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La tonaca viola (15-03-2020)

di: Valentina Archimede

L’appuntamento è per le 12 su ogni balcone. E’ domenica 15 marzo, una domenica irreale.

Nella casa dove mi trovo non c’è tanta partecipazione e in genere dai balconi non si affaccia quasi nessuno. Ma oggi sento suonare le campane a distesa: un suono allegro, conviviale, le campane fanno paese. E un paese – si sa – significa non essere soli.

Mi affaccio al balcone per sentire meglio questo suono di comunità, che copre ogni altro rumore, anche le voci delle persone. Di fronte a me la piazza della chiesa, pochissime macchine, nessun passante; l’aria oggi è grigia, sembra d’asfalto anche il cielo.

Dalla porta della chiesa esce il giovane parroco, con la tonaca viola e una grande croce. Percorre pochi passi e scende qualche scalino. E’ tutto grigio, anche gli scalini; l’unico colore la sua tonaca viola.

Viola su grigio. Bellissimo colore, dovuto al periodo di quaresima, ma mai così adatto di questi tempi. A suo modo un colore caldo, solenne ma caldo.

Davanti al prete, in fondo alle scale, si ferma una donna anziana dai capelli bianchi, con le mani già in preghiera. Arriva dall’altro lato un vecchio con la sua Ape verde scuro, che parcheggia lì, davanti agli scalini, e scende reggendosi a una sola stampella.

Si dispongono a triangolo rispetto al prete, ai piedi della scalinata. Vedendoli dall’alto, sono un perfetto triangolo, neanche qualcuno l’avesse disegnato. Viola, bianco, verde scuro. E grigio intorno.

Noto una signora che dal balcone a fianco, un piano sotto il mio, si affaccia e osserva come me. Ci guardiamo.

Il parroco reclina la testa verso la croce e resta in preghiera per un lungo minuto, con I due vecchi, lei a mani giunte, lui appoggiato alla stampella. Poi li benedice, e si volta a destra e a sinistra, benedicendo verso il nulla, ma – mi piace pensare - verso tutti. Una scena antica, la benedizione contro la peste.

Non importa in questo momento in cosa credi, conta un simbolo, un’appartenenza, un gesto. A me basta che conti per qualcuno.

Le campane gradualmente rallentano e smettono di suonare. Il parroco si avvicina un pochino ai due parrocchiani e dice: Bravi, siete venuti lo stesso! La donna continua a pregare, il vecchio batte a terra la stampella, come ho visto fare tante volte ai contadini con il bastone, quando sono arrabbiati, quando è venuta la grandine. Non sento cosa dice, solo un’ultima esclamazione: “Non ho mai visto una cosa del genere..”.

Il piccolo gruppo si dilegua. Il prete rientra e poi esce di nuovo con abiti normali, neri. Non più la nota di colore. Tutto ridiventa grigio. E’ ora di rientrare anche per me. La signora dal balcone accanto, che si stringe un po’ con le braccia perchè è fresco, si volta verso di me, agita il braccio per salutarmi. Non la conosco, ma forse ora sì.

Agita il braccio in alto, anche se siamo a pochi metri, anche se siamo solo io e lei, lo fa come quando si saluta dalla distanza ma si vuole essere sicuri che il saluto arrivi. E il saluto arriva, con la mia commozione.

Tags: emozioni, coronavirus, spiritualità

 


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