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Il mio jazz è bianco

di: Felice Reggio, musicista

Intervista di Laurana Lajolo a Felice Reggio

Felice Reggio è un jazzista italiano di successo, che ha suonato in molti Paesi. E’ nato a Vinchio sulle colline del Monferrato, dove ancora abita, da una famiglia di musicisti. Il nonno aveva un complesso composto dai figli, che suonava sui balli a palchetto, noto in tutta la zona. Ed è il nonno Battista che ha sostenuto il nipote negli studi al Conservatorio di Torino.

Felice è  arrivato da poco da New York. Hai avuto la bella soddisfazione di suonare in un club del Paese, in cui è nato il jazz.

Certo, si può dire che sono andato da Vinchio a New York, come due anni fa ho suonato ad Adelaide, Australia e l’anno scorso a Tel Aviv in Israele. L’esperienza è stata molto interessante perché ho suonato con musicisti fantastici, che hanno una grande coesione tra loro. Mi ha invitato Enrico Granafei, famoso Harmonicista e chitarrista jazz, nonché proprietario del TRUMPETS Club, che ho conosciuto e collaborato con lui molti anni fa a “Veneto jazz” e con cui sono rimasto in contatto.

Perché hai scelto come strumento la tromba?

E’ stato un suggerimento di mio padre, che voleva suonare la tromba, ma mio nonno suonava il clarinetto e nel complesso aveva bisogno di una fisarmonica. Ho cominciato a studiare solfeggio a Vinchio con il M° Marco Chiorra e dopo 8 mesi con il M° Stefano Giolito, maestro della banda del paese. Ho poi studiato al Conservatorio “G.Verdi” di Torino con un grande maestro, il Prof. Renato Cadoppi, prima tromba dell’orchestra RAI. Ho sperimentato anche la lirica e la sinfonica, ma ho scelto il Jazz, la musica più consona al mio carattere e stile di vita, per la libertà di espressione ed interpretazione.

Chi è stato il tuo primo amore del jazz?

Il primo disco che ho comprato, anche se non avevo nemmeno il giradischi, è stato di Louis Armstrong. Mi aveva affascinato la copertina con la tromba dorata e ho copiato di lì il logo che uso per me. Ho sentito quel disco che mi è stato trasferito in cassetta e poi ne ho comprati altri. Ma io non posso identificarmi con il jazz dei neri, è un altro sound, con un DNA diverso.

E poi quali altri maestri?

Di Nini Rosso ho collezionato tutta la discografia, dalle esecuzioni jazz alla musica leggera. Ho trovato con lui il suono “bianco” della tromba, che ha orientato il mio stile un po’ romantico. Ho incontrato Rosso di persona nel 1980 e siamo rimasti amici fino al 1994 quando se ne è andato.

Ci sono altri maestri nella tua carriera?

Harry James, un virtuoso del periodo swing, è stato fondamentale nella mia formazione. Ascoltarlo mi ha dato una grande emozione, mi ha fatto scoprire un’altra dimensione del suono e mi ha fornito significativi criteri di interpretazione come il cantabile (interpretare una melodia con la tromba come se fossi un cantante). Ho anche un suo libro in cui ci sono preziosi consigli e trascrizioni dei suoi assolo, che ho studiato con passione. James aveva la grande capacità di mescolare sonorità diverse. Ho imparato molto ascoltandolo.

Su Chet Baker hai fatto un progetto di concerto e delle composizioni. Come lo hai conosciuto?

Ho incontrato Chet al Conservatorio di Torino nel 1981, quando ero studente. Ero in prima fila e dopo il concerto sono andato in camerino e ho parlato un po’ con lui. Allora suonavo nella Big Band di Gianni Basso. Chet Baker mi ha insegnato un concetto fondamentale: la ricerca dell’essenzialità, la ricerca della musica interiorizzata e profonda. Insomma la musica come vena poetica nell’attendere che scaturisca dalle note la melodia, secondo il mood dei neri.

Come ti prepari a un concerto?

Mi piace lavorare per progetti come ho fatto per la musica nell’Omaggio al Cinema Italiano, per Luigi Tenco, per I Remeber Chet e altre cose che sto facendo. Certo preparo la scaletta, che deve essere una proposta vincente che emozioni il pubblico, con un filo conduttore armonico.

Tu fai anche arrangiamenti, scrivi composizioni e hai fatto la colonna sonora di un film “ L’Uomo del Grano”. Come hai lavorato in quell’occasione?

La colonna sonora ha una tecnica diversa dal concerto, devi far coincidere la musica con le immagini e devi trovare un leitmotiv caratterizzante. Per quel film ho scelto, in base alla storia, la musica che mi ha ispirato il copione, arrivando anche alla composizione di un tango stilisticamente alla Piazzolla insomma. E’ stato un lavoro che mi è piaciuto molto e mi ha arricchito interiormente, oltre all’esperienza acquisita nel campo cinematografico.

Hai suonato con molti musicisti famosi.

Ne ho conosciuto tanti e con alcuni ho collaborato, come: Gianni Basso, Ennio Morricone, Luis Bacalov, Gianni Ferrio, Michael Bolton….. Con Nicola Piovani, in un concerto in omaggio di Federico Fellini, ho interpretato il famoso tema di Gelsomina, assolo dalle musiche di Nino Rota per il film “La Strada“  nella casa di Tonino Guerra a S. Arcangelo di Romagna.

Fai anche l’insegnante. Ti piace?

Ho insegnato nei Conservatori di Torino, Genova, all’Istituto di Musica “G. Verdi” di Asti, ho partecipato e tengo seminari e corsi. Con i giovani sono molto attento alla tecnica e qualche volta provo rammarico di non aver seguito la carriera dell’insegnamento, ma, devo dire, che il concerto mi diverte e mi appaga di più. Quando salgo sul palco, vivo sempre un’emozione fantastica che voglio trasmettere al mio pubblico.

Tags: Vinchio, musica, jazz

 


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