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Il tempo e il coronavirus (13-03-2020)

di: Irene Rosso

“ Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole. 

Ed è subito sera.” 

S. Quasimodo

 

Sempre il telefonino a portata di mano, sempre con la batteria oltre il 50%, sempre a leggere subito un messaggino o una email.

Questa mattina, poco dopo le 11, mi giunge una email dell'Associazione Davide Lajolo dalla quale apprendo che su www.adlculture.it “pubblichiamo il diario delle giornate in casa”. Che bella idea! Io che scrivo sempre i reportage dei miei viaggi per riviverli a distanza di tempo, non avevo pensato che, sopravvivendo, avrei potuto tra qualche anno rivivere anche questo viaggio non prenotato, non pagato, senza la valigia sul letto da riempire, senza ricerche in internet, senza acquistare la guida verde del Touring.  Un viaggio nelle sensazioni, nelle emozioni e nella memoria.

Ho perso un po' la percezione del tempo. Se non guardo il calendario e l'orologio fatico a districarmi. Essendo ormai settantaduenne e vivendo da sola ho dovuto cercare di mantenere la massima autonomia possibile per me e per non pesare sulle persone che con amicizia e umanità sono disponibili “al bisogno”.

I messaggi Utea che informavano sospensione, poi ripresa corsi, poi nuovamente sospensione, mi sembrano appartenere a tempi ormai lontani (febbraio). All'epoca per strada mi imbattevo in capannelli di persone che dissertavano sull'adeguatezza di tali provvedimenti. Personalmente, più che per le lezioni, ero dispiaciuta di non poter andare in acqua al corso di Acquagim, non più frequentato da dicembre per una serie di impedimenti personali, soprattutto perchè l'acqua avrebbe giovato per riabilitare la mia rotula rotta il 7 gennaio.

Sabato 7 marzo,  ultima uscita il pomeriggio per un incontro serio, mi trovo ad attraversare Corso Alfieri in direzione piazza.  Erano le 17,30.  Arrivata all'angolo del Castello, ho dovuto scattare una foto di Piazza Roma. Cielo azzurrissimo e già una pallida luna piena.  Questa è l'ultima immagine che ho della città “viva”.  Quando tutto sarà finito vorrei ricominciare proprio da quel luogo, da quel raccolto giardino nel cui centro c'è un alveare sferico con le api, sedie verdi originali, e dove immagino ora siano fioriti i primi arbusti gialli e gli alberi con i fiori rosa.

Era nell'aria che in serata sarebbe stato emanato un ulteriore decreto con misure più restrittive anche per la Città, ma credo che nessuno avesse immaginato che dall'8 marzo avremmo fatto parte delle provincie piemontesi classificate “zona rossa” .  Sentito l'annuncio in diretta alle due di notte non sono riuscita a prendere sonno.  Il mattino sono corsa ad acquistare rami di mimosa e mi sono recata da sola al cimitero a rendere omaggio a grandi donne che come mia madre mi erano state di esempio: donne combattenti, sopravvissute ad una guerra ben più lunga e dolorosa di quella che mi si prospettava quel mattino.

Sono trascorsi 5 giorni e mi sembra molto di più.  Ho stampato tutti i comunicati con gli aggiornamenti e chiarimenti, così potevo rileggerli, chiosare i punti che mi interessavano personalmente.  Credo di aver reagito con senso pratico. Niente panico.

La fase emotiva è scattata quando ho iniziato a lasciare spazio ai ricordi.

Rientravo dalla piccola spesa e ho alzato gli occhi ai palazzi fronte giardini come faccio solitamente e sono stata colpita da tante finestre spalancate.  Una frazione di secondo e già la mia mente era corsa alla fine degli anni cinquanta.  Quando tornavo da scuola per il pranzo, nel quartiere popolare di corso Volta, tutte le finestre erano aperte (ovviamente in primavera) e io sentivo appena svoltato l'angolo la voce di mia madre che cantava.  Non era intonatissima, ma la voce era limpida e gradevole.  Non era la sola.  Sul lato cortile, dove si stendeva la biancheria,  erano esposti al sole cuscini e coperte.  Dovevano arieggiare.  Poi i tappeti penzolanti dalle ringhiere venivano battuti con l'apposito strumento in legno (battipanni). Intanto arrivavo alla porticina di casa con il groppo in gola. Non perché poi non sarei potuta riuscire, ma perché avevo rivissuto un momento di vita famigliare. Un tempo in cui a tavola eravamo in tre, il televisore non l'avevamo ancora (il giradischi e la radio si) e anche quando il Telefunken troneggiò in casa, mai in cucina. Le notizie erano apprese dai giornali, dalla radio e la sera dal telegiornale.

