Felizzano, l'Upim, Via Allende.....Una provocazione che denunciava la fame di alloggi pubblici.

Sono passati 11 anni e gli immobili comunali, pubblici o privati vuoti continuano essere gli stessi, qualche eccezione : L'ex Caserma Muti è diventata Fuoriluogo grazie all'impegno di giovani, lo Spazio Vinci è diventato una scuola ma non è ancora stato completato, Via Orfanotrofio una Casa di Riposo.

Tutto il resto è immobile nel suo abbandono: la maternità, l'ex ospedale, Via Allende (tornata vuota e abbandonata), il Ferrohotel abbandonato, l'Upim (privata) abbandonata, l'Enofila abbandonata, lo spazio della Waya in attesa di una chiusura della bonifica è abbandonata, gli stabili dell'ex Casermone cadenti e poi ci sono tutti gli stabili destinati a alienazione (alcune scuole di frazione, la ex sede della Croce Verde, gli stabili di Via Govone).

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Manifesto IX edizione festival del paesaggio agrario

di: redazione

Astigiano: terra di fossili terra di vino

IX edizione 28 settembre – 1 ottobre 2017

Temi degli incontri: Asti, Palazzo Mazzetti Il paesaggio multimediale. Asti, Uni-Astiss Turismo responsabile attraverso l’Astigiano. Asti, Istituto Penna La formazione dell’imprenditore agricolo. Asti, Museo Paleontologico Il Museo dei fossili e l’istituzione del Distretto paleontologico. Nizza Monf.to Enoteca regionale I gemellaggi dei siti Unesco Italia-Cina e le opportunità coimmerciale.  La Court Castelnuovo Calcea Buone pratiche per la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico. Vaglio Serra Il paesaggio costruito dal vino e la rigenerazione edilizia.

 A conclusione dei lavoro si è stilato questo MANIFESTO

Noi Astigiani

Noi Astigiani e Monferrini,

Noi Astigiani e Monferrini del Mondo

  • consapevoli del ruolo fondamentale del paesaggio sul piano culturale, ecologico, ambientale e sociale, produttivo e economico;
  • amanti della natura nelle sue diverse espressioni di acqua, terra e cielo;
  • consci dell’importanza della storia, così come della preistoria con le sue valenze archeologiche e paleontologiche, delle tradizioni, della letteratura, della cultura popolare, dei saperi locali;
  • intenditori attenti dei cibi e dei vini della Terra d’Asti e del Monferrato

proclamiamo

 

col presente Manifesto al termine della IX Edizione del Festival del paesaggio agrario,

 

che il paesaggio sia posto al centro di tutte le politiche

in termini di pianificazione, gestione e valorizzazione territoriale mediante:

  • una sempre maggiore partecipazione delle popolazioni locali alle scelte di governo del territorio, quale vero ed efficace antidoto a politiche incongrue e penalizzanti;
  • la cessazione del consumo di suolo, come obiettivo centrale di tutte le decisioni politiche di sviluppo territoriale e l’INCENTIVAZIONE al recupero e alla rifunzionalizzazione del patrimonio edilizio dell’esistente
  • la VALORIZZAZIONE DEI PRODOTTI TIPICI E D’ECCELLENZA, garantendo un adeguato reddito alle aziende attraverso le tecniche di coltivazione, la commercializzazione e la promozione del territorio di produzione
  • la promozione della cultura della legalità a tutti i livelli anche in campo ambientale e paesaggistico, produttivo da condursi con zelo ed impegno soprattutto presso le nuove generazioni;
  • lo sviluppo sostenibile in campo agricolo, costruttivo e viabilistico, come principio guida di ogni scelta operativa,
  • il sostegno alla RICERCA SCIENTIFICA nelle varie diramazioni la sua applicazione nel campo dell’educazione e della formazione di operatori consapevoli;
  • la valorizzazione della storia E DELLA CULTURA - peculiare di ciascun territorio astigiano e monferrino - come elemento prezioso ed irrinunciabile di identità paesaggistica da condividere in modo aperto, consapevole e generoso con altre comunità e contesti sociali;
  • l’acquisizione della piena consapevolezza dell’eccezionalità del patrimonio fossilifero astigiano come elemento forte e strategico di promozione e sviluppo economico e sociale;
  • la diffusione di BUONE PRATICHE RIFERITE AL PAESAGGIO E DI UNA COSCIENZA ECOLOGICA nella consapevolezza che il paesaggio  è parte essenziale del benessere fisico della persona;
  • la scelta convinta dell’importanza dei paesaggi astigiani e monferrini - riconosciuti dall’UNESCO di valore universale – quali ambasciatori ideali nel mondo dell’eccellenza e qualità dei vini per una loro piena affermazione sui mercati internazionali;

ed infine

  • che il PAESAGGIO AGRARIO sia considerato strategico per la qualità di vita di tutta la popolazione, anche e soprattutto di quella urbana, e conseguentemente che il lavoro degli agricoltori possa trovare un pieno e definitivo riconoscimento ed apprezzamento da parte dell’intera società.

Letto ed approvato

Vaglio Serra, 1 ottobre 2017

PRIMI FIRMATARI

ILARIA BORLETTI BUITONI, BEPPE ROVERA, MARIA LODOVICA GULLINO, VINCENZO GERBI, FRANCESCO SCALFARI, PAOLO VERRI, GIANFRANCO MIROGLIO, ASSOCIAZIONE PAESAGGI VITIVINICOLI CHIARLO, LAURANA LAJOLO, MARCO DEVECCHI, MARIA PAOLA AZZARIO, CENTRO PER L'UNESCO DI TORINO, ALESSANDRO MORTARINO, IGOR STAGLIANÒ, MICHELE CHIARLO, GIULIANO NOE’, AZIENDA FONTANAFREDDA, , STEFANO CHIARLO, PIER CARLO GRIMALDI,  LAURA BOTTO CHIARLO, FERRUCCIO CAPITANI, RENZO ARATO, ANGELA MOTTA , AUGUSTA MAZZAROLLI, MARCO PESCE, ELENA IVALDI, ROBERTA REGGIO COSCIA, MOVIMENTO STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO, FORUM SALVIAMO IL PAESAGGIO, JO BOAT VICENTE, VALERIA TRIMARCO, ELENA ACCATI, ALESSANDRO BONADONNA, ROBERTA FAVRIN, TIZIANA VALENTE, RICCARDO BELTRAMO, FABRIZIO AIMAR, MONICA ZANATTA, SERGIO CONTI

La raccolta delle firme è aperta alla mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Norme per l’arresto del consumo di suolo e per il riuso dei suoli urbanizzati

di: Alessandro Mortarino, Federico Sandrone

Alessandro Mortarino, Federico Sandrone: Curatori del Gruppo di Lavoro Tecnico-Scientifico multidisciplinare Forum nazionale dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio  “Salviamo il Paesaggio - Difendiamo i Territori”

Norme per l’arresto del consumo di suolo e per il riuso dei suoli urbanizzati

Nell’ottobre 2011 a Cassinetta di Lugagnano (Milano) si è costituito il Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio (più noto come Forum Salviamo il Paesaggio), una Rete civica nazionale a cui aderiscono attualmente oltre 1.000 organizzazioni e molte migliaia di cittadini a livello individuale. Sin dalla sua costituzione, il Forum ha delineato come proprio principale obiettivo la necessità di favorire la promulgazione di una norma nazionale in grado di contrastare efficacemente quella che viene considerata come una emergenza conclamata: il consumo di suolo.

Per stimolare il ruolo attivo del Parlamento e delle forze politiche, il Forum Salviamo il Paesaggio ha sviluppato nel corso degli anni molteplici azioni e appoggiato l’iniziativa - avviata nel 2012 dal Governo Monti e promossa dall’allora ministro alle Politiche agricole Mario Catania - di un disegno di legge incentrato sul contenimento del consumo di suolo agricolo. Tale DdL fu accolto dal Forum Salviamo il Paesaggio come un primo passo nell’auspicata direzione, pur sottolineandone alcuni limiti puntualmente accompagnati da precise proprie “osservazioni” documentate e trasmesse al Parlamento. A distanza di oltre 5 anni, il DdL non è stato ancora approvato e, secondo le valutazioni del Forum Salviamo il Paesaggio, si è progressivamente svuotato di contenuti e di parametri netti in grado di fronteggiare adeguatamente “l’emergenza consumo di suolo”.

Per questo motivo il Forum ha ritenuto indispensabile elaborare un nuovo testo normativo volto a mettere fine al consumo di suolo e quindi non limitarlo al suo semplice “contenimento”, da proporre come riferimento per iniziative parlamentari tese a dotare il nostro Paese di una chiara, inequivocabile, costruttiva normativa a tutela dei suoli ancora liberi, compresi quelli all’interno dell’area urbanizzata, utile a risolvere anche i problemi dell’enorme patrimonio edilizio inutilizzato ed in stato di abbandono.

Qualora le forze parlamentari non mostrassero l’attenzione necessaria per azioni conseguenti, costituirebbe comunque la base per una grande campagna nazionale promossa dalle forze sociali, civiche ed economiche, anche in forma di proposta di legge d’iniziativa popolare. Tra l’ottobre 2016 e il gennaio 2017 all’interno del Forum è stato costituito un apposito gruppo di lavoro tecnico-scientifico multidisciplinare, formato da 75 persone: architetti, urbanisti, docenti universitari, ricercatori, pedologi, geologi, agricoltori, agronomi, tecnici ambientali, giuristi, avvocati, giornalisti/divulgatori, psicanalisti, tecnici di primarie associazioni nazionali, sindacalisti, paesaggisti, biologi, docenti di diverse Università ecc., coordinato da Alessandro Mortarino e da Federico Sandrone. È un testo importante, che tiene conto delle diverse visioni di tutti i componenti del Gruppo e delle loro rispettive competenze disciplinari

Definizione di suolo

Il frutto del loro prezioso lavoro è il testo normativo che segue, redatto in forma collettiva da tutti i componenti del Gruppo e condiviso nella sua sintesi finale dall’approvazione dell’intera assemblea degli aderenti al Forum (organizzazioni e singoli cittadini) e dalla validazione conclusiva di alcuni giuristi.

Una norma che definisce in modo finalmente esaustivo ciò che deve essere giuridicamente inteso come “suolo” e “consumo di suolo e stabilisce le regole per tutelare e salvaguardare un fondamentale bene comune che rappresenta una risorsa non rinnovabile e non sostituibile nella produzione di alimenti e di servizi ecosistemici, nella trasformazione della materia organica, nel ciclo dell’acqua e nella mitigazione dei cambiamenti climatici.

Il suolo è da intendersi come lo strato superficiale della Terra, la pelle viva del pianeta Terra. Una pellicola fragile. Nel suolo vivono miliardi di creature viventi, un quarto della biodiversità di tutto il pianeta (fonte: http://www.fao.org/resources/infographics/infographics-details/en/c/285727/). I soli microrganismi possono essere oltre un miliardo in un solo grammo di suolo, ma nello stesso grammo si possono contare oltre 10.000 specie diverse. Tutti questi organismi viventi sono fondamentali per la genesi e la fertilità dei suoli e contribuiscono al suo armonico sviluppo che richiede tempi lunghissimi, pari ad alcune migliaia di anni: stiamo quindi parlando di una risorsa finita non rinnovabile e per questo preziosa almeno al pari dell’acqua, dell’aria e del sole.

Se si ricopre una parte di suolo con cemento o asfalto, si altera per sempre la sua natura e si perdono inevitabilmente le sue funzioni caratterizzanti.

Stato di emergenza

Che il consumo di suolo sia un’emergenza assoluta è confermato dall’analisi dei dati offerti dagli enti pubblici ISPRA e ISTAT. Secondo l’ISPRA (2017 - http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/consumo-di-suolo-dinamiche-territoriali-e-servizi-ecosistemici), infatti, il consumo di suolo in Italia non conosce soste, pur segnando un importante rallentamento negli ultimi anni: tra il 2013 e il 2015 le nuove coperture artificiali hanno riguardato ulteriori 250 chilometri quadrati di territorio, ovvero - in media - circa 35 ettari al giorno (una superficie pari a circa 35 campi di calcio ogni giorno).

Una velocità di trasformazione nell’ultimo periodo di circa 4 metri quadrati di suolo irreversibilmente perduti ogni secondo.

