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La questione ambientale in diretta

di: Beppe Rovera

Intervista di Laurana Lajolo a Beppe Rovera

Che effetto ti ha fatto, dal punto di vista comunicativo, l’incontro tra Greta Thumberg e Donald Trump nella sede dell’ONU? Come ha visto l’espressione di quella piccola “Davide”, armata solo di parole e neanche di una fionda, con l’uomo più potente ed arrogante del mondo?

E’ un dato importantissimo. Ricordo Greta da sola davanti alla sua scuola, poi davanti al Parlamento svedese e ora l’ho vista protagonista all’ONU. Anche quando è venuta in Italia l’anno scorso è stata snobbata da molti, che hanno  ironizzato su di lei. Ora Trump, che sfida con i suoi provvedimenti l’ambientalismo, ha dovuto andare ad ascoltarla all’ONU. E questo fa capire l’importanza del gesto di una ragazzina, che è diventato più clamoroso delle risultanza scientifiche sullo stato del pianeta.

Io ho avuto nei confronti di Greta un atteggiamento contrastante, da un lato ho apprezzato la capacità di trasmettere valori, dall’altro, all’inizio, sono rimasto perplesso perché ho pensato a una ripresa di vecchie battaglie. Ora mi sembra che il processo abbia avuto la perfetta sintesi di imporre delle scelte ai governanti. Non è una cosa da poco.

Greta ha messo nuovamente in gioco il ruolo dei giovani nella società. Non ti pare che stiano uscendo dall’individualismo per occuparsi nuovamente di valori collettivi, del pianeta come bene comune?

Si, è un grande salto. Il ’68 è stato un movimento culturale e politico che ha messo in discussione un sistema, poi abbiamo constatato l’assenteismo dei giovani dalla vita pubblica, la chiusura nel loro individualismo. Oggi, invece, i giovani  esprimono una capacità di visione complessiva sul pianeta come luogo di tutti. Propongono una soluzione di sistema, che era già stata individuata da intellettuali nel passato, ma che ora ha assunto le dimensioni delle masse giovanili in tutto il mondo. Stanno affermando il concetto di progresso nell’ottica della sostenibilità.

Ricordando il tuo lavoro alla RAI e soprattutto la tua trasmissione “Ambiente Italia”, come valuti l’attenzione che presta oggi il servizio pubblico all’ambiente? Ci sono trasmissioni specifiche, ma non c’è più la continuità di porre i problemi come facevi tu con “Ambiente Italia”.

Sai, il servizio pubblico è una vittima del sistema politico. Di ambiente si parla molto, ma manca la diretta sul territorio. Con “Ambiente Italia” noi prendevamo spunto da un problema locale e lo facevamo diventare un caso nazionale in un contesto generale. La trasmissione offriva l’occasione di un dialogo tra voci anche contrastanti e proponeva sempre il riferimento a soluzione complesse, alla globalità delle scelte anche nei casi singoli.

Anche per la collocazione di orario e la cadenza settimanale “Ambiente Italia” dava continuità di informazione e quindi formava l’opinione pubblica. Tu non cercavi la denuncia per fare audience, ma scoprivi i problemi. E’ stata dunque un’innovazione la tua formula giornalistica?

Io mi sono ispirato a “Linea verde” di Fazzuoli, che faceva vedere concretamente le situazioni là dove si verificavano. Cercavo la diretta, il parere della gente coinvolta mettendolo a confronto con la posizione degli esperti. Ero e sono convinto che i singoli problemi si risolvono nell’ambito di una strategia generale.

Tu preparavi prima le interviste con gli intervistati?

No, io facevo (e lo faccio ancora) un giornalismo in diretta, senza interviste preconfezionate e concordate. Spesso durante le trasmissioni avvertivo i sentimenti dei presenti, tra diffidenza verso il giornalista e interesse per dichiarare le proprie idee, e coglievo tutti gli spunti che spontaneamente venivano durante la diretta. Lo ritenevo un mio compito professionale.  

 

Tags: giovani, comunicazione, cambiamenti climatici, tutela ambiente

 


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