Adesso io sono in continua connessione. Apro Google e faccio scorrere sempre le stesse notizie. Non so cosa cerco.  Non bramo leggere l'ascesa del numero dei positivi, non sono un investitore che segue minuto per minuto la borsa, ma mi trovo  ad essere diventata in poco tempo bulimica di aggiornamento. 

Organizzata al meglio non ho proprio intenzione di muovermi.  Anche con le amiche l'intesa è sentiamoci.  Ovviamente non solo più il messaggino, ma una telefonata mattutina e una serale, giusto per sapere che tutto vada per il meglio.

E nuovamente mi è venuto alla mente quando facevo infuriare mio padre perché, avendo il telefono a muro nell'ingresso e per di più duplex, io disturbavo proprio nell'ora del telegiornale. Del resto il patto con il futuro medico del terzo piano era che la mia mezz'ora di pubbliche relazioni fosse dalla 20 alle 20,30.

Cosa mi succede?  Nostalgia della famiglia?  Non l'avevo mai sentita così fortemente.

Devo fare qualche cosa.  Inizio come tanti a mettere ordine in casa per mettere ordine nelle idee.  Sono decisamente in una fase di “iperattività” che non riesco a contenere. Mi dedico alla pulizia della cucina.  Mi rendo conto che oltre 200 calamite che ricoprono frigorifero e cappa sono veramente troppe.  Io ne compro durante i viaggi, ma gli altri me le regalano dai loro.  Ci risiamo. Anche la mente è iperattiva. I pensieri si sovrappongono.  Dal balcone non vedo persone in giro.  La Tv sforna continuamente aggiornamenti che ormai incamero come sottofondo.  Mi creo un mio mondo: il mondo di Alice. Cambio posto alle teiere. Sostituisco i piatti coi limoni con quelli del servizio di riguardo.  Chissà quando è stata l'ultima volta che avevano imbandito un tavolo affollato?  Non ho neppure provato a ricordarlo.  Non ho tempo. Devo andare avanti, svuotare i cassetti, lavare biancheria che rimanendo piegata allo stesso modo per troppo tempo è ingiallita nei ripieghi. E avanti così per una giornata.

Poi è toccato al bagno d'ordinanza.  Alla valigia delle medicine.  Da quanto tempo non lo facevo?  Ho messo insieme una borsata di farmaci scaduti, alcuni nel 2017!

Ora dovrei andare al raccoglitore farmaci all'ingresso della farmacia vicino a casa. Che bello: andare in farmacia è permesso.  Anche la plastica.  Mi dico: viva la differenziata.

Non ho tempo: è già sera.

Siamo arrivati ad oggi.  Che giorno è?  Suona la postina e quindi è venerdì: mi consegna La Nuova Provincia alla quale sono abbonata.

Scendo in ascensore e in pigiama. Non incontro nessuno per fortuna.  Non  avevo ancora terminato di rendere “perfetto” il terrazzino pieno di primule, di ciclamini e già tre “pelargonio”.

Termino per le 12,30.   Mannaggia non ho ancora fatto una doccia!  Corro a farla e tutta pulita e profumata, riesco ad apparecchiare per le 13.

La borsa con le medicine mi imbroglia sul balcone lindo, la sposto su quello lungo sul lato cortile, non ho voglia di uscire a portarla.  Sto bene a casa. Non la sento una prigione. La sento una tana. Tra poco inizia il girotondo dei saluti e della buona notta.

Ed è subito sera. Domani è un altro giorno. 

Irene

Tags: emozioni, tempo, coronavirus

 


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