Dopo aver toccato anche gli 8 metri quadrati al secondo negli anni 2000 (tra i 6 ed i 7 metri quadrati al secondo è la media degli ultimi 50 anni), il rallentamento iniziato nel periodo 2008-2013 a causa della crisi economica si è consolidato negli ultimi due anni con una velocità ridotta di consumo di suolo, che continua però, sistematicamente e ininterrottamente, a ricoprire aree naturali e agricole con asfalto e cemento, fabbricati residenziali e produttivi, centri commerciali, servizi e strade.

I dati della rete di monitoraggio dell’Istituto di Protezione Superiore Ambientale mostrano come, a livello nazionale, il suolo consumato sia passato dal 2,7% degli anni ’50 al 7,6% stimato per il 2016, con un incremento di 4,3 punti percentuali (1,2% è l’incremento registrato tra il 2013 e il 2015) e una crescita del 159%.  In termini assoluti, il consumo di suolo si stima abbia intaccato ormai oltre 23.000 chilometri quadrati del nostro territorio. Poiché il nostro Paese è per circa il 35% a carattere montuoso, la cementificazione ha eroso le aree di pianura, le più fertili, che rappresentano circa il 23% dell’intera superficie del nostro Paese (quasi un quarto) e un’ampia parte di quel restante 42% di superficie composto di colline di altezza inferiore agli 800 metri.

Altro fattore di criticità è rappresentato dall’occupazione caotica di suoli derivata dalla dispersione insediativa (sprawl), che provoca la frammentazione e disgregazione dei paesaggi che si sono sedimentati nel tempo per opera dell’uomo. Un patrimonio collettivo che riassume in sé valori storici, culturali e di appartenenza, fondamentale per il benessere dei cittadini e delle comunità, oltre che importante risorsa per forme di turismo sociale ed ecologico-naturalistico.

Accorpamenti di proprietà

Inoltre, il fenomeno dell’accaparramento delle terre (land grabbing) porta a una perdita di proprietà dei suoli da parte di piccole e medie aziende agricole, disperdendo così un requisito importante per la gestione sostenibile sociale ed ecologica del territorio. Il terreno è sempre più visto come opportunità d’investimento finanziario e oggetto di forte speculazione da parte di multinazionali e grandi investitori, sia europei che stranieri. La concentrazione di terreni agricoli nelle mani di pochi attori, che poco si preoccupano degli equilibri ecosistemici dei suoli, produce profonde conseguenze sociali, culturali, economiche e politiche e porta alla uniformizzazione e banalizzazione dei paesaggi. Per l’Italia (vedi rapporto basato sull’elaborazione dei dati EUROSTAT: Extent of Farmland Grabbing in the EU   

(http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2015/540369/IPOL_STU(2015)540369_EN.pdf),

Si stima che il 26,2% della superficie agricola utile sia già in mano all’1% dei proprietari fondiari con superfici superiori ai 100 ha. Se prima in Italia erano gli investimenti statunitensi a fare la parte del leone, ora sono le compagnie cinesi che si interessano sempre più a terreni e aziende agricole. Analoga criticità per tutta l’Unione Europea ha portato alla Risoluzione del Parlamento europeo (P8_TA(2017)0197) del 27 Aprile 2017- dal titolo “Situazione della concentrazione agricola nell’UE: come agevolare l’accesso degli agricoltori alla terra

(http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P8-TA-2017-0197+0+DOC+XML+V0//IT).

Costi e perdite

Grazie alle analisi contenute nel rapporto ISPRA 2017, si evidenziano, inoltre, i costi generati dal consumo di suolo in termini di perdita di servizi ecosistemici (l’approvvigionamento di acqua, cibo e materiali, la regolazione dei cicli naturali, la capacità di resistenza a eventi estremi e variazioni climatiche, il sequestro del carbonio - valutato in rapporto non solo ai costi sociali ma anche al valore di mercato dei permessi di emissione - e i servizi culturali e ricreativi), solitamente sottostimati o non contabilizzati. Questi si aggiungono alle spese e agli ulteriori consumi di risorse naturali necessari per infrastrutture, servizi e manutenzioni che la nuova edificazione richiede.

A livello nazionale i costi diretti derivati da queste perdite sono dovuti soprattutto alla mancata produzione agricola (51% del totale, oltre 400 milioni di euro annui tra il 2012 e il 2015) poiché il consumo invade maggiormente le aree destinate a questa primaria attività, ridotta anche a causa dell’abbandono delle terre. Una perdita grave perché non rappresenta una semplice riduzione, bensì un annullamento definitivo e irreversibile.

Il mancato sequestro del carbonio pesa per il 18% sui costi dovuti all’impermeabilizzazione del suolo, la mancata protezione dell’erosione incide per il 15% (tra i 20 e i 120 milioni di euro annui) e i sempre più frequenti danni causati dalla mancata infiltrazione e regolazione dell’acqua rappresentano il 12% (quasi 100 milioni di euro annui).

I servizi del suolo libero e inquinamento

Altri servizi forniti dal suolo libero, soprattutto se coperto da vegetazione e ridotti a causa del suo consumo, sono la rimozione del particolato e l’assorbimento dell’ozono, cioè un suolo sano migliora la qualità dell’aria essendo il luogo fisico dove si completa la chiusura dei cicli biogeochimici dei principali elementi componenti lo smog atmosferico. In Italia si è registrato il record di malattie e morti premature imputabili all’inquinamento atmosferico, contabilizzate nell’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, per oltre 90.000 morti premature/anno (cfr. European Environment Agency - Air quality in Europe - report 2016, tab. 10.1 pag. 60), con una perdita stimata dall’OCSE nel recente rapporto 2016 “The economic consequences of outdoor air pollution” in 360 miliardi di dollari di danno economico a carico dei 4 paesi dell’UE più grandi (tra cui l’Italia), in aumento a 540 miliardi  in proiezione al 2030. Specificamente per l’Italia, il danno economico per le esternalità collegate alla salute dei cittadini da inquinamento dell’aria è ancora ricalcolato in oltre 47 miliardi/anno nel III rapporto della Commissione Europea “State of the Energy Union” del 23 novembre 2017 (cfr. SWD Energy Union Factsheet Italy). In un paese che sta invecchiando ad un ritmo superiore al tasso di ricambio generazionale sarebbe da irresponsabili non fermare il consumo di suolo subito.

Il suolo svolge inoltre un ruolo importante per l’impollinazione e la regolazione del microclima urbano. La riduzione di quest’ultima funzione ha pesanti riflessi sull’aumento dei costi energetici: l’impermeabilizzazione del suolo causa un aumento delle temperature di giorno e, per accumulo, anche di notte.

Quale ritorno economico dell’edificazione?

In sintesi il dato nazionale evidenzia che la perdita economica di servizi ecosistemici è compresa tra i 538,3 e gli 824,5 milioni di euro all’anno, che si traducono in una perdita per ettaro compresa tra i 36.000 e i 55.000 euro.

Un circolo vizioso che, visti i numeri, genera un dubbio: dov’è la convenienza pubblica di ingiustificati interventi di edificazione con ritorno economico limitato al breve periodo? Quanto contano tributi e oneri incassati se poi gli interventi si rivelano evidentemente antieconomici e destinati a perdere valore, oltre che a richiedere una costante manutenzione? La mancata compensazione costi-benefici non dovrebbe già da sola far propendere per limitare al massimo opere di cementificazione quali esse siano?

L’esponenziale consumo di suolo che ha caratterizzato gli ultimi 50 anni del nostro sviluppo non corrisponde ad autentiche esigenze produttive e/o abitative e ad effettivi bisogni sociali: secondo l’ISTAT nel nostro Paese sono presenti oltre 7 milioni di abitazioni non utilizzate, 700 mila capannoni dismessi, 500 mila negozi definitivamente chiusi, 55 mila immobili confiscati alle mafie. “Vuoti a perdere” che snaturano il paesaggio e le comunità a contorno.

La crisi del mercato immobiliare

Tutto ciò a fronte di un andamento demografico (dovuto essenzialmente dall’ingresso di nuova popolazione dall’estero) che indica una crescita debole, tanto è vero che nel triennio 2012-2016 le morti hanno superato le nascite; nel 2016 la popolazione italiana era pari a 60.665.552 di residenti, sostanzialmente stabile dal 2014, mentre dieci anni prima si attestava a 58.064.214. L’ISTAT fotografa ora una situazione 2017 ancor più riduttiva, con una popolazione attuale di 60.579.000 persone, circa 86 mila in meno rispetto al 2016.

Secondo i dati di Scenari Immobiliari (Istituto indipendente di studi e di ricerche che analizza i mercati immobiliari e, in generale, l’economia del territorio in Italia ed in Europa) gran parte degli edifici di nuova costruzione oggi in vendita nel nostro Paese sono stati costruiti diversi anni fa e registrano nel 2015 un invenduto pari a 90.500 unità (abitazioni ancora in costruzione e non ancora sul mercato escluse), nel contempo sono presenti immobili vetusti e quasi inutilizzabili che avrebbero invece bisogno di essere ristrutturati e riqualificati con evidenti benefici sia economici sia di decoro e senza gravare sul suolo libero.

Occorre inoltre aggiungere che la crisi economico-finanziaria di questi anni ha sedimentato in seno agli istituti bancari una grande quantità di immobili, pignorati in parte a cittadini “impoveriti” e, in prevalenza, alle imprese del settore impegnate in operazioni edilizie fallite per esubero di offerta. Non a caso i principali istituti di credito hanno aperto un filone “real estate” per smaltire un patrimonio in progressiva svalutazione che grava sui loro bilanci. Le principali sofferenze derivano dal comparto costruzioni e immobiliare, con il 41,7% dei prestiti deteriorati (fonte: Banca d’Italia, settembre 2016). Una quota molto importante, che denuncia un’economia sbilanciata, troppo esposta su questo settore.

Un altro elemento è costituito dai costi enormi legati alla dismissione dei centri commerciali e/o capannoni (demalling) obsoleti o chiusi per fallimenti economici come accade con sempre maggiore frequenza: per il loro abbattimento o riuso sono necessari comunque ingenti esborsi di denaro, spesso pubblico, per mantenere almeno decoroso il luogo. Va inoltre incentivato il riuso dei capannoni dismessi in caso di necessità di nuovi insediamenti produttivi o ampliamento di insediamenti produttivi esistenti, per il tramite di specifiche agevolazioni fiscali.

La perdita di suoli fertili

Altro effetto deleterio sul consumo è la frammentazione della maglia agraria prodotta dalle infrastrutture viarie che, spesso, lasciano pezzi di suolo agricolo non più utilizzabili perché residuali o difficilmente accessibili.

Il Ministero per le Politiche Agricole Alimentari e forestali ci ricorda, inoltre, che il nostro Paese è in grado, oggi, di produrre appena l’80-85% del proprio fabbisogno primario alimentare, contro il 92% del 1991. Significa che se, improvvisamente, non avessimo più la possibilità di importare cibo dall’estero, ben 20 italiani su 100 rimarrebbero a digiuno e che quindi, a causa della perdita di suoli fertili, il nostro Paese oggi non è in grado di garantire ai propri cittadini la sovranità alimentare. La Superficie Agricola Utilizzata (SAU) si è ridotta a circa 12,7 milioni di ettari con 1,7 milioni di aziende agricole, superficie che nel 1991 era quasi 18 milioni di ettari.

Nel complesso il comparto agroalimentare produce un giro di affari annuale di 26,58 miliardi di euro, di cui 14 in agricoltura, 11,4 in zootecnia ed 1,18 in acquacoltura, con un’occupazione totale di circa 600.000 unità lavorative e 42.000 ettari di serre (che non sono considerate suolo agricolo).

Gli unici prodotti agricoli che eccedono il fabbisogno interno riguardano vino, riso e ortofrutta, produzioni tra l’altro caratterizzate da metodi intensivi ed estensivi. Tutti gli altri prodotti agroalimentari devono essere importati, per esempio: - agrumi (la produzione italiana copre il 98% dei consumi interni), - grano duro (65%) - grano tenero (38%) - mais (81%) - olio di oliva e sansa (74%)- orzo (56%) - patate (80%).

Si rammenta che tali produzioni sono rese possibili da una forte “iniezione” di fonti fossili, come agrofarmaci e concimi chimici, che hanno progressivamente impoverito il suolo agrario della essenziale capacità di autorigenerarsi.  L’uso della chimica di sintesi in agricoltura è riconducibile alla contrazione della SAU. Tale contrazione favorisce, su superfici agricole sempre più ridotte, l’uso dei fertilizzanti chimici allo scopo di aumentare la resa per ettaro.

Secondo il Grantham Centre for Sustainable Futures dell’Università di Sheffield il nostro Pianeta ha già perso un terzo del suo terreno coltivabile - a causa dell’erosione o dell’inquinamento - negli ultimi 40 anni, con conseguenze definite disastrose in presenza di una domanda globale di cibo che sale alle stelle: quasi il 33% del terreno mondiale adatto o ad alta produzione di cibo è stato perduto a un tasso che supera il ritmo dei processi naturali in grado di sostituire il suolo consumato.

Per di più le terre emerse rappresentano solo il 30% della superficie terrestre (l’8% ad altitudini superiori ai 1.000 metri, quindi scarsamente coltivabili a fini alimentari), di cui le aree “sfruttabili” per la coltivazione in maniera naturale (cioè senza impianti idrici o di drenaggio artificiali) sono appena l’11%: la questione dell’agricoltura e del cibo è tra le più rilevanti priorità del nostro tempo. Nel 2050 la popolazione mondiale supererà i 9 miliardi di persone e risulta pertanto necessario incrementare la produzione agricola in Italia e nel mondo di almeno il 30%.

Inoltre deve essere considerata la dinamica dei processi dei cambiamenti climatici, con perdita di biodiversità, desertificazione e forte riduzione dei servizi ecosistemici che peggiorerà la situazione in essere. Dal rapporto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare pubblicato il 4 gennaio 2017 “Il posizionamento Italiano rispetto ai 17 Obiettivi per lo Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite” (fonte: http://www.asvis.it/home/46-1343/minambiente-la-posizione-dellitalia-rispetto-allagenda-2030#.WKU1dyhSgxI) si rileva che in Italia, secondo valutazioni basate sull’analisi congiunta dello stato e della gestione del suolo, della vegetazione e delle condizioni climatiche, le aree maggiormente sensibili al degrado e alla desertificazione costituiscono circa il 30,8% del territorio nazionale.

La priorità della tutela del suolo

La conformazione geomorfologica del territorio italiano, aggredito per decenni in modo massiccio da processi di urbanizzazione e infrastrutturali, impone dunque al nostro Paese una rigorosa tutela dei suoli liberi e non impermeabilizzati, sia per salvaguardare gli spazi vitali per il benessere dei cittadini e delle loro comunità, sia per garantire gli utilizzi agricoli necessari all’autosufficienza agro-alimentare e sia per evitare i dissesti idrogeologici. Il nostro Paese, infatti, è attraversato da crescenti catastrofi d'intensità variabile che puntualmente sollevano dubbi circa la nostra capacità di gestione del territorio e la sicurezza delle nostre città e paesi. Secondo dati ISPRA del 2010 sono 7.145 i comuni italiani (l’88,3 % del totale) interessati da qualche elemento di pericolosità territoriale; tra questi il 20,3 % (1.640 comuni) presentano aree ad elevato (P3) o molto elevato (P4) rischio frana, il 19,9 % (1.607 comuni) presentano aree soggette a pericolosità idraulica (P2) mentre il 43,2 % (3.893 comuni) presentano un mix dei rischi potenziali (P2, P3, P4).

Per queste considerazioni, il contrasto al consumo di suolo quale misura essenziale a sostegno del nostro benessere economico e sociale, dev’essere considerato una priorità e diventare una delle massime urgenze dell’agenda parlamentare per i numerosi benefici indotti che ne derivano, di carattere sociale, ecologico ed economico.  

La nostra proposta normativa detta pertanto una serie di interventi destinati a porsi come principi fondamentali della materia, secondo il disposto dell’articolo 117, secondo comma, della Costituzione. Si tratta di una proposta normativa in grado di orientare correttamente l’intero comparto edilizio, indirizzandolo sull’unica chance di sviluppo possibile: il recupero, la rigenerazione, l’efficientamento energetico e il risanamento antisismico del patrimonio edilizio vetusto. Quasi il 55% delle abitazioni italiane (16,5 milioni di unità) è stato costruito prima del 1970; una quota che sale al 70% nelle città di medie dimensioni e al 76% nelle città metropolitane. Edifici, dunque, responsabili di spreco energetico e spesso a forte rischio sismico, su cui va operata una seria opera di ristrutturazione, risanamento o sostituzione.

Il testo integrale della Proposta di Legge e della sua premessa introduttiva è scaricabile qui:  http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/wp-content/uploads/2018/02/DEFINITIVO-Proposta-di-legge-iniziativa-popolare-Forum-SiP-agg.-31-1-2018.pdf

Per ulteriori informazioni:Domenico Finiguerra, 3384305130 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.;  Alessandro Mortarino, 3337053420 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Federico Sandrone, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

I principi fondanti della rigenerazione urbana

di: Fabrizio Aimar

Fabrizio Aimar, consigliere di indirizzo Ordine degli Architetti PPC della provincia di Asti

 Prendo la parola in qualità di dei pensieri e delle riflessioni entrambe maturati all’interno del nostro , di cui sono attualmente un Consigliere in carica.

In merito alle considerazioni che si intende portare all’attenzione di questa assemblea qui oggi riunita, va detto che, senza dubbio, queste sono frutto della riflessione che l'Ordine degli Architetti ha, ormai da tempo, avviato sulla nostra città e sul nostro territorio. Basti pensare ai temi affrontati dalle due edizioni del nostro Festival dell’Architettura Astigiano, ASTI Fest, così come i sedici progetti degli Architetti con meno di 40 anni da noi chiamati "Architetture Sottili – Piccoli interventi di Agopuntura Urbana": essi sono la manifestazione chiara di alcuni risultati di questa continua riflessione.

L’Ordine degli Architetti ritiene che ciò che serva oggi, al nostro territorio, sia una riflessione complessiva che tenga conto di una serie di esigenze, alcune molto pressanti, che devono essere affrontate in modo totale, programmatico, pianificato e non parziale.

È facile riassumerle, si tratta di:

riuso del patrimonio edilizio attualmente sottoutilizzato o non utilizzato, e rigenerazione di quelle parti di territorio in cui non sia più possibile il riuso del patrimonio edilizio esistente;

efficientamento energetico e sismico del patrimonio edilizio esistente;

● rivitalizzazione del centro storico cittadino;

rispetto del paesaggio, sia agrario e sia urbano, con la cura e la riprogettazione dello spazio pubblico;

stop al consumo di nuovo suolo, in quanto è un bene finito;

● riconoscimento del valore ambientale come bene comune;

● ricerca della più alta qualità possibile del progetto urbanistico ed architettonico, a cui far corrispondere la qualità dello spazio pubblico;

partecipazione pubblica alla crescita di valore economico provocato dalle scelte di politica urbanistica, come, ormai da alcuni anni, stabilisce la legge dello Stato.

Si tratta, a nostro avviso, di principi fondanti di una qualsiasi politica urbana contemporanea. Quanto elencato dovrebbe costituire dei veri e propri valori, sui quali basare ogni valutazione delle proposte avanzate alla Città da parte di qualsiasi portatore di interessi legittimi.

Questi punti sono ribaditi anche dal nostro Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori. Sul proprio sito web si può leggere, infatti, che il CNAPP “identifica, nelle politiche di rigenerazione urbana sostenibile, un’irripetibile e improrogabile occasione per stimolare concretamente la riqualificazione architettonica, ambientale, energetica e sociale delle città italiane. Il territorio non costituisce una risorsa infinita e le città devono essere capaci di ricostruirsi al proprio interno, anche al fine di garantire un habitat che assicuri la massima qualità di vita ai propri cittadini.”

Pertanto, ciò che l'Ordine degli Architetti chiede, e continuerà a chiedere, è la condivisione di questi obiettivi che sono di fatto dei valori, anche di natura etica. Se ciò avverrà, sarà poi molto semplice valutare proposte come “Agrivillage” o come “l'Oasi dell'Immacolata”.

Inoltre, ciò che chiediamo, al presente Consiglio Comunale, è di riconoscere questi principi come metro di valutazione per ogni proposta, sia essa presente che futura. Solo in questo modo, a nostro parere, esprimersi e discutere sugli atti successivi sarà molto più semplice per tutti gli attori in campo.


Intervento del Consiglio dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Asti al Consiglio comunale aperto di Asti 5 ottobre

Progetto verde urbano

di: Marco Pesce

FORUM “CULTURE” – terzo incontro - Asti, 21.02.2014

Scheda 01 – Proposta per un nuovo tipo di collaborazione tra Ordini professionali ed Amministrazione pubblica: il “Progetto Verde Urbano” a cura di Marco PESCE

Commissione Cultura Ordine degli Architetti, P.P.C. della Provincia di Asti

PROPONENTI: Ordine degli Architetti, P.P.C. della Provincia di Asti -

DESTINATARIO: Amministrazione comunale di Asti

PROGETTO: Censimento ed informatizzazione dati verde urbano, definizione di una zonizzazione del verde in città, predisposizione di linee guida di intervento per il verde pubblico e privato

  1. Premessa

L’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Asti e l’Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali della Provincia di Asti:

  • hanno individuato nel sistema delle aree verdi urbane un possibile ambito pilota nel quale sperimentare una nuova forma di cooperazione tra Pubblica Amministrazione, Ordini professionali ed Università;
  • credono che il verde urbano debba divenire uno degli asset fondamentali per una possibile Asti di domani, che sia sostenibile, accessibile ed accogliente: in una parola smart;
  • credono inoltre che il patrimonio arboreo cittadino possa trasformarsi da costo (quale oggi pare percepito dall’Amministrazione pubblica) in risorsa ambientale ed economica per la città;
  • hanno pertanto messo a disposizione dell’Amministrazione comunale le proprie competenze proponendo un progetto di collaborazione che prevede le seguenti azioni:
  • completamento del censimento delle aree verdi urbane ed informatizzazione dei dati raccolti
  • definizione di una zonizzazione del verde in città
  • predisposizione di linee guida di intervento per il verde pubblico e privato finalizzate alla successiva predisposizione di un vero e proprio Piano del Verde Urbano corredato di un suo Regolamento applicativo, utili strumenti al momento mancanti alla città di Asti.

Ad un recente incontro l’Amministrazione si è detta disponibile a sperimentare questo nuovo tipo di collaborazione, ed è in fase di elaborazione un protocollo di intesa che possa dare inizio al progetto.

  1. Il “Progetto Verde Urbano”

I due Ordini proponenti ritengono che le competenze e le capacità professionali dei propri iscritti possano essere utili all’Amministrazione comunale al fine di dotarsi di un potente strumento per una corretta gestione ed utilizzazione del patrimonio arboreo pubblico cittadino.

Sono convinti che in un momento storico particolarmente complesso come quello attuale, dove da una parte le nuove norme legislative in vigore in materia di verde pubblico impongono determinati obblighi alle Amministrazioni comunali, dall’altra la scarsità di risorse economiche a disposizione costringono le stesse a difficili scelte operative, sia importante la capacità del soggetto pubblico di percepire l’importanza della risorsa-verde per la città, nonché l’utilità di quanto proposto e le sue potenzialità nel contribuire ad una netta riduzione dei costi di gestione del verde.

Il verde cittadino ed il patrimonio arboreo urbano possono concretamente rappresentare vettori di opportunità ed attrazione.

2.1 Finalità del progetto

FASE 1

  • completare il censimento di tutte le aree verdi del Comune di Asti, ivi comprese le alberate, i parchi e le sponde fluviali (il Comune di Asti ha già moltissimi dati informatizzati)
  • adeguarsi a quanto imposto dalla Legge n. 10 del 14 gennaio 2013 in tema di verde urbano
  • ottimizzare il sistema di gestione e manutenzione del verde pubblico, abbattendo considerevolmente i costi di gestione
  • salvaguardare e rendere pienamente fruibile ai cittadini il patrimonio del verde urbano, trasformandolo da costo in risorsa
  • informare in tempo reale della quantità di anidride carbonica compensata dal verde pubblico
  • rendere i giovani più consapevoli dell’importanza della conoscenza e del corretto utilizzo del verde pubblico
  • promuovere nuove opportunità di occupazione temporanea per professionisti, neo laureati e tirocinanti astigiani
  • coinvolgere gli studenti di alcuni istituti superiori (ad es. geometri, periti agrari) ed offrire loro un percorso formativo specifico basato sull’opportunità di svolgere uno stage al fianco di tecnici professionisti

FASE 2

  • sulla base dei risultati raccolti definire una zonizzazione del verde in città
  • predisporre linee guida di intervento per il verde urbano pubblico e privato

FASE 3 (successiva)

  • elaborare un vero e proprio Piano del Verde Urbano ed il suo Regolamento applicativo, da integrarsi con le norme del vigente Piano Regolatore Comunale

2.2 Il censimento del verde e l’informatizzazione dei dati: specifiche

Integrando un database, contenente i dati raccolti, con un sistema informavo geografica (G.I.S.) sarà possibile:

  • archiviare e gestire in modo efficace informazioni relative al territorio
  • geo-referenziare gli oggetti censiti, rilevandone la posizione G.P.S.
  • programmare e gestire la manutenzione ordinaria e straordinaria
  • produrre stati di avanzamento dei lavori
  • effettuare analisi previsionali a supporto della decisione

Inoltre l’introduzione della tecnologia qr code (evoluzione del codice a barre), permetterà di rendere disponibili le informazioni acquisite in campo e storicizzate nella banca dati, sia per scopi didattici o turistici, che per segnalazioni alla pubblica amministrazione.

Interpolando i dati del censimento con gli standard di assorbimento di CO2 di ogni pianta, sarà possibile rendere disponibile su un sito web, in tempo reale, la quantità di CO2 compensata. Tale progetto sarà estendibile a tutte le realtà che si occupano della gestione del verde offrendo un efficace supporto informatico e consentendo:

  • la gestione efficiente di tutti i dati di censimento
  • la gestione, il controllo e l’analisi economica dei piani d’intervento
  • l’analisi del livello di fruibilità e di sicurezza del patrimonio verde
  • la creazione di un sistema informativo bidirezionale in rete che consenta di interloquire con la P.A. e di rendere le informazioni e gli interventi sul verde pubblico accessibili e trasparenti ai cittadini
  1. Conclusioni

Risulta evidente come il “Progetto Verde Urbano” rientri in una filosofia di Smart City, espressione che indica la città intelligente, l’ambiente urbano in grado di agire attivamente per migliorare la qualità della vita dei propri abitanti; una città in grado di conciliare e soddisfare le esigenze di cittadini, imprese, istituzioni, grazie all’impiego diffuso ed innovativo delle nuove tecnologie, in particolare nei campi della comunicazione, della mobilità, dell’ambiente e dell’efficienza energetica.

Il “Progetto Verde Urbano” potrà consentire:

  • alla Pubblica Amministrazione di ridurre e ottimizzare i costi della gestione burocratica del proprio patrimonio verde;

 

  • al cittadino di conoscere in tempo reale, tramite l’accesso ad un area dedicata ad esempio del sito del Comune, lo stato del verde pubblico e di fornire direttamente ai tecnici le segnalazioni di malfunzionamento o di pericolo legate al verde;

 

  • alle scuole e alle famiglie di visionare virtualmente il patrimonio del parco tramite l’utilizzo di smartphone che forniranno le informazioni didattiche relative alla specie selezionata attraverso l’utilizzo dei qr code;

 

  • al turista di seguire veri e propri “percorsi verdi” in città, che potranno affiancarsi ai percorsi architettonici e a quelli storico-culturali, rendendo di fatto il verde nuova risorsa (anche economica) per l’intera città.

Il Progetto Verde Urbano verrà presentato alla cittadinanza il giorno 10 maggio 2014, nel corso di alcuni momenti di socializzazione durante il prossimo Festival del Paesaggio Agrario.

Documento di orientamento strategico "Lucca dentro"

di: Marco Pesce

FORUM “CULTURE” – terzo incontro - Asti, 21.02.2014

Scheda 02 – Esempio di un piano strategico: analisi del Documento di orientamento strategico “Lucca Dentro”

a cura di Marco PESCE

Commissione Cultura Ordine degli Architetti, P.P.C. della Provincia di Asti

  1. Premessa

A seguito della prima edizione di A.S.T.I. FEST, l’Ordine degli Architetti P.P.C. della Provincia di Asti ha pensato di organizzare alcuni cicli di convegni che vogliono essere occasioni di incontro, di indagine critica sulla città, momenti di vera e propria esplorazione collettiva della realtà urbana astigiana, con dibattiti e scambi di idee su tematiche inerenti l’architettura, l’urbanistica, il paesaggio, la cultura: A.S.T.I. FEST off.

Il primo ciclo di incontri avrà come titolo “Percorsi di rigenerazione urbana”: nel corso del secondo appuntamento, in data 20 marzo alle ore 20,45 presso l’ex sala consiliare in Piazza San Secondo, verrà illustrato dall’Amministrazione della città toscana il Piano “Lucca Dentro”.

La presente scheda è stata redatta quale (breve) sunto degli indirizzi del Documento di Orientamento Strategico che sta alla base del Piano e che ne ha guidato l’intera realizzazione: è un esempio di come un’Amministrazione abbia saputo condensare in un documento programmatico semplice e snello la visione del proprio futuro.

  1. I PIUSS

La Regione Toscana, nel campo della rigenerazione urbana, ha basato la programmazione regionale utilizzando i Fondi strutturali comunitari 2007-2013.

Sono stati individuati specifici strumenti (i Piani Integrati Urbano di Sviluppo Sostenibile – PIUSS) che hanno l’obiettivo “(…) di qualificare i sistemi urbani e metropolitani per favorire lo sviluppo sostenibile, l’attrattività e la competitività sui mercati internazionali”.

I PIUSS costituiscono un insieme coordinato di interventi, pubblici e privati, per la realizzazione – in un’ottica di SOSTENIBILITÀ – di obiettivi di sviluppo socio-economico, attraverso il miglioramento della qualità urbana e ambientale, e una razionale utilizzazione dello spazio urbano.

Si basano prevalentemente su interventi di recupero, riqualificazione, riconversione e valorizzazione del patrimonio urbano esistente.

  1. “Lucca Dentro”

Nasce come esperienza di orientamento e pianificazione del Centro Storico di Lucca e come strumento progettuale permanente per la città.

L’indirizzo del progetto è stato quello di programmare, guidare e collegare gli interventi sul patrimonio pubblico e privato, creando, con strategie di ampio respiro, le condizioni perché gli usi, gli strumenti e le funzioni risultino tra loro coerenti ed utili alla città.

Il Progetto ha l’obiettivo di valorizzare le prerogative e le risorse del patrimonio dell’area urbana interessata, creando allo stesso tempo le condizioni affinché tale attività si estenda a tutto il tessuto urbano e sub-urbano lucchese:

  • l’accessibilità (capacità di accoglienza, di accesso, di riappropriazione delle aree urbane)
  • la sostenibilità ambientale (esercizio del diritto alla qualità della vita)
  • la competitività territoriale (restituzione di attività e funzioni nel tessuto socio-economico di un’area della città che presenta caratteristiche per una riqualificazione; consapevolezza e rispetto dell’importanza del patrimonio architettonico interessato)
  • la rigenerazione urbana (promozione di un’intesa di operatività progettuale e di lavoro tra gli organi competenti e responsabili della tutela del patrimonio architettonico)
  1. Estratti dal Documento di Orientamento Strategico

Ho riportato di seguito in corsivo alcuni brani che ritengo esemplificativi del processo di analisi e di pianificazione effettuato, nonché di grande analogia con il caso astigiano: omettendo volutamente i riferimenti a Lucca, pare si parli di Asti…

  • occorre creare le condizioni per la continuazione della città (…) nella molteplice varietà dei suoi valori tradizionali e nella soddisfacente esplicitazione di quelli innovativi suggeriti dai criteri dello sviluppo sostenibile e di incremento della qualità della vita.

 

  • risultano evidenti fitti e numerosi gli insanabili episodi di forzatura e coercizione del tessuto, di effrazione della morfologia del paesaggio, di ablazione o di intollerabile contaminazione delle tipologie edilizie preesistenti e di obliterazione delle qualità ambientali del territorio, nonché di totale indifferenza alle tracce dell’acculturazione precedente. Vale perciò la pena assumere responsabile nozione di tali fenomeni a grande scala, valutarne l’esempio, indagare le ragioni e prendere atto delle loro conseguenze laddove in epoca attuale si offrono le occasioni ideali per risarcire antiche ferite e creare le opportunità di continuare forme e funzioni della città interrotta in un quadro di opere innovative e sostenibili. È necessario ritrovare nel contesto e nella nuova definizione degli spazi urbani, nelle opere di infrastrutturazione del territorio, di creazione di servizi, quel principio ordinativo di “luogo” che ha governato lo sviluppo del tessuto del territorio e della città fino all’epoca della ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale; estendere il concetto di “recupero” o di “rigenerazione” a fondamento sistematico di intervento e su questa scacchiera riordinare i “luoghi” della continuazione della città contemporanea.

Parlando del modello di approccio affinché la città continui nel futuro:

  • bisogna doverosamente valutare (…) se consistono i principi per istituire a metodo e far funzionare a sistema i nuovi modelli esemplari di sviluppo della città, per identificarne le facoltà e le misure di rigenerazione del “genius loci”, per fare della “sostenibilità” degli interventi non soltanto un’opzione ambiziosa di tendenze intellettualistiche ma uno strumento cosciente e permanente di progettualità dotato di discipline e di regole non ambigue e non manipolabili a seconda del prevalere di interessi estranei ai valori del territorio e della città.

 

  • operare su tessuti esistenti dentro e fuori delle mura urbane onde ricercare le condizioni per avviare la riproduzione di “contesti” urbanistici contemporanei, funzionanti in armonia con il progresso e con il diritto alla felicità della comunità: cellule di rigenerazione (…). È pertanto necessario che queste cellule possiedano eccezionale versatilità e capacità di coinvolgimento, di aggregazione, di compartecipazione, di trascinamento tra loro e nei confronti di parti della città e del territorio le quali possano concorrere ad istituire un nuovo ordine di ruoli, di funzioni, di servizi, di qualità ambientale, di impiego delle risorse, di convivenza sociale, e siano in grado di innescare percorsi politici virtuosi e generare orientamenti illuminati della proprietà privata e dell’imprenditoria attraverso i quali sia ristabilito l’equilibrio tra l’edificato e l’edificabile, tra il riuso e la nuova costruzione, (…) tra la conservazione delle antiche e nobili testimonianze e la loro costituzione in patrimonio culturale di tutti, fino a giungere a criteri di demolizione del costruito irrecuperabile, e senza possibilità di ragionevole reintegrazione all’uso.

Non si tratta quindi di un modello unico ed irreversibile da applicare schematicamente o secondo regole statistiche e algoritmi economico-finanziari ma di un nuovo modo di confrontare le esperienze del passato e le loro testimonianze fisiche, riconoscendone gli aspetti positivi ed esemplari, con una condizione del presente spesso estranea agli interessi e al beneficio della comunità e intollerabile per una civiltà che intenda proclamarsi evoluta.

  • di molti fenomeni (…) come certe interruzioni (…) procurate dal passaggio di infrastrutture, di servizi, dal degrado fisico di strutture e dall’abbandono di attività e di funzioni, dalla marginalizzazione di ambienti sociali ed etnici bisogna prendere coscienza progressivamente ed operare attraverso progetti specifici con il fine di rimuovere le radici, suturare le grandi cesure, bonificare i contorni, individuarne la capacità di creare nuovi paesaggi e di adunare nei luoghi nuovi significati e ragioni per lo sviluppo: del quale occorrerà dar conto e misura non tanto quantitativa quanto di miglioramento della qualità della vita per gli abitanti.
  • per ottenere l’avvio di efficaci processi di rigenerazione urbana non basta regolamentare gli episodi puntuali ma è necessario in primo luogo rigenerare il sistema complesso del tessuto di relazioni e di interdipendenze che faccia da scacchiere alla città del futuro, attraverso verifiche e mutamenti di scala continui per valutare nell’ambito territoriale la molteplicità delle criticità e delle problematiche che le esigenze di sviluppo implicano, per individuare e applicare le soluzioni offerte dagli strumenti più evoluti della scienza e della tecnologia contemporanea, per dimensionare ragionevolmente nel tempo e nello spazio quelle scelte che dirigeranno la crescita della comunità con nuove prospettive e nuove speranze di successo.

La mobilità e i trasporti, il rapporto tra luoghi di lavoro e la residenza, la salubrità dell’ambiente, la qualità delle relazioni sociali e i processi di integrazione per tutte le età, tutti i ceti, tutte le etnie, la fungibilità della rete dei servizi e delle attrezzature, il beneficio delle iniziative socio-culturali, ed altri bisogni fortemente strutturati nel vivere civile contemporaneo hanno spesso soluzioni che vanno oltre la dimensione del vicinato e si debbono prevedere ed organizzare a scala di area vasta.

Ecco che l’impianto di questi modelli, la creazione di questi contesti necessita di una mobilitazione progettuale continua che diventi anche motore permanente di corretta informazione e comunicazione, orecchio e cassa di risonanza della volontà dei cittadini, che ne raccolga i bisogni e che ne proponga le soluzioni, che ne adatti l’applicazione alle risorse e alle capacità d’investimento del pubblico e del privato, che ne sorvegli i ragionevoli adeguamenti e ne monitorizzi le possibilità di miglioramento e che sia sostenuta da un governo della città e del territorio consapevole della portata epocale delle scelte da compiere e della loro programmazione ed attuazione tempestiva.

Relativamente ai problemi della città attuale e agli scenari futuribili della città:

  • si può avviare un deciso processo di rigenerazione urbana all’interno delle mura, recuperando aree ed edifici. (…) Si tratta di edifici di riferimento, ordinatori di brani di tessuto urbano che spesso si collegano o dovrebbero essere collegati tra loro. È quindi giusto e possibile, rimanendo nell’ambito del Piano Strutturale, avviare l’opera di rigenerazione urbana, salvaguardando e valorizzando opportunamente non solo i rapporti storici per esempio tra edificato e verde, ma evidenziando ancora più significativamente la forma urbis, cioè il disegno della cerchia muraria che li contiene (…)
  • è accaduto e tuttora accade che in epoca contemporanea si sia andata disperdendo la facoltà di attuare e di riconoscere la forma “progressiva” della città, intendendo, con questa definizione, la sommatoria dei criteri e dei metodi di intervento, più o meno spontanei, che ha consentito la creazione (…) del fenomeno città, il contesto di cultura autorigeneratrice dell’equilibrio delle forme e dei codici di comportamento per la conservazione della qualità dell’immagine urbana. (…) la dispersione della “forma progressiva” è anche dispersione di cultura, involgarimento e banalizzazione degli interventi, casualità e disattenzione ai risultati, indifferenza e negazione del “genius loci” (…): pertanto la “forma urbis” e quindi anche l’immagine della città, che ne costituisce la figurazione visibile, non progredisce culturalmente ma subisce un’interruzione e comincia ad avvertire sensibilmente l’influenza di fenomeni spesso incalzanti ed inarrestabili. (…) il depauperamento ed il ricambio forzoso della popolazione residente ed attiva, la pressione operata sugli immobili dalla concentrazione in un’area molto ridotta degli interessi legati al commercio, lo sviluppo incontrollato della penetrazione e della sosta dei mezzi motorizzati, la mancanza di continuità di una politica progettuale, attendibile ed omogenea, di pubblici investimenti sui suoli integrativi e sostitutivi delle attività tradizionali del Centro Storico in via di deperimento (turismo, artigianato, commercio, cultura) hanno contribuito a smorzare e talora ad annichilire il clima di retaggio tra la città antica e quella contemporanea.

Riguardo ai lineamenti per la definizione della città di domani:

Cerchiamo di illustrare gli scenari possibili per CAMBIARE STILE, TENDENZE, COMPORTAMENTI: cioè lavorare con convinzione, continuità e professionalità intorno a sistemi e metodi di NUOVA COMUNICAZIONE e di NUOVA QUALITÁ D’INTERVENTO, costruendoli sui programmi, sui progetti, sui contenuti concepiti espressamente per rilanciare l’identità (…), per rigenerare, attraverso la CONDIVISIONE e la PARTECIPAZIONE, gli scenari urbani. Si tratta con ogni evidenza di un progetto articolato e complesso ma solo con un progetto complesso (…) si può invertire la tendenza, ed invertire la tendenza significa operare alcune coraggiose

SCELTE DI CAMPO:

(Lucca), che si proclama INDISPONIBILE

  • alle forti concentrazioni urbanistiche
  • agli usi impropri dei luoghi urbani e delle risorse ambientali
  • al turismo escursionistico
  • alle logiche corporative
  • all’omologazione a la livellamento culturale
  • ai progetti di mediocre qualità

(Lucca), che si proclama DISPONIBILE

  • alla cultura diffusa della progettualità
  • ai confronti permanenti costi/benefici
  • ai programmi di insediamento integrato tra le diverse attività
  • ai progetti di alta qualità urbana, attraverso

 

SCELTE OPERATIVE:

(Lucca), che si rende APPETIBILE

  • alle iniziative di livello europeo ed internazionale
  • all’insediamento di istituti e fondazioni internazionali di ricerca, di istruzione e di formazione superiore
  • al confronto tra diverse culture e tradizioni

(Lucca), che propone PROGETTI MIRATI E DEDICATI

  • alle iniziative culturali di grande respiro
  • alla sperimentazione e all’impiego delle innovazioni tecnologiche
  • alla tutela ambientale, alla sostenibilità degli interventi, alla utilizzazione delle risorse
  • al riordino strutturale ed infrastrutturale dell’intero territorio, dimensionato secondo due distinti strumenti
  • L’ANALISI DEL MARKETING URBANO
  • LE AZIONI DI RIGENERAZIONE RUBANA

A proposito del MARKETING URBANO:

  • và inteso come ANALISI DI SCENARIO sul campo a tutto raggio con particolari approfondimenti su CULTURA, TURISMO, SERVIZI. Contemporaneamente vengono svolti studi di fattibilità dei progetti di settore, producendo per ognuno di essi l’analisi costi-benefici.

Con l’obiettivo comune di aprire gli scenari di prospettiva del MARKETING URBANO, vari strumenti di assetto istituzionale, di indagine e di analisi possono essere messi in atto, quali:

  • PATTO PER LA CITTÁ
  • AGENZIA DI SVILUPPO
  • DEFINIZIONE DEL PRODOTTO
  • AZIONI FINANZIARIE
  • GESTIONE DEL PROGETTO

In particolare:

  • il PATTO PER LA CITTÁ è stipulato da tutti i soggetti che hanno funzioni di governo e/o imprenditoriali: Comune, Provincia, Regione, Associazioni di categoria, Sovrintendenze, Università, Sindacati. Il PATTO PER LA CITTÁ non è un tavolo di concertazione, né una conferenza dei servizi, ma un DOCUMENTO ATTUATIVO del progetto (…), promosso dal Sindaco, che integra gli assessorati alla cultura, al turismo, allo sviluppo economico, all’urbanistica.
  • L’organo operativo del PATTO sarà l’AGENZIA DI SVILUPPO E GESTIONE, che risponde direttamente al Sindaco.
  • La definizione del PRODOTTO LUCCA è anch’esso impegno dell’Agenzia. Unica condizione sarà la qualità: cultura di qualità, turismo di qualità, servizi di qualità.
  • Il progetto compiuto di MARKETING URBANO esprimerà il programma culturale (cultura prodotta, cultura accolta, cultura innovativa), il regolamento turistico (turismo culturale, turismo informato, turismo preparato) e la qualità dei servizi (infrastrutture, mobilità, ambiente, informazioni).
  • Con i dati che prefigurano l’aumento di valore della città l’Agenzia è in grado di lanciare la fase delle AZIONI FINANZIARIE, proponendo investimenti e partnership a scala mondiale.
  • L’Agenzia stessa sarà organo di supervisione e garanzia delle successive progettazioni, ne curerà la gestione: dei cantieri prima, della funzionalità e della manutenzione poi.

Ri-naturalizzare la città

di: Marco Pesce

X Edizione del Festival del Paesaggio agrario

 “Ri-naturalizzare la città”

Introduzione di Marco Pesce, architetto

1 agosto: questa data rappresenta per l’anno 2018 l’Earth Overshoot Day. Stimato ogni anno dall’organizzazione di ricerca internazionale Global Footprint Network, è il punto di non ritorno, il giorno in cui l’umanità ha completamente esaurito le risorse a propria disposizione per l’intero anno, e nel 2018 lo ha fatto in appena 212 giorni! In altre parole, la popolazione globale sta consumando risorse 1,7 volte più velocemente di quanto gli ecosistemi del nostro pianeta possono rigenerare. Oggi ormai tutti sappiamo che queste minacce hanno raggiunto una dimensione allarmante: siamo preoccupati, ma probabilmente non lo siamo abbastanza.

In Italia il solo settore delle costruzioni nel suo complesso consuma circa il 40% dell’energia primaria totale e ogni anno questo consumo aumenta del 2%, con conseguenze sulle emissioni in atmosfera di gas inquinanti, soprattutto in ambito urbano. È dunque necessario ripensare in termini di SOSTENIBILITÀ la gestione gli edifici e in termini di EFFICIENZA ENERGETICA la loro realizzazione al pari di qualsiasi prodotto industriale.

Come progettisti dobbiamo modificare alcuni PARADIGMI ed alcuni APPROCCI nel nostro modo di lavorare: dobbiamo imparare a considerare nei nostri progetti anche l’energia grigia, ovvero tutti i consumi, tutta l’energia impiegata per le fasi di realizzazione, trasporto, installazione, dismissione o sostituzione del PRODOTTO-EDIFICIO e delle sue componenti. L’energia in qualche modo deve diventare architettura.

Anche come committenti possiamo fare molto, compiendo scelte e valutazioni che investano l’edificio non solo al momento della sua costruzione, ma in un arco temporale ben più ampio.

Infine, pure i cittadini possono avere un ruolo importante, adottando comportamenti virtuosi nel proprio quotidiano e facendo massa critica nei confronti delle tematiche ambientali per spingere le amministrazioni delle nostre città a compiere scelte più coraggiose, più lungimiranti, più strategiche, che siano in grado di guardare oltre le tempistiche del mero mandato elettorale.

Esistono da tempo nel mondo, e stanno diventando sempre più numerose, comunità che hanno già intrapreso questo percorso virtuoso, senza attendere che leggi o trattati glie lo imponessero: sono città che hanno focalizzato nella RESILIENZA il proprio obiettivo a breve e medio periodo e sono denominate TRANSITION TOWNS. Rappresentano realtà urbane che si preparano ad affrontare la doppia sfida costituita dal sommarsi del riscaldamento globale e del picco del petrolio, riducendo i consumi energetici ed incrementando la propria autonomia a tutti i livelli, dall’energia al cibo.

Le principali strategie delle città di transizione riguardano il risanamento energetico degli edifici, la mobilità sostenibile, l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, la raccolta differenziata, il riciclo dei rifiuti e la ri-naturalizzazione degli ambienti urbani.

Il tema del ritorno della natura nelle città ha costituito il focus della seconda giornata della X edizione del Festival del Paesaggio Agrario, nella quale si sono approfondite le esperienze di città piccolissime (Tomorden, UK), grandi metropoli (Parigi) e altre realtà che hanno individuato nel verde urbano il principale motore della rigenerazione e del cambiamento (Lubiana, Berlino, Nice, NewYork). Sono stati affrontati i temi delle varie funzioni del verde urbano e del suo importantissimo ruolo sociale, con immagini di recenti progetti condivisi e partecipati di orti e parchi realizzati a Torino; la giornata si è conclusa nel tentativo di delineare un possibile “Vademecum della città verde”.

Costruire un contenitore di idee

di: Marco Pesce

Le nostre città custodiscono molti luoghi di valore storico-architettonico che negli anni sono stati dimenticati per le cause più diverse, finendo poi per uscire dai circuiti della fruizione urbana pur restando ancora ricchi di storie da raccontare e di potenzialità inespresse. Tali dinamiche di abbandono tendono a generare fenomeni con caratteristiche simili a quelle dei buchi neri, i quali esercitano un’attrazione gravitazionale negativa sempre maggiore destinata a svuotare progressivamente, ma inesorabilmente, il proprio intorno.

È però possibile realizzare interventi, magari minimali e a costi ridotti, che sono invece in grado di trasmettere energia alle zone adiacenti: azioni di rigenerazione non dirette necessariamente a luoghi o edifici strategici per la città, ma capaci di compiere la propria mission anche operando su piccola scala, in spazi o edifici di secondaria importanza, in luoghi comuni (nell’accezione di luoghi “della comunità”).

Da palestra a spazio multifunzionale

L’operazione di recupero e rifunzionalizzazione della “ex palestra Muti”, mirata alla creazione di uno spazio per l’Associazione Culturale FUORILUOGO che fosse un po’ sede e un po’ contenitore per eventi culturali di vario genere, è una di quelle azioni che possiede le potenzialità per diventare motore energetico per una importante parte di città: energia culturale ma anche economica, quasi fosse un anticorpo al degrado capace di intervenire in maniera positiva su alcune restrizioni o interruzioni dei flussi vitali del malato-città.

Prima dell’intervento il fabbricato si trovava in stato di abbandono, ma era tutt’altro che un nonluogo: era identitario, relazionale e storico; semplicemente, dopo vari cambi di destinazione d’uso, varie vite, aveva perduto per strada la propria ultima funzione e nessuno per decenni era stato in grado di attribuirgliene una nuova.

Il contesto

L’area in cui sorge il fabbricato ha avuto la sua storia romana e il suo passato medievale; ha ospitato per lunghi anni ben tre conventi (Carmine, Sant’Anna e Santo Spirito, San Giuseppe); è quindi diventata presidio militare, poi in parte residenza ed infine grande spazio vuoto.

L’Amministrazione comunale ha da tempo elaborato un Piano di Recupero del comparto urbano denominato “Ex Casermone”, il cui focus è rappresentato dalla riconversione dell’area in luogo di produzione culturale; all’interno di tale area sono attualmente presenti realtà che hanno già trovato nuova vita grazie ad importanti lavori di restauro e rifunzionalizzazione: la sede dell’Archivio di Stato, il nuovo Palazzo di Giustizia, la scuola “Gatti” (che da qualche anno ospita la Casa del Teatro 3), l’ex Chiesa di San Giuseppe (divenuto dapprima Piccolo Teatro Giraudi ed ora Spazio KOR per produzioni teatrali, con attiguo e recente Museo della Scenotecnica). All’interno di tale previsione urbanistica la ex palestra Muti era stata individuata quale possibile centro di produzione culturale.

L’Amministrazione comunale, tenendo fede agli indirizzi del Piano di Recupero, nel dicembre 2015 ha ricercato mediante bando pubblico soggetti che si proponessero quali gestori dello spazio dell’ex palestra Muti con le finalità culturali auspicate. L’Associazione astigiana FUORILUOGO (Marco Ferrero, Luca Pozzi, Federico Sacchi, Riccardo Crisci, Marco Amico, Marco Boero) ha raccolto la sfida proponendo un progetto di recupero dell’immobile finalizzato alla nascita di un nuovo luogo urbano, uno spazio in grado di generare sia cultura che socialità, una vera e propria “casa della cultura” aperta ai contributi dell’intera città.

Il concept progettuale

La mission che mi è stata affidata ad inizio 2016 è stata quella di trasformare una grande scatola completamente vuota in un contenitore di idee.

L’idea portante del progetto è stata fin da subito quella di adattare lo spazio esistente alle esigenze della Committenza senza alterare l’involucro storico, peraltro vincolato dalla Soprintendenza, realizzando una sorta di macchina per la cultura ove ogni componente, tanto architettonica quanto tecnologica, sarebbe stata studiata per assolvere una o più funzioni: si sarebbe trattato quindi di un intervento nel quale la forma architettonica del nuovo non avrebbe avuto valore in sé, ma sarebbe stata conseguenza diretta della propria funzione. Il contenitore sarebbe diventato lo specchio del contenuto, la sua manifestazione fisica.

Ho successivamente coinvolto nel team di progetto dapprima le colleghe Elisabetta Gonella e Alexandra Scotto e in seguito, per le rispettive competenze specialistiche, il geologo Marco Bosetti (indagini geologiche e relazione geotecnica), l’ing. Matteo Bosia (progettazione acustica), i p.i. Flavio Doglione ed Andrea Rossi (progettazione esecutiva impianti), nonché Andrea Barbano ed Elena Bianco (studio luci).

L‘immobile si presentava tutt’altro che semplice: internamente molto alto, con due pareti completamente cieche e due quasi completamente vetrate. Tutti i vincoli (edilizi, normativi, di tutela, spaziali, temporali) sono però diventati input che hanno guidato la progettazione e portato alla soluzione infine realizzata.

Lo spazio interno dell’originaria scatola in mattoni e vetro è stato suddiviso, scomposto, in modo da poter assolvere le molteplici funzioni richieste, ma è stato allo stesso tempo mantenuto visivamente unitario. Si sono creati un dentro ed un fuori, un sotto ed un sopra, conservando tuttavia il volume sostanzialmente indiviso ed interamente leggibile; si sono inoltre creati dei quando, poiché la struttura è stata pensata come mutevole, pronta ad assumere varie configurazioni a seconda dei diversi eventi.

Le linee guida del progetto

Rispetto delle preesistenze, per cui nessuna ricerca della mimesi bensì esplicito dialogo del nuovo con l’esistente, magari anche in aperto contrasto; denuncia della natura tecnica e tecnologica dell’intervento, per un fabbricato destinato ad essere una machine culturelle;

Reversibilità dell’intervento, ovvero transitorietà della soluzione progettuale, per cui utilizzo di strutture il più possibile leggere, smontabili, con tecnologie a secco, in modo che una sua eventuale futura trasformazione in qualcos’altro non generi extra oneri di riconversione alla collettività (l’immobile è e resterà pubblico); nuove strutture portanti in acciaio separate e staticamente indipendenti dalle pareti e dal soffitto dell’involucro storico, e realizzate in massima parte con elementi imbullonati tra loro e non saldati;

Progetto modificabile nello spazio e nel tempo, sufficientemente flessibile per poter accompagnare negli anni le mutevoli esigenze della Committenza; a soluzioni più definite ma forse eccessivamente rigide sono state preferite soluzioni aperte al cambiamento; un gioco ad incastri, con elementi che possono essere spostati, modificati, sostituiti; un progetto resiliente ai cambiamenti, ovvero in grado di adattarvisi con facilità;

Contenimento dei costi, non dei contenuti, ovvero ricerca di soluzioni polivalenti, rielaborazione in versione low cost di tecnologie più costose; scelte impiantistiche e di arredo implementabili nel tempo per ridurre l’impegno economico necessario in prima istanza per l’apertura del locale;

Tempi di realizzazione minimi, che si sono tradotti in 13 mesi complessivi tra la data della concessione temporanea dell’immobile all’Associazione (2 febbraio 2016) e l’evento di apertura del locale (2 marzo 2017), dei quali 5 mesi effettivi di cantiere.

Creatività a low cost

Tenuto conto delle dimensioni dello spazio e del fatto che si tratta di un locale aperto al pubblico, l’operazione è dichiaratamente low cost in quanto a materiali utilizzati e soluzioni tecniche adottate: il massimo risultato possibile con il minimo sforzo economico. Tuttavia realizzare interventi con risorse limitate non significa necessariamente elaborare progetti a bassa risoluzione. Negli ultimi anni in tutto il mondo molti architetti stanno costruendo o ristrutturando edifici con budget fortemente limitati, e stanno trasformando questa mancanza di denaro in un’opportunità creativa. La crisi economica globale, ma forse anche una presa di coscienza collettiva circa i temi della sostenibilità, della resilienza, del riuso più o meno temporaneo degli immobili, dell’impermanenza, stanno generando cambiamenti anche nell’approccio progettuale, stanno creando nuovi paradigmi che a loro volta favoriscono interventi più delicati, più sottili, meno invasivi, meno autoreferenziali. «C’è vero progetto solo in presenza di risorse scarse» si studiava nei primi anni di università: forse questa riduzione di risorse può essere di incentivo per il diffondersi di un’architettura migliore, più attenta.

Il compito del progettista

Sono convinto che il compito del progettista oggi non si esaurisca nel mero studio dell’oggetto architettonico, ma debba necessariamente estendersi alla ricerca di relazioni (con i luoghi, i committenti, i colleghi progettisti, le maestranze, i futuri fruitori), allo studio di nuovi spazi, nuove tecniche, nuove soluzioni: ripulendo, semplificando e, se possibile, progettando a bassa voce.

Verso un riuso creativo e giovane degli spazi

di: Associazione CRAFT, Associazione FUORILUOGO

Grazie ad una crescente considerazione economica del patrimonio culturale, si stanno affermando nel nostro paese molti casi di riconversione di contenitori architettonici in spazi di creatività e lavoro; che si tratti di ex fabbriche ormai abbandonate, teatri e cinema o chiese sconsacrate, si può affermare che ormai il nuovo trend è quello di riutilizzare questi locali per creare micro-imprenditorialità attraverso la creazione di luoghi di co-working, start-up a carattere innovativo e culturale e cooperative sociali.

Il fenomeno si sta così diffondendo che anche “Il Sole 24ore” si è occupato di questa tematica nel “road book” di Giovanni Campagnoli, “Riusiamo l’Italia”, che parte da una ricerca sulle buone pratiche di riutilizzo degli spazi. Il libro analizza queste "buone prassi" che si stanno diffondendo nel Paese, per individuare modelli organizzativi efficaci rispetto alla capacità di creazione di valore economico, a partire dalle specifiche funzioni sociali e culturali. Riusiamolitalia.it raccoglie numerosi casi in una rete italiana di esperienze innovative.

Partendo da questa premessa, assistiamo in questi mesi all’apertura di due nuove realtà locali, nate per creare una nuova esperienza culturale e che diventino un punto di riferimento a livello locale, e non, per creare un nuovo polo culturale ai margini del centro storico.

I punti di riferimento e ispirazione per questa nuova progettazione e gestione culturale arrivano da grandi realtà urbane, Torino e Milano per il nostro paese, dove sono nati importanti investimenti di ri-funzionalizzazione di spazi industriali, come il Bunker di Torino, noto locale e spazio d’arte vicino al Cimitero monumentale. Questi modelli si stanno diffondendo molto anche in aree interne e città più piccole, ad esempio Fondazione Pistoletto di Biella o Centrale Fies di Terni, dove l’arte contemporanea occupa spazi molto affascinanti di archeologia industriale.

Il fiorire di questi spazi avviene spesso grazie a specifici bandi di finanziamento, come Culturability della Fondazione Unipolis, che ogni anno supporta 5 progetti di ri-attivazione di spazi urbani per funzioni culturali e sociali. Tra i vincitori dell’ultima edizione troviamo progetti legati a cascine in Lombardia trasformati in hub per il sociale (CasciNet), un palazzo medioevali in Val Tiberina Toscana che diventa gallerie d’arte e spazio di co-working (CasermArcheologica + Art Sweet Art), un albergo incubatore di creatività a Terni e Rieti (Hostello delle idee) e il nuovo museo della fantascienza di Torino (Mufant).

Spazio Kor

L’Associazione CRAFT, in collaborazione con il Teatro degli Acerbi, a partire dalla stagione teatrale 2016 – 2017 ha preso in gestione il Piccolo Teatro Giraudi con un progetto di attivazione e promozione di eventi culturali rivolti ad un pubblico considerato sempre più come fruitore attivo e partecipante.

Il progetto di gestione ha coinvolto numerose realtà locali e non solo, come la Fondazione Piemonte dal Vivo e la Compagnia Teatro di Dioniso, ed è stato selezionato all’interno del programma Hangar della Regione Piemonte, programma di affiancamento rivolto alle realtà culturali più promettenti, e ha ricevuto nell’anno 2016 il contributo “Scadenza Unica Valorizzazioni dei patrimoni culturali” della Compagnia di San Paolo per la valorizzazione degli spazi esterni e del foyer teatrale. Il progetto vuole valorizzare la chiesa sconsacrata di grande fascino architettonico, dove gli elementi storico-architettonici sono stati sapientemente uniti a una struttura teatrale indicata per una programmazione contemporanea, dando un senso di continuità tra i passati fasti del luogo e la sperimentazione e ricerca di nuove forme espressive.

In nome Spazio Kor, attribuito al progetto culturale all’interno del Teatro Giraudi, nasce dal pubblico che ha partecipato alle tre serate di gioco The Stage Game svoltesi a dicembre 2016. Durante le tre serate il numeroso pubblico ha giocato all’interno del teatro, interagendo con i vari spazi, gli oggetti scenici e il museo e con gli attori-personaggi tipici del mondo teatrale. Sfidandosi tra gruppi è stata selezionata in ciascuna serata la proposta vincente, il tutto con una modalità altamente coinvolgente e innovativa dal punto di vista della messa in scena.

Le novità non si limiteranno al nome, il progetto Spazio Kor si propone di valorizzare gli spazi esterni del teatro tramite un bando di residenza rivolto ad artisti che lavorano con i linguaggi del contemporaneo.

Da poche settimane sono aperte le call Signals e Signals_design ideas, rivolte a singoli artisti, gruppi, collettivi o designer, che invitano artisti di tutta Europa a rileggere e trasformare la ex Chiesa San Giuseppe, oggi Spazio Kor, attraverso le arti digitali, la multimedialità, l’interattività e il design. Signals – a new identity for an old bulding è diviso in due diversi bandi: il primo, Signals, riguarda la parte esterna della chiesa, per mettere in luce ciò che del teatro non appare immediatamente visibile; il secondo, dedicato al foyer, per agire artisticamente sugli interni al fine di valorizzare l’incontro tra i fasti del passato di una chiesa barocca e l’arte contemporanea nelle sue diverse forme, come prospettiva futura.

Signals invita i suoi partecipanti ad esplorare il legame fra il teatro e la città: guardare le piazze, gli edifici, i cortili non solo come luoghi fisici; riflettere sull’immaginario; esplorare ciò che della città non appare visibile ad occhio nudo; attraverso l’arte e la multimedialità, intervenire sullo spazio fisico, rendendolo elemento attivo e capace di raccontare storie, dal punto di vista urbano, ma anche sociale e creativo.

Altro tassello innovativo dello spazio è rappresentato dal museo La macchina delle Illusioni, (intitolato al Maestro Eugenio Guglielminetti), situato all’interno dello Spazio, allestito nei locali precedentemente destinati a magazzino della sala teatrale, consta di una serie di installazioni interattive, che permettono di poter apprendere il funzionamento di alcune fondamentali tecniche e tecnologie utilizzate nella realizzazione di un allestimento teatrale. Questo nuovo spettacolo-visita Il teatro…visto dal palcoscenico, ideato da Francesco Fassone e Alice Delorenzi, con Patrizia Camatel, Elena Formantici e Tommaso Massimo Rotella (anche regista) è stato pensato per continuare a solcare il pensiero della creazione di un’identità condivisa col pubblico, per arrivare a creare una vera sinergia creativa tra artisti e pubblico.  Il pubblico diventa partecipe delle scelte, perché possa davvero vivere il teatro come casa e non solo come spettatore. Lo Spazio diventa così un laboratorio di idee, dove giovani e appassionati possano facilmente accedere e scoprire la vita del teatro e i suoi trucchi.

Il foyer verrà ridisegnato e reso disponibile come luogo non solo di attesa per gli spettacoli ma con un’apertura regolare per studiare, conoscere il teatro attraverso una biblioteca dedicata, connessione internet e spazio espositivo.

Durante l’allestimento dello spazio verrà realizzata un’installazione-corner dedicata al territorio circostante del Monferrato, che ne presenti le eccellenze e serva da punto di degustazione di alcuni prodotti locali nell’attesa degli spettacoli. In tale installazione verrà rappresentata l’eccellenza del territorio e verrà data occasione allo spettatore di degustare attentamente alcuni prodotti. Si immagina un punto degustazione, animato  da un diverso produttore locale durante ogni appuntamento, con uno spazio di degustazione e riflessione all’interno del quale lo spettatore avrà modo di esprimere alcune suggestioni e impressioni riguardo al vino presentato. La raccolta di tali spunti, brevi note scritte o audio, forniranno un utile traccia per la comunicazione e rielaborazione del progetto verso altre forme, anche più coinvolgenti e creative.

Fuoriluogo nasce da un'esigenza: la volontà di dare vita a un generatore di cultura e socialità, capace di esercitare progressivamente una funzione civile di confronto tra le persone, di essere uno spazio fisico in un'era virtuale.

Per noi Fuoriluogo è: ● una casa della cultura,  dove scrittori, musicisti, giornalisti e creativi di ogni genere possano incontrarsi e confrontarsi con un pubblico finalmente protagonista degli eventi;

  • ● un'opportunità educativa e formativa per gli studenti che desiderano avvicinarsi a un percorso professionale nel campo della cultura; ● una dimensione dinamica e multiforme per i giovani creativi e uno spazio condiviso per i professionisti, dove possano nascere future collaborazioni seduti informalmente al Caffè.

Fuoriluogo è, per tutti, una struttura vivace e stimolante. Un incubatore di storie, raccontate, ascoltate e vissute. Storie che affondano le loro radici nella letteratura, ma crescono in un “adesso” fatto di incroci vivi tra musica, parole, design, arti visive e media (social e non).
Fuoriluogo alterna al suo interno musica live e dj set, presentazioni di libri, spettacoli teatrali classici e sperimentali, incontri con personalità rilevanti, un ciclo di narrazione sportiva in collaborazione con i giornalisti di area Sky Sport, workshop, rassegne e convegni.

Sì, Fuoriluogo è parte della contemporaneità e anche per questo qui si incontrano il concetto di cultura a quello di sostenibilità economica.

Crediamo che fare impresa culturale sia possibile, basta guardare fuori dai nostri confini. La nostra idea di impresa culturale passa attraverso la nascita di un nuovo concetto di luogo: un Fuoriluogo.

Il futuro di Asti

di: Maria Augusta Mazzarolli, architetto urbanista

1. Il Contesto territoriale di riferimento

1.1 Area vasta

ll Nord/Ovest dell’ Italia sta attraversando un momento di grande centralità, a livello non solo europeo. La realizzazione delle importanti gallerie alpine (versante svizzero) del Loetschberg e del Gottardo, il raddoppio del Canale di Suez, il riaffermarsi della centralità del Porto di Genova, la realizzazione della piattaforma del porto di Vado Ligure, la costruzione del Terzo Valico che da Genova buca l’Appennino per uscire nei territori alessandrini di Tortona e Novi, la presenza di un ricchissimo e storico reticolo infrastrutturale su ferro e su gomma, riportano a considerare (livello mondiale), il triangolo Torino – Milano -  Genova strategico per il flusso delle persone e delle merci e, di conseguenza, per i servizi alle persone e alle imprese ad essi collegati.

1.2 Livello locale

Asti, a differenza di altre medie città europee in cerca di un proprio ruolo, ha ben presente la propria vocazione, vocazione confermata da più di 2000 anni di storia. Vocazione commerciale, culturale , scolpita nel proprio codice genetico e che nasce dal suo posizionarsi all’incrocio di importanti vie di comunicazione nazionali e internazionali, all’interno di un prezioso contesto ambientale.

Tale contesto è caratterizzato dalle colline del Monferrato e dalla fertilissima valle del Tanaro. Contemporaneamente, il riconoscimento, nel 2014, dei territori del Monferrato: Langhe e Roero come patrimonio UNESCO, riportano tali territori e le città capoluogo. prima fra tutti Asti, a rivalutare il proprio ruolo quale principale città e polo di riferimento per una strutturata valorizzazione turistica, culturale  enogastronomica….. Città capoluogo di un territorio vocato al loisir e al tempo libero, funzioni queste, sempre più importanti, se rapportate a un futuro mondo del lavoro sempre più robotizzato e in cui la presenza dell’uomo sarà sempre meno massiva e più qualificata.

1.2  La città

Nei primi anni ’30 del passato secolo, gli architetti Fagnoni e Bianchini, incaricati dal regime fascista, iniziano il primo processo di pianificazione urbana di Asti. Il tutto finalizzato a progettare lo sviluppo di una città e dei relativi servizi pubblici (di livello urbano e territoriale), in grado di farla assurgere al ruolo di capoluogo di Provincia.

Il territorio della città di Asti viene così pianificato: aree esistenti e di sviluppo urbano, zone destinate a verde di nuovo impianto ed esistenti, zone destinate a costruzioni largamente estensive, zone destinate a quartiere industriale, anelli di traffico interno ed esterno, principale edifici pubblici in progetto.

La città che adesso viviamo, a distanza di quasi un secolo, non ha tradito l’impostazione originaria. Anche se ora le aree, in allora previste di sviluppo urbano e a servizio pubblico, sono state interamente costruite e urbanizzate, non sempre con le stesse e ipotizzate destinazioni pubbliche. Una città consolidata, in parte di impianto storico, in parte di impianto più recente, ma di fatto costituita da un unico continuum urbano che ormai vive e si muove unitariamente.

La considerazione che oggi rileva, in chiara antitesi con quanto evidente solo una decina di anni fa, è che “le porte alla città” non sono più i caselli autostradali o le radiali di accesso, ma la zona della Stazione ferroviaria e i siti internet, siti in cui vengono presentate le potenzialità attrattive di Asti e del suo territorio.

2. Gli Obiettivi

  1. Fare di Asti “la capitale“ dei territori UNESCO: ridare ad Asti e al territorio UNESCO, centralità sotto il profilo infrastrutturale, con specifico riferimento al trasporto pubblico su ferro.
  2. Fare di Asti un’oasi di qualità e di sogno in cui Asti, grande polo attrattore e altri centri di eccellenza quali Alba, Casale… diventino, nel mondo, territori di riferimento (Monferrato, Langhe, Roero),  per beni di alta identificazione paesaggisticaenogastronomica, storico-culturale.
  3. Individuare il perimetro della configurazione urbana e non permettere nuove costruzioni in aree non edificate e/o urbanizzate.
  4. Pensare ad Asti come ad una unica zona di riqualificazione urbana.
  5. Superare il concetto, ormai obsoleto (in modo particolare per piccoli e medi centri europei come Asti), di considerare separatamente i problemi del Centro, in cui è bello vivere e soggiornare da quelle delle Periferie.
  6. Migliorare la qualità della vita (aria, rumore….)
  7. Fare, con l’ ausilio delle strutture di didattica superiore e delle attività imprenditoriali/artigianali astigiane, maestre delle antiche pratiche del “ben costruire”, un appeal, un centro dei saperi che, in Asti, con il recupero dell’importante patrimonio edilizio storico, pubblico e privato, possono diventare attività trainanti e di eccellenza.
  8. La vicinanza di Asti con il territorio alessandrino, zona geograficamente votata a confermare la propria storica vocazione di “Retro Porto dei Porti liguri”, porterà a far considerare, per operatori italiani e stranieri, Asti e l’astigiano territorio di qualità, ben collocato per insediare nuove attività e per far vivere le proprie maestranze. A tal fine bloccare e non permettere la trasformazione di zone industriali in banali zone commerciali.
  9. Migliorare e incentivare il rapporto pubblico e privato per una gestione congiunta della città e dei servizi.
  10. Favorire con atti amministrativi di sgravio fiscale (esempio monetizzazione delle aree a parcheggio), l’insediamento in area storica di  attività turistico ricettive, commerciali e di servizio alle persone (es. attività per la ristorazione, bar…).

3. Le Attività

  1. Rendere la città facilmente raggiungibile dai grandi poli attrattori metropolitani con specifico riferimento a Milano, e ai poli di interscambio internazionali: ● Aeroporti: Genova/Cristoforo Colombo, Torino/Caselle, Cuneo/le Valdigi, Milano/Malpensa, Milano/Linate. ● Porti: Genova e Savona, punti di attracco delle navi da crociera con possibilità, per Asti, di escursioni giornaliere.
  2. Riattivare, da Asti per Milano, un servizio ferroviario cadenzato: sia via Alessandria, Tortona, Pavia, Milano Rogoredo, sia via Casale, Mortara, Abbiategrasso con collegamento Linea Metropolitana 2.
  3. Riattivare le linee ferroviarie dismesse (metropolitane leggere), ponendo come priorità la riapertura del collegamento, via ferro, con Alba e con Casale e previsione di nuove fermate in area urbana.
  4. Ristudiare la mobilità e l’accessibilità urbana, premiando l’utilizzo del mezzo pubblico, della bicicletta. Favorire le aree in cui il pedone (specialmente se non più giovanissimo) può muoversi in sicurezza, penalizzando l’uso delle auto private. Le aree pubbliche sono preziosissime e non può più essere permessa la sosta, a titolo gratuito, di mezzi privati. A tal fine tutte le aree pubbliche, in cui la sosta è consentita, sia nelle piazze, sia lungo le strade, devono essere messe a pagamento (anche con differenti tariffazioni). Ne consegue il miglioramento della qualità dell’aria, del rumore e il miglioramento della qualità della vita.
  5. In modo particolare le aree centrali storiche e consolidate di impianto storico, prima fra tutte la zona della Stazione ferroviaria, biglietto da visita e prima porta di accesso alla città per turisti e visitatori, devono tornare ad essere aree di alta qualità urbana, aree per l’accoglienza, per l’informazione turistico/territoriale, aree commerciali destinate prioritariamente alla vendita e alla presentazione/offerta dei prodotti tipici della nostra terra.
  6. Favorire le attività di riqualificazione urbana (su aree pubbliche e private) non solo riferite alla città: storica, consolidata, ma estese a tutta la città costruita. Negli ultimi decenni, la liberalizzazione delle attività commerciali, ha portato la grande distribuzione a localizzarsi nelle aree periferiche con conseguente minaccia di desertificazione delle aree centrali, aree dove storicamente è nato e sviluppato il commercio e di disgregazione sociale nelle aree periferiche. Con conseguente aumento esponenziale dell’uso delle auto per tutti gli spostamenti sistematici e occasionali. Esempi in importanti città europee e ora anche italiane, hanno evidenziato come tale processo si sta invertendo e come il commercio stia ritornando a prediligere le aree centrali e consolidate.
  7. Non permettere nuove costruzioni al di fuori del perimetro della configurazione urbana esistente, ma promuovere il riutilizzo dei grandi vuoti urbani, aree e contenitori dismessi. A tal fine, devono essere attivate tutte le procedure amministrative per riconvertire le aree urbane e i contenitori abbandonati e dismessi verso attività residenziali e miste, in cui siamo premiate le attività commerciali, turistico-ricettive, di servizio alle persone e alle imprese, ivi compresa la ristorazione e i pubblici esercizi.
  8. Per incentivare l’insediamento di attività di ristorazione/bar e di attività finalizzate all’accoglienza, alla valorizzazione turistica ed alla sponsorizzazione dei prodotti tipici del nostro territorio, deve essere modificata e ridotta a valori simbolici la tassazione circa la monetizzazione delle aree a parcheggio, in modo particolare se in aree storiche, pedonali o ZTL.
  9. Predisporre convenzioni pubblico/privato in cui i privati in cambio di detassazioni per servizi pubblici, quali ad esempio la monetizzazione di aree a parcheggio, si accollino la gestione di eventi culturali e servizi ad essi collegati.
  10. Se la funzione trainante per Asti è legata alla valorizzazione turistica, al loisir e al tempo libero, estendere a tutti i periodi dell’anno, a piazze. a vie e a zone della città storica e consolidata, le importantissime manifestazioni, ora a carattere stagionale, quali la Duja. le Sagre (il più importante ristorante all’aperto di Europa), anche collegandosi con le manifestazioni delle città e della città metropolitana adiacente, prima fra tutte Torino.

4. La pianificazione. gli atti programmatici, le procedure amministrative

Parlare, nel 2017, di una nuova pianificazione urbanistica, secondo i modelli di pianificazione in vigore (legislazione regionale e nazionale vigente), risulta, a mio parere, pratica ampiamente superata. I territori sono ormai disciplinati da strumenti di pianificazione di area vasta e locale, da piani dei trasporti nazionali, regionali e locali, da programmazioni economiche in cui la decisione del singolo Comune è soccombente. Le amministrazioni locali si trovano, di fatto, incuneati in decisioni di livello superiore alle quali non possono che aderire. Esempio classico, per i nostri territori e stata l’attivazione della linea di Alta Velocità/Capacità Torino – Roma. Tale linea ha, di fatto, mutato la millenaria accessibilità del Sud/Ovest del Piemonte, escludendolo dalle grandi rotte nazionali e internazionali. Inoltre i nostri territori sono stati, durante il passato secolo, quasi interamente costruiti (molte volte malamente) e urbanizzati.

Fortunatamente, in un mondo ormai globalizzato, la sfida tra i territori, a livello mondiale, premia quelli con riconosciute accessibilità infrastrutturali, elevate valenze storico/paesaggistiche e quelli in grado di fornire una efficiente qualità dei servizi alle persone e alle imprese. Asti e l’Astigiano, ormai inserito nei circuito dei territori UNESCO del Monferrato, Langhe e Roero, per affrancarsi, a pieno titolo, in questo  nuovo contesto di appeal internazionale  (secondo dati forniti dalla Regione Piemonte, nel 2015 è stato superato il milione di visitatori, con un trend, nel 2016, in continua crescita, +12%), deve, a mio parere, dotarsi di un moderno bagaglio di programmazione e progettualità in grado di poter garantire il raggiungimento degli obiettivi, delle azioni e la realizzazione, in tempi certi,  delle conseguenti opere. Il tutto inserito in un processo progettuale attuativo, in grado di potersi facilmente aggiornare, nel caso vengano a mutare le ipotizzate condizioni iniziali. Con chiara indicazione delle prescrizioni vincolanti e delle prescrizioni che, nel tempo, possono essere modificate.

Documenti di base da predisporre:

  1. Master Plan con i contenuti di un Programma Integrato in cui:
  2. lucidamente chiarire le potenzialità (infrastrutturale, socio-economico) del proprio territorio a livello di area vasta e locale;
  3. individuare gli interventi, le azioni, i servizi in progetto e/o da attivare
  4. indicare, esaminati i punti di forza e di debolezza, le opportunità e le minacce per ogni intervento e azione, il ruolo strategico, gli obiettivi generali da perseguire, le relative priorità;
  5. predisporre note esplicative relativa ad ogni intervento, con evidenziate:
    1. - le procedure urbanistico amministrative da attivare
    2. - una prima quantificazione economica
    3. - le fonti di finanziamento
  6. disciplinare nel tempo all’interno di un Cronoprogramma la realizzazione delle opere e delle azioni
  7. allegare, bozze di convenzioni attuative e forme di partenariato pubblico-privato. per la gestione degli interventi.

Al Master Plan, per alcuni interventi, possono essere allegati Studio di Fattibilità e Progetti preliminari, bagaglio preziosissimo finalizzato alla disponibilità di documentazione progettuale per la partecipazione a bandi di finanziamento o alla realizzazione delle opere.

Infine un capitolo a parte meriterebbe l’esame dei progetti di opere pubbliche che nel tempo sono stati predisposti e mai realizzati. Potremmo così scoprire una documentazione preziosissima, un vero tesoro di idee e di progettazioni, alcune alla fase già esecutiva, materiale pronto per essere utilizzato (senza o con l’aggiunta di modeste spese tecniche), specialmente se vagliato e compatibile con il contesto programmatico e progettuale del Master Plan.

L'industria 4.0: il futuro è già presente

di: Marco Castaldo

L’iniziativa proposta dalla Cgil di Asti dal titolo “Industria 4.0, digitalizzazione e formazione: il futuro del lavoro” che si è svolta il 29 novembre presso il Polo universitario astigiano è stata decisamente interessante. Nella prima parte della mattinata sono stati proposti degli interventi che hanno illustrato le caratteristiche e le potenzialità della nuova frontiera della tecnologia che, di fatto, già ci appartiene e che deve diventare, soprattutto, strumento importante di conoscenza per le nuove generazioni che intendono trovare soluzioni lavorative in quest’ambito.

La numerosa presenza di studenti dimostra l’interesse per questo campo e l’intervento del professor Giordana dell’Università del Piemonte Orientale, docente di informatica ha chiarito in modo esemplare i concetti che sono alla base della nuova metodologia di programmazione, non più a livello locale, bensì strutturato in cloud (le “nuvole” che archiviano tutti i nostri dati e che possono risiedere fisicamente in qualsiasi luogo). Le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale applicata all’“Internet delle cose” che trasformano le nostre case, i nostri ambienti, le nostre abitudini in qualcosa di del tutto differente dalla realtà che appena cinquant’anni fa era inimmaginabile.

Due studenti del corso di informatica di Alessandria hanno brevemente illustrato il loro progetto che hanno realizzato per poter misurare i livelli di inquinamento attraverso delle postazioni mobili che possono essere installate su qualsiasi mezzo pubblico o privato e che, attraverso dei sensori diversificati, ci restituiscono una grande quantità di dati riguardanti gli elementi inquinanti rilevati in modo capillare, via per via, e non solo raggruppati per macro aree come avviene oggi. Ciò permette, quindi, di poter tenere sotto controllo in modo estremamente efficace i livelli di inquinamento in una città, ma anche poter intervenire in modo chirurgico nei confronti di industrie, condomini e realtà produttive altamente inquinanti. Questo intelligente esempio di interconnessione tra la mobilità, le nuove tecnologie di sensori e le connessioni delle reti ad alta velocità dimostra la potenza, l’utilità e lo straordinario valore dei “Big Data”.

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Considerazioni sulla città: un laboratorio, cioè una visione del e per il futuro...

di: Alessandro Mortarino

Raccolgo le sollecitazioni di Laurana Lajolo e di Culture per esprimere qualche sintetica opinione sul possibile percorso di un Laboratorio delle idee per la città di Asti. Un percorso che mi pare non soltanto utile ma necessario, alla luce della situazione sociale attuale e di un momento di fermento civico positivo che ritengo debba essere ulteriormente stimolato e favorito da tutti coloro - persone e associazioni/movimenti - che hanno a cuore il futuro di una comunità ritrovata.

La società civile di Asti negli ultimi mesi ha, infatti, imboccato una strada a mio avviso molto importante, che dimostra una maturità e una consapevolezza di elevato profilo. Attraverso le proposte e azioni della Rete «Asti Cambia», uno dei temi più rilevanti del nostro vivere quotidiano (quello della grave situazione dell'inquinamento dell'aria urbana) è stato affrontato ponendo in evidenza la necessità di impegnare i singoli a rivedere i propri stili di vita personali e, dunque, a non demandare ad altri - alla «politica» e all'amministrazione locale - la risoluzione di un problema. Che, in questo caso, riguarda la salute.

La salute delle persone. La salute dell'ambiente. La salute dell'intera comunità.

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La sindaca di Barcellona fa così

di: redazione

In una recente intervista* Ada Colau, sindaca di Barcellona, riconosce che il turismo di massa, di cui la sua città è un polo di grande attrazione, ha un grande impatto sul mercato immobiliare. Quindi ha preso provvedimenti con multe e limiti a Airbnb (affitti di case on line), che favorisce l’evasione fiscale anche dei proprietari. E’ anche preoccupata che il turismo abbia come conseguenza di espellere i residenti e il piccolo commercio. Quindi ha deciso di aumentare la tassa turistica come contributo all’aumento delle spese del trasporto pubblico, dei servizi di sicurezza e di pulizia della città.

Riguardo alla speculazione edilizia ha messo a disposizione risorse comunali per realizzare nuove case popolari nell’arco di un quinquennio, riciclando contenitori vuoti e offrendo soluzioni temporanee per giovani e anziani e per persone socialmente escluse. Il Comune di Barcellona interviene anche nei confronti dei privati, per esempio imponendo multe alle banche che tengono alloggi sfitti, utilizzabili per alloggi popolari. Va ricordato che Colau è stata una militante del movimento del diritto alla casa.

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Sguardo sulla città - appunti

di: Laurana Lajolo

Prendo in esame due luoghi significativi della città, a cui non siamo abituati a prestare attenzione: il nuovo polo culturale e l’espansione delle aree commerciali periferiche in relazione alla funzione tradizionale del centro città.

Il centro città depotenziato e trafficato

La città e il “non-collegamento” con il territorio provinciale. Il centro cittadino ha perso le sue caratteristiche commerciali (sostituito dai centri commerciali della periferia) e di sede di uffici statali (alcuni decentrati, altri trasferiti per l’abolizione amministrativa delle province) e non esercita più un’attrattiva stabile per i residenti e per gli abitanti della provincia.

La città ha perso la sua funzione baricentrica di capoluogo provinciale: il nord della provincia gravita sul torinese, il sud ha assunto una sua qualificazione (Canelli distretto eno-meccanico), Nizza M. (distretto del vino, centro turistico per le colline limitrofe). Inoltre la chiusura dell’ospedale di Nizza ha fatto gravitare gli utenti verso le strutture sanitarie di Acqui e Alessandria, mentre il tribunale di riferimento è diventato quello di Alessandria. Il riconoscimento Unesco ha sviluppato il turismo nell’area sud. Va ricordato che l’amministrazione di Asti, a suo tempo, non ha chiesto il riconoscimento di zona d’eccellenza dell’Unesco al centro storico di Asti, mentre è stato inserito il centro storico di Nizza M. Anche la promozione turistica, attraverso la nuova alleanza con l’Ente del turismo di Alba, viene fatta esclusivamente sulla città e non in collegamento con il suo hinterland, invece la residenzialità turistica è concentrata nelle strutture della provincia.

Il centro è usato principalmente per i flussi di traffico, che attraversano la città in direzione Alessandria, Torino, Alba, ecc.  Le vie del centro vengono utilizzate come circonvallazioni interne, come parcheggio e non principalmente per fruire del concentrico.

I centri commerciali hanno spostato i flussi degli acquirenti nelle periferie  di corso Alessandria e corso Casale, corso Torino e ora di corso Savona, che sono molto più vivaci e abitate del centro, ma scarsamente servite dai mezzi pubblici. L’espansione della città segue ancora, quasi esclusivamente, la direttiva dell’uso dell’auto per gli spostamenti interni.

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